Margherita entra in scena

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Per quasi metà del “Maestro e Margherita” il lettore è trascinato da una giostra impazzita. Il diavolo e il suo seguito seminano il caos nella Mosca sovietica, i burocrati perdono la testa, gli scrittori ufficiali vengono ridicolizzati, la realtà sembra dissolversi in una successione di episodi grotteschi. Poi arriva il capitolo diciannovesimo, il primo della seconda parte, e il romanzo cambia volto.

Entra finalmente in scena Margherita.

La cosa curiosa è che Bulgakov non la presenta come una donna perseguitata dalla miseria o dall’emarginazione. Al contrario, possiede tutto ciò che normalmente viene associato a una vita riuscita: una bella casa, una posizione sociale rispettabile, sicurezza economica. Eppure è infelice. Ha perso il Maestro e con lui ha perso il senso stesso della propria esistenza.

In poche pagine il romanzo abbandona la satira sociale e si avvicina a qualcosa di più intimo. Bulgakov sembra suggerire che il benessere materiale può rendere confortevole la vita, ma non necessariamente felice. La felicità di Margherita dipende da un’altra cosa, molto più fragile e molto più difficile da definire: l’amore.

Ciò che colpisce nel capitolo è anche il coraggio della protagonista. Quando Azazello le si avvicina con una proposta oscura e misteriosa, Margherita comprende che sta entrando in un territorio sconosciuto e probabilmente pericoloso. Tuttavia accetta. Non per avidità, non per ambizione, non per curiosità, non per lascivia. Accetta perché intravede una possibilità, anche minima, di ritrovare il Maestro.

È una motivazione che la distingue dalla maggior parte dei personaggi incontrati fino a quel momento. Nella prima parte del romanzo molti cadono nelle trappole di Woland per interesse personale, per vanità o per cupidigia. Margherita è mossa da qualcosa di completamente diverso.

Ma c’è un altro elemento che rende memorabile questo capitolo: la straordinaria naturalezza dei dialoghi.

Se si guarda alla situazione in sé, essa è assolutamente assurda. Una donna disperata incontra un enigmatico emissario del diavolo che le offre una crema magica e le propone di partecipare a un misterioso evento. In mano a molti scrittori una scena simile sarebbe diventata enfatica, solenne, carica di spiegazioni simboliche, o semplicemente ridicola. Bulgakov sceglie invece la strada opposta.

I personaggi parlano come persone vere. Azazello non assume il tono di un demone uscito da una tragedia medievale; spesso appare brusco, pratico, persino ironico. Margherita reagisce con diffidenza, intelligenza e spontaneità. Il loro dialogo possiede una freschezza sorprendente. Si ha quasi l’impressione di ascoltare una conversazione quotidiana, non un incontro con le forze dell’oltretomba.

Forse è proprio questo il segreto della grandezza del romanzo. Bulgakov riesce a rendere credibile l’incredibile. Il fantastico non viene imposto al lettore attraverso effetti speciali letterari; entra nella narrazione con la semplicità delle cose normali. E così il soprannaturale finisce per apparire più vero della realtà stessa.

Con il capitolo dedicato a Margherita il romanzo smette di essere soltanto una brillante satira della società sovietica e diventa una storia d’amore, di fedeltà e di speranza. È il momento in cui il lettore comprende che dietro le burle del diavolo e il caos di Mosca si nasconde qualcosa di più profondo: la ricerca di ciò che dà significato alla vita.

E Margherita, con il suo dolore e il suo coraggio, ne diventa improvvisamente il centro.

La dichiarazione di antifascismo

La decisione della direzione della fiera “Più libri più liberi” di escludere dalla partecipazione quegli editori che non sottoscrivono una dichiarazione antifascista, fa sorridere come se fosse una boutade e invece è la realtà del clima censorio che si ripete ormai spesso nel paese. Qualcosa di simile è avvenuto in altre manifestazioni librarie; ricordo che a volte certi negozi di libri hanno escluso dalle loro vetrine testi in odore di fascismo. Ho sentito giorni fa — e qualcosa di simile avevo letto un anno fa — che in un comune di sinistra, per ottenere una concessione o autorizzazione, si doveva provare con dichiarazione giurata il proprio antifascismo.

Ricordo quando, con le riforme Bersani e Bassanini degli anni Novanta, si iniziò ad accettare richieste accompagnate da dichiarazioni sottoscritte sotto la propria responsabilità, compresa, per le procedure delle opere pubbliche, la dichiarazione dell’impresario di non essere mafioso. E ricordo parimente — ero segretario comunale — che nessun mafioso aveva ostacoli nel dichiarare la propria estraneità alla mafia.

Ugualmente può avvenire nelle fiere letterarie o nelle autorizzazioni comunali: i fascisti nell’animo dichiareranno di non esserlo per essere ammessi o autorizzati.

Le censure, nella storia, non hanno mai raggiunto lo scopo che si prefiggevano i censori; anzi, spesso hanno creato interesse sulle idee vietate.

Che dopo l’insegnamento della storia, oggi, XXI secolo dell’era cristiana, si continui nell’errore di voler ostacolare le idee degli altri — oggi il fascismo, domani la foggia dell’abito indossato o il modo di salutare un conoscente — rimette in discussione l’insegnamento del passato e la positività di precedenti esperienze.

Non si può non affermare, con grande delusione, che sono proprio i cosiddetti progressisti a proporre e ad applicare simili stupide censure.

La battaglia di Lilybeo

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Il cambio di amministrazione è la cosa più bella del mondo. Dopo cinque anni stufa tutto, perfino la moglie o il marito. Intorno a questo numero di anni cominciano le crepe matrimoniali che portano alla separazione e al divorzio.

A Marsala abbiamo cambiato cavallo, amministrazione, sindaco, primo cittadino. Insomma, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo grati a tutti gli attori, per lo più politici o sostenitori di politici, che per quattro mesi di campagna elettorale ci hanno fatto ridere a crepapelle. C’è stato chi – si dice il peccato ma non il peccatore – si è offerto di entrare nella coalizione vincente senza chiedere nulla in cambio per puro spirito di amore cittadino. Tutti sapevano però che, essendo stato estromesso dalla giunta, aveva il dente avvelenato e dolorante e tentava di rifarsi una verginità e un avvenire passando alla parte opposta.

C’è stato chi non le è parso vero poter rientrare nell’agone politico dopo dodici anni di astinenza forzata. Solo lei pensava di poter di nuovo diventare sindaco. La gente non ci credeva più e non le ha dato i voti nemmeno per andare al ballottaggio.

C’è stato chi pensava di tornare a vivere da protagonista a fianco della candidata sindaca di centrodestra e assieme a lei ha fatto naufragio: tutti affogati nella presunta Grande Armata di FdI, FI, Lega, compresi i deputati regionali imbarcatisi sull’Ammiraglia e pure loro affogati nella battaglia di Lilybeo.

C’è stato chi – il sindaco uscente – si è sforzato negli ultimi tempi di avviare lavori straordinari di pulizia e costruzioni di giardinetti, mentre tutti avevano sotto gli occhi la scarsa o assente manutenzione delle opere esistenti. Davanti a ogni nuovo lavoro, ogni giorno un gruppo di persone si fermava a guardare e commentava: “Ma se non sanno manutenere l’esistente come faranno a curare le nuove aiuole? Nemmeno si vedono parcheggi per poter venire a passeggiare in questi luoghi lontani dal centro ma anche dalla periferia”.

Questi malumori non hanno consentito all’uscente sindaco di poter arrivare al ballottaggio: trombato letteralmente al primo turno.

Finita la campagna elettorale ed eletta la nuova amministrazione, dobbiamo adesso cambiare i destinatari dei nuovi improperi quando l’acqua non arriva o l’auto sobbalza sulle buche. Ma c’è tempo, possiamo, almeno per sei mesi, continuare a imprecare contro i precedenti amministratori, dovendo dare tempo ai nuovi di impratichirsi.

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L’orologio di Ghali

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Ghali indossava un Patek Philippe Grande Sonnerie referenza 6301P, un segnatempo dal valore di 1 milione e 524 mila euro al momento del lancio. Oggi, come usato, può costare di più essendo pezzo da collezione. Con quest’orologio al polso, se vuole può guardare l’ora, ma anche se non l’avesse potrebbe guardare l’ora su un poco costoso telefonino, o anche su un affidabile orologio di poche centinaia di euro, salvo non usare nessuno strumento e chiedere l’ora al suo vicino.

Cosa dire? Ghali è un cantante di ultima generazione famoso e ha la possibilità di spendere un sacco di soldi per un oggetto inutile.

Si può anche dire che la sua visione del mondo – ammesso che ne abbia oltre quella di ammirare il suo orologio – pone lui stesso e il suo orologio al centro dell’universo. Difatti, si vede che alza il braccio per far vedere l’orologio.

Non so quanti siano i suoi estimatori, io ho saputo della sua esistenza guardando le notizie. Penso che il mondo sia arrivato a un punto di decadenza da non riuscire più a capire l’importanza o la stupidità di certe cose. E questa incertezza di base mina tutto quello che sta sopra la Terra.

Qualcuno mi potrebbe osservare: “Ma tu allora vorresti che la tecnica di misurazione del tempo si arrestasse ai vecchi modelli? Vorresti far perdere il mercato più ricco? O niente niente vorresti far chiudere le fabbriche di orologi costosi e anche quelle di automobili velocissime che non possono viaggiare sulle strade per il limite di velocità? Dillo chiaro cosa vuoi! Vorresti cambiare il mondo e frenare il progresso?”

“Ma no! Vorrei semplicemente evitare l’offesa arrecata a centinaia di milioni di poveri che non posseggono nemmeno un orologio, avendo impegnato il lascito paterno per sostenere la famiglia e sé stessi. Se dico una fesseria, scusatemi.”

Taccuino

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Taccuino

Il presidente americano, Trump, per telefono al premier israeliano Netanyahu: “Ma sei un pazzo!”

Fra di loro si riconoscono.

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La Procura di Milano conferma il suo ok alla grazia a Minetti: «Notizie di stampa non corrispondenti al vero».

Le notizie erano state diffuse in abbondanza e per settimane dal Fatto Quotidiano.

È un giornale che si vanta di essere indipendente e veritiero. Per questo non accetterebbe contributi statali. Le notizie su Minetti sono state l’ultimo suo scoop finito in bolla di sapone. Intanto, tanti lettori ci hanno creduto. Inutile sperare che il direttore e lo scoopista facciano ammenda riconoscendo di aver esagerato. Non sono tipi di tal sorta. Probabilmente, tenteranno di camuffare la smentita come se il tribunale non avesse fatto accertamenti migliori o più completi. Con le parole si può dire tutto, ma non si possono cambiare i fatti.

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Emanuele Pozzolo folgorato da Vannacci: «Come de Gaulle». Intanto, ieri è uscito fuori strada con il suo SUV. La polizia intervenuta sul luogo dell’incidente: “Tasso alcolico doppio”. Patente ritirata.

Quando ha aderito al nuovo partito di Vannacci non gli è stato fatto l’esame alcolometrico?

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Aggressione a un bracciante nelle campagne di Marsala, convocato un tavolo istituzionale, ma hanno dimenticato di mandare l’ambulanza.

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Lolita, Fuoco fatuo, Pnin

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Fra i romanzi di Vladimir Nabokov, il più famoso è certamente Lolita e il più celebrato dalla critica è forse Pale Fire (Fuoco pallido), con il suo straordinario gioco di specchi tra autore, narratore e personaggi. Eppure, terminata la lettura di Pnin, mi è rimasta la sensazione che sia proprio questo il libro nel quale Nabokov si sia avvicinato di più a sé stesso. Naturalmente Pnin non è Nabokov. Il primo è goffo, impacciato, incline agli equivoci linguistici e alle disavventure quotidiane; il secondo era brillante, elegante, sicuro di sé, uno dei più raffinati scrittori del Novecento. Eppure entrambi hanno conosciuto l’esilio, la perdita della patria, la necessità di ricostruirsi una vita in un’altra lingua e in un altro continente. All’inizio del romanzo il professore russo appare quasi una figura comica. Sbaglia treni, storpia parole inglesi, si trova continuamente fuori posto. Nabokov lo osserva con un sorriso che il lettore condivide. Ma pagina dopo pagina accade qualcosa di raro: la comicità si trasforma in tenerezza. Dietro il personaggio buffo emerge un uomo che ha perduto quasi tutto senza perdere la capacità di amare, di ricordare e di sperare. Uno dei capitoli più belli è quello in cui i ricordi riaffiorano con una leggerezza che fa male piacevolmente. Nabokov non descrive direttamente le tragedie del Novecento. Non ci sono lunghi discorsi sul comunismo, sul nazismo o sulla guerra. Eppure quelle tragedie sono presenti in ogni pagina. Le si avverte nelle persone scomparse, negli amori interrotti, nelle città lontane, nei frammenti di vita che riaffiorano dalla memoria. La Storia non compare come protagonista, ma come una forza invisibile che ha disperso uomini e destini. Pnin è uno di quei personaggi che la sorte e gli altri sottovalutano. I colleghi lo considerano un eccentrico; alcuni lo guardano con condiscendenza. Il lettore, però, scopre progressivamente ciò che essi non vedono: una grande cultura, una profonda bontà d’animo e una dignità che resiste alle sconfitte. Si finisce così per provare una simpatia crescente e una sorta di apprensione affettuosa nei suoi confronti. La conclusione del romanzo è perfettamente coerente con tutta la sua esistenza. Pnin si trova ancora una volta costretto a cercare un’altra sistemazione, un’altra casa, un altro approdo. In fondo è ciò che ha fatto per tutta la vita. Ha perso la Russia, ha perso amici, amori e certezze. Anche quando sembra raggiungere una stabilità, questa gli sfugge. La sua tragedia non consiste nell’essere distrutto, ma nel non riuscire mai a fermarsi davvero. Mi è venuto da pensare che Pnin sia una sorta di Ulisse senza Itaca. Continua a viaggiare non perché desideri l’avventura, ma perché il destino non gli concede un porto definitivo. Eppure non cede al cinismo né all’amarezza. Riparte ogni volta con le sue valigie, i suoi libri e i suoi ricordi. Forse è proprio questa la grandezza del personaggio. Non possiede il fascino ambiguo di Humbert Humbert né l’intelligenza labirintica di Kinbote. È semplicemente umano. E quando il romanzo si chiude, si ha la sensazione di aver salutato non un personaggio letterario, ma una persona vera, una di quelle rare creature che la letteratura riesce a rendere più vive di molti esseri umani incontrati nella realtà.

Salvini al Viminale

Sul Corriere: “Lega, clima teso e scelte rinviate. Il punto comune: Salvini al Viminale”-

Era ora, ha fatto già troppi danni alle Infrastrutture.

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Convocazione del nuovo consiglio comunale

Ci si avvia verso la convocazione del nuovo consiglio comunale, in cui sarà nominato il presidente del consiglio. Ancora non è noto il nuovo o vecchio nome: potrebbe essere lo stesso dell’ultima amministrazione che per sfortuna è stato rieletto, come potrebbe essere un altro.

Questa amministrazione, guidata da Andreana Patti, sta mostrando subito un alto tasso di inclusività. Praticamente, la sindaca, non rappresentante di un solo partito, ha deciso di accettare ogni contributo di persone, soprattutto voti, provenienti da ogni parte: da sinistra, come da destra e dal centro. Un solo partito non c’è stato in questo rimescolamento: il Partito dei vecchi e puri comunisti, che ha preferito distanziarsi alcune decine di migliaia di chilometri andando a fare visita di cortesia a Kim Jon-un, in Corea del Nord.

Esclusi i comunisti duri e puri, tutte le altre forze politiche sono confluite in parte sotto l’accogliente abbraccio di Andreana. Ora si tratta di applicare il manuale Cencelli per assegnare posti e incarichi ai portatori dei voti, in giusta relazione ai voti portati. Per non dispiacere nessuno, le sigle dei nuovi incaricati in giunta, nelle commissioni e nel sottogoverno sono le più varie e si potrebbe parlare di Arcobaleno se non fosse che proprio questa lista sia rimasta fuori dal consiglio.

Si prevede, dopo la nomina del presidente del consiglio, l’avvio vero e proprio della nuova amministrazione e si prevede anche, dai soliti gufi, che un indirizzo politico vero e proprio non potrà averlo, essendo composta da tutto il mondo.

Intanto, le prime notizie sulla nuova amministrazione sono oltremodo rassicuranti: di nuovo la città ha problemi di approvvigionamento idrico. Alcuni quartieri abitativi e la derelitta fontana del Purgatorio sono a secco. È molto tranquillizzante che cambiano le amministrazioni ma i problemi restano sempre gli stessi.

“Scoppiato in seguito a uno scoop”

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Ogni tanto compro il Fatto Quotidiano, come ogni tanto vedo Report per sentire, come si dice, l’altra campana e farmi un’idea propria sui fatti e sui commenti. Ma a questo punto non so se lo comprerò più, per non sostenerlo economicamente. Sono un liberale da sempre, anche ora che non vedo più in giro la bandiera del PLI. Sono convinto che la libertà di stampa è fra le più importanti da difendere. Senza libertà di stampa non si può essere sicuri che esistano le altre libertà. I giornalisti, come usa dire, sono i cani di guardia del potere, nel senso che lo proteggono dalle storture e dalle anomalie dandone avviso alla comunità.

Detto questo, esiste un limite tra la libertà di stampa e la libertà di diffamare. Questo limite il Fatto Quotidiano l’ha superato spesso e, quest’ultimo mese, continua a superarlo in modo eclatante.

Un gentile atto giuridico del presidente della Repubblica, la grazia prevista dalla Costituzione, è stato preso di petto per buttare fango sulla magistratura milanese e veneziana, sul ministro della Giustizia e sul presidente della Repubblica stesso. Oltre che sulla madre e sul padre adottivi di un bambino per l’età sua innocente, ma dilaniato nel tritacarne della macchina infamante diretta dall’esangue – a guardarlo – Marco Travaglio, che invece è sanguigno e carnivoro come una iena. Gli sembrava che uno scoop avesse potuto essere accolto in sede giudiziaria e potesse far aumentare le vendite del suo foglio. Per l’aumento delle vendite, non so, gli allocchi che comprano i peggiori giornali si trovano sempre. Ma sul fronte istituzionale lo scoop si è tramutato per chi l’ha fatto in un vero e proprio disastro.

La magistratura ha rifatto le indagini contestate e ha ripetuto che gli elementi per concedere la grazia all’ex igienista dentale di Berlusconi ci sono tutti. Le notizie riportate dal Fatto non corrispondono al vero, ha scritto nero su bianco.

Adesso, il Fatto Quotidiano, Report, Carta Bianca, che diffusero le false notizie, ne risponderanno di fronte ai giudici cui si erano appellati: 250 milioni di dollari è il conto del risarcimento chiesto dai legali americani di Cipriani e Minetti per risarcimento dei danni materiali e morali.

Anche se la cifra dovesse alla fine essere ridotta, ne resterebbe tanta da far chiudere il giornale. Sull’epitaffio funebre potrebbe essere inciso: “Scoppiato in seguito a uno scoop”.

Coerenza politica

Ci sono persone nate per la politica, che non demordono mai nemmeno dopo le sconfitte. È il caso di Massimo Grillo, sindaco non rieletto, che non è andato nemmeno al ballottaggio con la sindaca eletta.

Ci si sarebbe pure aspettato che, deposte le armi, avesse dichiarato la volontà di ritirarsi a vita privata. Invece, annuncia che guiderà l’opposizione, con la mal celata speranza di poter tornare in sella quando sarà.

D’altra parte, cosa potrebbe fare fuori della politica? Non sappiamo di alcun lavoro che abbia mai svolto nel civile. Prima portaborse di papà, influente politico marsalese e regionale, poi lui stesso avviato sulla via paterna e, salendo per tutti i gradini, consigliere comunale, deputato regionale, assessore regionale, deputato al parlamento nazionale, sindaco infine in questa città. Ha mangiato, se si può dire, pane e politica.

Anche se maturo, è giovanile. Non ce ne siamo liberati. Accompagnerà ancora la nostra città. La sua è coerenza, non sappiamo fino a che punto dannosa. Della sua trentennale carriera politica, una sola cosa si ricorda. A Palazzo dei Normanni fu tra i firmatari della legge sull’elezione diretta dei sindaci. Questa legge ha messo al riparo i sindaci eletti dalla mozione di sfiducia dei consiglieri. Se approvata, cadrebbe tutto il consiglio e quale consigliere sarebbe disposto a cadere lui stesso facendo cadere il sindaco? Così, con quella legge, le peggiori amministrazioni comunali arrivano indenni alla fine del mandato.

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