Notizie dal 1948

Anche oggi Nenni, sull’Avanti! chiede le dimissioni del governo. Ogni santo giorno ha da chiedere qualcosa al governo. Le sue richieste più disinteressate sono fatte per conto di Togliatti, le più stupide sono sue.

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Secondo l’on. Pajetta occorre declinare quattro verbi per recuperare al verbo comunista la borghesia: approfondire, differenziare, concretare, articolare.

Secondo noi, dovrebbe aggiungerne altri tre: credere, obbedire e combattere. Andrebbe sul sicuro.

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L’avv. Salvatore Ciampa si è allontanato dai repubblicani e si è avvicinato ai comunisti. Ora spera nel successo del Fronte Popolare: Ciampa cavallo che l’erba cresce.

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Il cognato di Togliatti, Montagnana, ha continuato con le rivelazioni contro i ministri repubblicani. Momento Sera ha commentato le strombazzate rivelazioni come “la personale vendetta per aver ricevuto due schiaffi e un passaporto negato”.

L’on. Conti ha commentato: “La Montagnana ha partorito il topolino”.

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(A proposito della staticità della politica degasperiana). Una mattina di domenica, alla Basilica di Massenzio, una donna ha gridato al miracolo. Avrebbe visto muoversi De Gasperi. Altri hanno attestato il movimento. Le autorità ecclesiastiche mantengono prudenza e riserbo.

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Lo scrittore Sem Benelli ha aderito al Fronte Popolare. Era antifascista e si convertì al fascismo durante la campagna d’Etiopia. Scrisse un diario: Io in Africa. Adesso potrebbe scrivere: Io al Fronte.

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Il maresciallo Graziani ha pubblicato la sua autobiografia. Un articolista dell’ Ora d’Italia lo elogia, paragonandolo a De Gaulle.

Ma c’è una piccola differenza. Graziani ha perso una guerra.

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Un paragone azzardato ha messo in relazione Mussolini con Napoleone. Addirittura, il duce varrebbe sei volte più del condottiero francese. Perché? Napoleone ebbe i suoi Cento giorni e Mussolini ne ebbe Seicento.

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Molti sconosciuti intellettuali hanno aderito al Fronte della Cultura. Non tutti sono colti, ma tutti vorrebbero diventarlo.

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“Tutta la Cecoslovacchia è in festa”, ha titolato un giornale comunista italiano. Hanno esposto le bandiere, hanno chiuso i negozi, hanno arrestato gli oppositori, hanno soppresso tutti i giornali, tranne quelli del nuovo regime.

Però, che festa!

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Portato in questura per furto, un tizio è stato trovato in possesso di quattro tessere di partiti diversi, intestate a suo nome. Si è giustificato dichiarando che “in politica voleva essere equidistante”.

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La lista del PSLI è stata ricevuta “con riserva” dall’Ufficio elettorale perché è stata presentata con un minuto di ritardo. Fra una decina di giorni si saprà la decisione finale di accoglimento o di rigetto.

Sembra strano che per un minuto di ritardo vengano presi provvedimenti severi in un Paese in cui persino la  proclamazione della Repubblica è stata ritardata di alcuni giorni dalla Corte di cassazione.

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In un comizio del MSI, l’oratore ha esaminato brevemente gli avvenimenti degli ultimi anni e ha concluso che “non valeva davvero la pena di farci liberare per certe novità”.

Le novità sarebbero la Repubblica parlamentare e la libertà di opinione.

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Il discorso di Truman ha riscosso ampi consensi in tutto il mondo. Nel Regno Unito Attlee e Churchill hanno dichiarato di essere soddisfatti. In Italia anche De Gasperi e Bonomi lo sono. Perfino le sinistre sembrano, da parte loro, soddisfatte, avendo rilevato che “Truman ha destato l’impressione di penosa  debolezza”.

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Una troupe di cinematografari girava un film sulle Montagne Rocciose. Per essere sicuri di poter lavorare durante tutto il giorno, la mattina si recavano dal capo tribù, che alloggiava sotto le tende con i suoi nelle vicinanze. Il Gran capo gli dava le informazioni meteorologiche esatte.

Una mattina, rispose che non poteva dare le previsioni. “Come mai?”, gli fu chiesto. “Oggi – rispose – la radio non mi funziona”.

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Ogni domenica mattina la nonna ascoltava il discorso del papa in ginocchio, ma da qualche tempo si inginocchiava solo all’ultimo, al momento della benedizione finale. “Come mai non stai sempre in ginocchio come una volta?”, le chiese il nipote. “È che – rispose la pia donna – da un po’ di tempo il papa parla come De Gasperi”.

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Massimo Bontempelli scrive sull’Unità che “l’atto di iscrizione a un partito ha in sé qualcosa di religioso”.

La prima volta che sentì quest’afflato si iscrisse al partito fascista, adesso al partito comunista. Può darsi che quanto prima si iscriverà alla Democrazia Cristiana, specie se il Fronte Popolare perderà le elezioni.

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I giornali di sinistra, fra cui Repubblica, sono stati i propugnatori della lotta contro la pornografia. L’altro ieri la polizia ha sequestrato presso due librerie romane alcune riviste pornografiche. Stamattina Repubblica ha dato ampio spazio alla notizia, pubblicando anche sei illustrazioni pornografiche, di quelle sequestrate.

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In un settimanale napoletano si legge: “18 aprile: vota per il Re. Soltanto così potrai difendere il tuo lavoro, la tua casa, la tua famiglia, la tua tranquillità, la tua religione”. Il settimanale napoletano si chiama La parola del fesso.

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L’on. Giannini in un suo discorso ha dichiarato che la scarsezza di mezzi non ha consentito al partito di affiggere più di dieci manifesti. Mentre continuava a parlare, un aereo ha sorvolato a bassa quota la piazza e ha lasciato cadere migliaia di manifestini colorati del partito.

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Repubblica ha pubblicato un articolo in cui si descrive la morte gioiosa per fucilazione di un gruppo di partigiani greci catturati dalla milizia. La foto, sotto il titolo, ritrae una dozzina di uomini e donne in fila sorridenti.

Alcuni giorni dopo l’Ambasciata di Grecia ha precisato che quelle persone si accingevano a ballare il tipico Sirtaki.

Notizie dal 1947

In un bar di piazza di Spagna si discute di letteratura e delle Lettere dal carcere di Gramsci. Viene chiesto a Panfilo Gentile, scrittore, giornalista e filosofo:

“Lei che ne pensa?”

“Non penso nulla”, risponde.

“Come nulla? Non conosce le Lettere di Gramsci? Non le ha lette?”

“Come tutti i gentiluomini, non leggo mai le lettere non indirizzate a me”.

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Durante l’anno la provincia di Napoli ha speso 560 milioni di lire per acquisti di fuochi d’artificio. Sembra strano che la guerra sia stata persa anche per carenza di polvere da sparo.

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Non passa settimana senza che vengano pubblicate le confessioni di Mussolini. Quasi tutte sono false, ma le pubblicazioni hanno successo. Un giornalaio stamattina gridava in piazza: “Le ultime confezioni di Mussolini!”.

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All’Assemblea Costituente

1. L’on. Lussu ha detto che “il Senato è l’occhio destro della Nazione. Quest’occhio si è ammalato e potrebbe trasmettere il male all’altro occhio, cioè alla Camera”.

Finito l’intervento, Lussu si è seduto, si è tolto gli occhiali e ha pulito i vetri.

2. L’on. Ambrosini sosteneva il bicameralismo. L’on. Lussu lo ha interrotto per esprimere la sua contrarietà: “Che bicameralismo! Poteva andare bene ai tempi del biplano, ma oggi abbiamo il monoplano”.

Nuove ipotesi si fanno sulla struttura del Parlamento: forse avremo un Senato a quattro motori e una Camera da caccia.

3. Gli onorevoli hanno approvato quasi all’unanimità il raddoppio dei loro emolumenti: da trentamila lire al mese a sessantamila lire.

Dato che erano quasi tutti d’accordo, era inutile tirare sul prezzo.

4. Il leader dell’Uomo Qualunque ha raccontato la storiella del pappagallo. Prima della guerra civile spagnola, in una famiglia di tradizioni monarchiche un pappagallo era stato addestrato a dire: “Viva el rey!”.

Scoppiata la guerra civile, quando a casa venivano persone in odore di comunismo, il pappagallo era subito nascosto sotto le vesti della nonna. Una volta, due volte capitò la cosa, senza problemi. Ma alla terza, il pappagallo, infastidito e sfinito, fece sentire il suo grido: “Prefiero la muerte, viva el rey!”.

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Il generale Prasca, dopo la sconfitta in Grecia, si dà al giornalismo e si interessa dei pensionati. Si può dire che il generale salta di palo in Prasca.

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Di fronte a una folla di fedeli, San Gennaro ha fatto il miracolo: la liquefazione del sangue.

A Napoli non funziona quasi niente e gli scandali dilagano, ma il miracolo San Gennaro non può farlo mancare.

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In Valle d’Aosta i contrabbandieri sono scesi a protestare in piazza contro le zelanti attività di controllo della Guardia di finanza. A Palermo i panificatori protestano contro i provvedimenti del governo che impongono di usare solo farina di grano per fare il pane. A Roma i tassisti sono scesi in sciopero per la pretesa delle autorità municipali di controllare i tassametri. A Napoli scenderanno in sciopero i ladri d’appartamento, ostacolati in città dal ritorno degli sfollati dopo la fine della guerra.

Tutte queste proteste danno all’estero un quadro a fosche tinte della società italiana.

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Gli Alleati hanno messo in vendita a prezzi interessanti decine di migliaia di giarrettiere, busti elastici e reggiseni particolarmente resistenti, che usavano le truppe femminili durante l’occupazione.

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I commentatori politici lamentano “la politica da salotto”.

Ma che male c’è? Sempre i discorsi seri sono stati affrontati nelle sale o nei salotti. Il pericolo è che si cominci a farli in cucina, o nei ripostigli o nei gabinetti.

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Si chiede al Comune di Roma di misurare la capienza delle piazze per evitare cifre inattendibili dopo le manifestazioni.

Piazza Navona, per esempio, ha una capienza di 30.000 persone o di 150.000? Il comunicato del PCI, dopo una manifestazione, si è attenuto al giusto mezzo: 75.000 cittadini.

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Una mattina Nenni legge sul giornale che i comunisti e i socialisti romani si sono fusi. Non avendone avuto notizia prima, telefona a Togliatti per chiedergli lumi.

“Stai tranquillo – rispose l’amico e avversario – leggi meglio. Si tratta dei partiti rumeni.”

Era così.

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Da un manifesto elettorale: “Votate, votate per noi, ma votate!”.

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Un nutrito gruppo di scienziati russi ha fatto sapere, su una rinomata rivista scientifica, che il telegrafo senza fili è stato inventato dal russo Popov, non da Marconi. Alla notizia, un certo disorientamento è stato registrato negli ambienti ministeriali e anche all’Accademia della Crusca. I marconigrammi inviati fin dal 1908 devono considerarsi falsi? E in futuro dovrebbero essere chiamati poponigrammi?

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A Roma ci saranno le elezioni  comunali. Data la scarsa propensione dei romani alla legalità e all’ordine, qualcuno pensa che si potrà fare a meno di avere una nuova amministrazione. Si potrà tentare quando i cittadini la meriteranno.

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A Cardarelli, sommo poeta, fu chiesto di iscriversi al Partito Comunista. “Non mi iscrivo – rispose – perché ho più fiducia nell’atomo che nella cellula”.

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L’on. Mazza si è dimesso dal Fronte dell’Uomo Qualunque e ha indirizzato al fondatore una lettera in cui, tra l’altro, afferma: “… io entrai in codesta sua casa [movimento dell’Uomo Qualunque] e credetti fosse la mia, fra uomini che considerai parenti consanguinei, perché le idee sono il sangue dei partiti. Oggi mi è toccato apprendere che i deputati sono dei passanti che si incontrano…”.

C’è davvero da piangere.

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Sempre lo stesso gruppo di scienziati russi che aveva rivendicato al russo Popov l’invenzione del telegrafo senza fili, ha stavolta rivendicato a un loro collega russo, di nome Tsiolkovsky, l’idea di un bolide a razzo per viaggi interplanetari.

Continuamente gli scienziati russi  affermano la loro supremazia nelle nuove scoperte. Forse presto sapremo chi ha inventato per primo l’ombrello e anche la pioggia.

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Si apprende che l’on. Benedettini ha accettato la presidenza del nuovo Partito del Lavoro. Ancora il nome non è stato definito. Le proposte e i suggerimenti durano da mesi. Qualcuno per questo ha suggerito di dargli nome Partito Nazionale della Fatica. In sigla diventerebbe PNF, che però appare uguale alla sigla del Partito Nazionale Fascista e, anche, potrebbe in sigla essere confuso con una parola popolaresca e volgare.

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Il ministro Fanfani, annunciando la fine dello sciopero dei gasisti: “Fra un’oretta potremo avere il caffè caldo!”. Era ora. Tutto può mancare, ma il caffè caldo no!

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Malaparte ha osservato che “tornando in Patria gli esuli antifascisti hanno trovato un’Italia ben differente da quella che avevano lasciato”.

Tra l’altro, quando andarono via lasciarono Malaparte fascista; tornando lo ritrovarono comunista.

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Al Congresso Liberale:

1. L’on. Bellavista sostiene che non è necessario essere molti, ma buoni. E cita l’esempio delle Termopili.

L’on. Lucifero osserva che “quei trecento eran giovani e forti, ma sono morti.” Ha confuso Leonida con Pisacane.

2. Panfilo Gentile, filosofo e politologo, da par suo sostiene che il partito può essere composto da due persone e adatta a tal fine due versi di Dante: “Libertà vo’ cercando ch’è sì cara come sa chi per lei voti rifiuta.”

L’on. Corbino ha detto che la burocrazia, nell’operazione di distribuzione di generi alimentari, consuma più calorie di quante ne distribuisce”.

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In Francia, le ballerine hanno proclamato lo sciopero per avere retribuzioni appropriate. Consce però della necessità di tenersi in allenamento, hanno deciso di continuare le prove.

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Gli addetti agli stabilimenti di Oak Ridge, negli Stati Uniti, hanno proclamato lo sciopero. A Oak Ridge si costruiscono le bombe atomiche. Se lo sciopero sarà accolto, con l’aumento delle paghe, le bombe atomiche costeranno di più.

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In un affilato paragone con il Partito Liberale,  l’on. Bellavista ha ricordato il rasoio del nonno. Dopo la morte del nonno fu necessario sostituire la lama. In seguito a rottura, fu anche sostituito il manico. Ma il rasoio era sempre considerato con rispetto, essendo “quello del nonno”.

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Risorgimento Liberale, organo del Partito Liberale Italiano, intende rinnovare la sua forma. Le malelingue avversarie ipotizzano che, al posto degli articoli di fondo, appariranno quelli di latifondo.

A che punto siamo in Iran?

Dopo un mese si possono trarre alcune probabili conseguenze.

La guerra è stata scatenata dall’attacco degli Stati Uniti e di Israele al territorio iraniano. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’attacco è stato illegittimo: nessuno Stato può assalire un altro Stato. Ma, spesso, le regole internazionali non impediscono l’inizio delle guerre, perché ogni guerra trova una propria giustificazione, che può anche non rientrare nelle norme codificate. Nel caso dell’Iran, la possibilità che Teheran possa dotarsi presto della bomba nucleare, nonostante precedenti accordi aggirati o disattesi, è uno dei motivi per cui si può sostenere che l’intervento armato di Stati Uniti e Israele sia opportuno. Chi vorrebbe la teocrazia iraniana munita di armi nucleari?

Stati Uniti e Israele, però, avrebbero anche potuto far finta di niente: loro, le armi nucleari già le possiedono, e altri Paesi ne sono dotati nel mondo. Un Paese in più o in meno, in quest’ambito, che cosa cambierebbe?

Ma la guerra è ormai in corso da un mese e, prima o poi, dovrà concludersi. Come può avvenire?

Il regime di Teheran sta mostrando di poter resistere. La rivolta popolare non c’è stata. Le forze armate, benché colpite ogni giorno, hanno ancora missili e droni per difendersi e anche per attaccare. Inoltre stanno coinvolgendo, nella loro lotta disperata, altri Paesi del Golfo, esercitando così una pressione indiretta sugli assalitori.

Donald Trump ha investito tutto il suo prestigio nell’azione bellica. Se non apparirà vincitore, raggiungendo gli obiettivi iniziali, perderà la faccia sia sul piano interno sia su quello internazionale. Il ritiro delle sue forze dal Golfo, senza una vittoria e persino senza una sconfitta formalmente riconoscibile, peserebbe come un macigno sull’opinione pubblica americana e internazionale.

Allora non gli resterebbe che continuare gli assalti con maggiore intensità, fino a ipotizzare anche operazioni di terra, nel tentativo di provocare il collasso del regime teocratico. Solo in quel momento potrebbe risalire nelle quotazioni di gradimento. Altrimenti resterebbe, per gli altri due anni e mezzo di mandato, la classica anatra zoppa.

Trump sembra indeciso, a giudicare dalle sue dichiarazioni contrastanti. Anche i suoi collaboratori più stretti danno l’impressione di oscillare.

Il tempo della decisione, se davvero si vuole chiudere la guerra, è arrivato. Non è più possibile ritardare. Altre tensioni belliche, del resto, si profilano in Estremo Oriente, dove resta aperto il nodo di Taiwan (Formosa) di fronte alla Cina.

Ilaria Salis europarlamentare a letto

Sono finiti i tempi di quando Ilaria Salis era una comune cittadina, combattente antifascista e sfascista nelle pubbliche manifestazioni. Allora poteva camuffarsi e, se le andava bene, non veniva riconosciuta dalle forze dell’ordine.

Poi è successo che è stata incarcerata in Ungheria ed è stata liberata per essere stata eletta al Parlamento europeo. La sua notorietà è diventata enorme ed è rimasta anche schedata nei registri delle polizie europee.

La sua possibile clandestinità è finita e ogni suo movimento è seguito dalle forze dell’ordine. Le polizie dell’UE hanno una rete comune per segnalarsi vicendevolmente gli spostamenti delle persone ritenute pericolose per l’ordine pubblico. Anche se sono state elette parlamentari, ciò non le cancella dai registri e, pertanto, quando ha preso alloggio a Roma, i poliziotti sono andati a controllare se avesse con sé quei soliti strumenti di difesa e offesa che costituivano il suo bagaglio preferito.

A Roma, sul tardi della mattinata, era prevista una manifestazione antifascista internazionale.

Un normale controllo di polizia ha fatto gridare allo scandalo. Gli onorevoli Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno dichiarato che così si violano i sacrosanti diritti alla privacy, stabiliti dai padri costituenti. «Bisogna pensarci due volte – hanno continuato – prima di bussare alla camera di albergo dove una rappresentante del popolo dorme ancora con il suo assistente politico e personale».

Sembra, in effetti, a molti eccessivo che una giovane donna, all’inizio della maturità, non possa più esercitare tranquillamente la propria vita privata senza essere esposta al pubblico ludibrio. I giornali di destra, invece di dar conto della sua intenzione di partecipare alla manifestazione, hanno sfornato paginate sulla sua relazione intima.

Gli onorevoli Fratoianni e Bonelli hanno chiesto al ministro dell’Interno di recarsi in Parlamento a riferire e chiarire.

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Le votazioni dannose

Se non fosse per la necessità, imposta dalla legge, di convocare le elezioni amministrative ogni cinque anni, a Marsala si potrebbe fare a meno di rinnovare gli amministratori comunali, sindaco incluso.

I dirigenti, i responsabili dei servizi, gli operai, questi resterebbero in servizio fino alla pensione e, se necessario, si potrebbe procedere a nuove assunzioni a mano a mano che i più anziani vadano in pensione. Restando alla guida della città solo i dirigenti, coordinati dal commissario straordinario inviato dalla Regione, si potrebbe avere, anzi sicuramente si avrebbe, una migliore manutenzione dell’esistente e maggior cura dell’ordinaria amministrazione pubblica. Difficilmente al commissario verrebbe in mente di proporre progetti grandiosi. Si sa che i commissari vengono mandati nei comuni per l’ordinaria amministrazione. Né si può pensare che i dirigenti comunali vogliano sobbarcarsi lavori nuovi, oltre quelli strettamente necessari.

Con quest’andazzo le casse comunali si rimpinguerebbero, sia per i minori investimenti, sia per le minori spese pazze degli amministratori elettivi. Per esempio, non si farebbero opere “provvisorie”, come il Giardino di Giulia, costate, tra realizzazione e smontaggio, un sacco di soldi. Nemmeno si penserebbe di fare le inutili piste ciclabili di cui i vecchi amministratori hanno intasato le già asfittiche vie. E nemmeno il commissario penserebbe di fare un nuovo teatro, quando è noto che il Comune non riesce a gestire il vecchio Teatro Comunale e nemmeno ha il personale per aprire il Museo degli Arazzi.

Marsala potrebbe benissimo vivere senza rinnovo degli amministratori comunali per almeno un lustro. Dopo, si potrebbe tentare di eleggere nuovi amministratori, sperando che siano migliori dei vecchi, essendo passati quindici anni e venuti su i giovani, speranza del nostro futuro.

Quattro modi di perdere l’uomo

C’è stato un momento, tra fine Ottocento e primo Novecento, in cui il romanzo ha smesso di raccontare il mondo e ha cominciato a inseguire un fantasma: l’uomo.

Marcel Proust lo cerca nel passato, come si cerca una chiave smarrita sotto il divano del tempo. Crede ancora che qualcosa si possa salvare: basta ricordare bene, scrivere meglio, e il caos prende forma. È l’ultimo aristocratico della coscienza: elegante anche quando affoga.

James Joyce, invece, apre il cranio e ci infila dentro il lettore. Niente più storia, solo pensiero in diretta, senza filtri, senza pudore. Non racconta: trasmette. È il primo a capire che la mente non può essere raccontata, ma sentita come un rumore di fondo.

Poi arriva Italo Svevo, e con una calma quasi burocratica ti dice: guardate che siete malati. Non tragici, non eroici: semplicemente inetti. L’uomo moderno non agisce, si giustifica. Non vive, si analizza. E soprattutto: mente.

Infine Louis-Ferdinand Céline spegne la luce. Niente memoria, niente coscienza, niente analisi: solo fango. Il linguaggio si rompe, la realtà si deforma, l’uomo si riduce a una smorfia. Non c’è più niente da capire, perché non c’è niente da salvare.

Messi in fila, sembrano una parabola discendente: prima si crede nella memoria,
poi si affoga nella mente, poi ci si scopre malati, infine si ride — male — nel buio.

Il Novecento non nasce: deraglia. E loro quattro sono il referto.

Prust e il tempo che ricomincia quando finisce

Di Marcel Proust si citano sempre due cose: la madeleine e la lunghezza.
Ma in realtà la cosa è più complicata.

All’inizio, in Dalla parte di Swann, c’è un uomo che non dorme. Sta lì, nel letto, e il tempo gli si scompone addosso. Non sa più dove è stato, chi è, dove finisce il sogno e dove comincia il ricordo. E torna all’infanzia: il bacio della madre, atteso come una grazia. Già si capisce che l’amore, da queste parti, non sarà mai una cosa semplice.

Infine, la famosa madeleine. Un dolcetto nel tè — e il passato gli salta addosso intero, senza invito. Non è lui che ricorda: è il ricordo che decide.

Nel mezzo, come un avvertimento, c’è Swann, che si innamora, soffre, si rovina.
E quando tutto finisce capisce una cosa devastante: non era nemmeno il suo tipo.

Ne Il tempo ritrovato, dopo sei libri di tempo perduto, si arriva alla fine senza consolazione. Le persone sono cambiate, invecchiate, quasi irriconoscibili. Il tempo non è passato: ha lavorato.

E succede una cosa strana. L’iniziale madeleine assaporata, se ne materializzano altre molte, simili e diverse, piccoli urti della realtà che riaccendono il passato.

E allora il protagonista capisce: il tempo non si recupera vivendo. Si recupera scrivendo. La vita che ti è sfuggita può tornare trasformata. Il resto, circa duemila pagine, servono solo a dimostrarlo.

Proust e il segreto peggiore

Di Marcel Proust si dicono molte cose: il genio, lo stile, le frasi interminabili.
Si dice meno, o si dice male, del resto: la sua omosessualità. Non perché fosse un mistero, ma perché era una di quelle verità che, all’epoca, si dovevano gestire, non dichiarare. Proust non era un militante, non faceva bandiere. Faceva una cosa più sottile: trasformava.

Nella “Alla ricerca del tempo perduto” molti amori sono mascherati. Uomini diventano donne, desideri cambiano genere, le storie si travestono. Non per pudore letterario, ma per necessità sociale. E anche, forse, per un gusto personale: complicare ciò che è già complicato.

Il risultato è curioso: l’omosessualità è ovunque, ma mai completamente allo scoperto. E quando emerge, non è mai rassicurante. È fatta di gelosia, controllo, sospetto. Più che libertà, somiglia a una prigionia elegante.

Proust non difende, non accusa. Osserva. E nel farlo smonta sia l’ipocrisia sociale sia quella privata. Alla fine resta una sensazione un po’ scomoda: che il problema non sia quello che si desidera, ma quanto si è disposti a dirlo — e a dirselo.

E su questo, ieri come oggi, non siamo migliorati molto.

Marcel Proust

C’è uno, Marcel Proust, che ha passato la vita chiuso in una stanza a scrivere frasi lunghissime su una cosa che non si può fermare: il tempo. Eppure da lì è uscito “Alla ricerca del tempo perduto”, uno dei libri più importanti di sempre.

La sua scoperta è semplice: il passato non lo richiami, ti sorprende. Basta un odore, un sapore, e ti ritrovi altrove, senza volerlo. La memoria non obbedisce, colpisce.

Intanto intorno c’è il teatro sociale: aristocratici, salotti, apparenze. Tutti recitano. Lui osserva e smonta.

E l’amore? Non consola: complica. È fatto di gelosia, immaginazione, fraintendimenti.

Alla fine resta una verità: la vita la capisci dopo. Quando è già passata. E allora scrivere diventa l’unico modo per rimettere insieme i pezzi.

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Diciamolo: Marcel Proust oggi verrebbe scartato da qualsiasi editor con un “troppo lungo, troppo lento, troppo tutto”. Uno che scrive migliaia di pagine su ricordi, sensazioni, dettagli inutili. E invece ha scritto “Alla ricerca del tempo perduto”, cioè un libro che ancora ci riguarda.

Il punto è che Proust fa esattamente il contrario di quello che si pretende oggi: non semplifica, non accorcia, non rende “veloce”. Scava. E trova che la memoria non è sotto controllo, l’amore è una nevrosi elegante e la società è una recita permanente.

Oggi vogliamo tutto subito, chiaro, digeribile. Proust invece ti costringe a rallentare, e quindi a pensare. Ed è proprio per questo che dà fastidio.

Perché alla fine ti mette davanti a una verità semplice: non vivi davvero mentre vivi. Capisci dopo. E spesso troppo tardi.

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Marcel Proust (1871–1922), scrittore francese, nasce a Parigi in una famiglia borghese colta: padre medico affermato, madre raffinata e determinante per la sua formazione. Fin da giovane soffre di asma, che ne condiziona la vita, rendendolo incline all’isolamento. Dopo studi brillanti ma senza una direzione precisa, frequenta ambienti aristocratici e salotti letterari, costruendo più relazioni che opere. Il suo esordio, I piaceri e i giorni, passa quasi inosservato.

Per anni appare un autore incerto, diviso tra mondanità e ambizioni letterarie. Solo dopo la morte dei genitori si ritira progressivamente dalla vita sociale. Traduce Ruskin, scrive saggi, abbozza progetti incompiuti. Intorno ai quarant’anni avvia il lavoro che lo definirà: “Alla ricerca del tempo perduto”.

Scrive in condizioni fisiche precarie, soprattutto di notte, isolato. Il primo volume viene inizialmente rifiutato dagli editori. Il riconoscimento arriva tardi, con il premio Goncourt nel 1919. Muore nel 1922, senza aver pubblicato interamente l’opera, che verrà pubblicata in parte postuma.

Più che un uomo d’azione, Marcel Proust resta uno scrittore che ha trasformato l’inattività, la malattia e l’ossessione per il ricordo nel centro della propria letteratura.

La ministra dimissionata

Con le dimissioni forzate della ministra Daniela Santanchè è stato ribaltato, anche stavolta, il principio costituzionale della non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Non è il primo caso che avviene; a volte è capitato per gli esponenti di destra, altre volte per gli esponenti di sinistra. La Costituzione, da tutti sempre invocata, viene stravolta nelle interessate interpretazioni. In questo caso, non è nemmeno un’interpretazione sbagliata, ma la violazione pura e semplice di un articolo, il 27.

Anche in questo caso conviene ribadire quel che è ovvio, senza speranza che in futuro possa succedere di meglio e diverso.

Nessuno può essere considerato colpevole fini a sentenza definitiva. Quindi, per i padri costituenti era chiaro che senza l’accertata colpevolezza non si potesse limitare l’attività di nessuno. La ministra dimessa ha nei suoi confronti alcuni procedimenti penali e civili, ma ancora la magistratura non ha emesso su di lei sentenze definitive. Pure, è stata costretta a dimettersi e abbandonare quell’incarico che le era stato conferito dal presidente della Repubblica dietro proposta del capo del governo.

Si tratta anche di un affronto al popolo sovrano, della cui sovranità tutti si riempiono la bocca, salvo dimenticarsene quando fa comodo. La dimissionaria aveva il doppio incarico di parlamentare, eletta direttamente dal popolo, e ministra, nominata dal presidente della Repubblica. Il popolo sovrano due volte, in questo caso, ha subito uno schiaffo. Un suo rappresentante è stato reso inagibile disapplicando la prescrizione costituzionale.