Di Marcel Proust si citano sempre due cose: la madeleine e la lunghezza.
Ma in realtà la cosa è più complicata.
All’inizio, in Dalla parte di Swann, c’è un uomo che non dorme. Sta lì, nel letto, e il tempo gli si scompone addosso. Non sa più dove è stato, chi è, dove finisce il sogno e dove comincia il ricordo. E torna all’infanzia: il bacio della madre, atteso come una grazia. Già si capisce che l’amore, da queste parti, non sarà mai una cosa semplice.
Infine, la famosa madeleine. Un dolcetto nel tè — e il passato gli salta addosso intero, senza invito. Non è lui che ricorda: è il ricordo che decide.
Nel mezzo, come un avvertimento, c’è Swann, che si innamora, soffre, si rovina.
E quando tutto finisce capisce una cosa devastante: non era nemmeno il suo tipo.
Ne Il tempo ritrovato, dopo sei libri di tempo perduto, si arriva alla fine senza consolazione. Le persone sono cambiate, invecchiate, quasi irriconoscibili. Il tempo non è passato: ha lavorato.
E succede una cosa strana. L’iniziale madeleine assaporata, se ne materializzano altre molte, simili e diverse, piccoli urti della realtà che riaccendono il passato.
E allora il protagonista capisce: il tempo non si recupera vivendo. Si recupera scrivendo. La vita che ti è sfuggita può tornare trasformata. Il resto, circa duemila pagine, servono solo a dimostrarlo.