L’Adamo va a Sappusi

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La candidata sindaca di centrodestra, Giulia Adamo, si è recata alla contrada Sappusi, zona nordoccidentale del territorio marsalese. La campagna elettorale stringe e bisogna tentarle tutte, con le promesse e i buoni propositi, pure nelle periferie, come questa, tendenzialmente di sinistra.

La signora si è presentata in un cappottino primaverile rosso, consigliato dal suo armocromista sia perché le dona come colore, sia perché sintonizza con il fondamentale colore dell’anima politica dei sappusari.

Nei due anni e rotti mesi della precedente sua sindacatura, roba di quasi quindici anni fa, una grande opera era stata avviata o consentita dalla sua amministrazione: il rifornimento di carburanti – benzina, gasolio e gas – in prossimità della curva della provinciale che porta a Trapani. L’opera è stata conclusa sotto l’amministrazione successiva di centro sinistra, guidata dal sindaco Alberto Di Girolamo. Come si vede, il cambio di colore politico dell’amministrazione cittadina non influisce sulle scelte sbagliate, ma le completa.

L’area di rifornimento di carburante fu allora e in seguito contestata per diversi motivi: 1. le associazioni ambientaliste consigliavano di impiantare le nuove aree di servizio lontane dai centri abitati; 2. gli urbanisti, da parte loro, sconsigliavano di impiantarle in prossimità di curve.

Ignorando proteste e prescrizioni, l’allora amministrazione Adamo fece di tutto per avviare l’opera. Come sempre accade, cosa fatta, capo ha, e non se ne parlò più che saltuariamente per criticare le cattive scelte pubbliche.

Adesso che, in prossimità delle elezioni amministrative del 24/25 maggio prossimo, servono i voti anche delle periferie, la candidata si è recata coraggiosamente fra quelle case economiche e popolari. La gente ad ascoltarla non era molta, ma il tentativo di convincerli è stato fatto, risfoderando le solite frasi dal repertorio pubblico: riparazioni, pulizia, rigenerazione, ascolto e operosità. La poca gente sembrava non molto convinta, tanto che l’Adamo si è battuta lei stessa le mani per invogliare a copiarla. Il suo discorso davanti alla telecamera ha avuto un’interruzione e il video è saltato momentaneamente in alto per un improvviso rumore di prolungata frenata e botta di lamiere, conseguenza di uno dei soliti incidenti sulla curva. Ma è stata roba di una manciata di secondi. La candidata ha continuato a perorare come nulla fosse. Uno degli astanti ha mormorato al vicino: “Speriamo non ci siano morti”.

Avendo promesso quel che si era appuntato in mente, la bionda candidata ha chiuso con un nuovo applauso di incoraggiamento e mentre stringeva alcune mani di coloro che sperano in un posto al comune, stava salendo sulla vettura per andarsene. Quando uno scoppiettio, come di fuochi saltellanti, seguito da un enorme boato, ha fatto scappare tutti. A un paio di centinaia di metri in linea d’aria, si è notato come un fungo di fumo e fiamme sprigionarsi dal suolo, precisamente dall’area di servizio saltata in aria. Uno scontro tra un’auto che veniva dalla Spagnola e un’autocisterna che entrava nell’area di rifornimento, procurando una fuoruscita di benzina e una scintilla, aveva prodotto il disastro.

Ancora non si sa se tra i partecipanti alla riunione politica ci siano stati feriti, né si conosce la sorte della candidata.

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Hanno arrestato Garibaldi

Giuseppe Garibaldi Franck Franu00e7ois Marie by thegetty is licensed under CC-CC0 1.0

Da alcuni anni il mezzobusto di Giuseppe Garibaldi, a Porta Nuova, aveva mostrato, in giorni della prima decade di maggio, leggeri movimenti, interpretati come sforzi dagli allucchuti passeggiatori. Che avevano riferito a parenti e amici; qualcuno era andato anche in caserma a denunciare. Le voci, però, non erano state verificate, ritenute frutto di fantasie primaverili di cittadini intrisi di storie antiche e moderne, che avevano nel sangue e mischiavano facilmente fantasie e realtà. Come avveniva nelle campagne elettorali, in cui i contendenti promettevano mare e monti senza selezionare quel che veramente si sarebbe potuto fare e quel che inevitabilmente sarebbe rimasto lettera morta.

 Il 10 maggio 2026, però, il mezzobusto di Garibaldi è stato visto scendere dal basamento e, fornito di gambe, fare esercizi di riscaldamento sul largo marciapiede.

 Rimessosi in sesto, aggiustate le falde della rossa camicia dentro i pantaloni marrone di fustagno, si è diretto, come a conoscenza dei luoghi, verso il palazzo Spanò, sul cui muro sta la targa che commemora il suo ritorno a Marsala nel 1862 e il suo discorso, pronunciato dal balcone conosciuto come quello di “O Roma o morte”. Come realmente avvenne, la presa di Roma, il 20 settembre 1870. Roma papalina fu presa e nessun morto per questo ci fu. Tranne un cane di guardia alla porta sbrecciata di Porta Pia, già malandata di suo e vieppiù abbattuta da un paio di cannonate. Ma questi sono fatti successivi.

A Marsala, ieri mattina, 10 maggio 2026, il generale ha bussato al portone di palazzo Spanò facendosi riconoscere dai proprietari che invece non lo hanno subito riconosciuto, essendo nel frattempo cambiati. Di fronte all’illustre visitatore, comunque, i nuovi proprietari, appartenenti all’emergente borghesia, hanno fatto la dovuta accoglienza e lo hanno messo a proprio agio offrendogli una ricca colazione agreste a base di fave verdi, tumazzu poco stagionato e grillo paglierino, oltre  all’acqua fresca che lui predilige, come si legge nei libri di storia.

Questa volta l’eroe dei due mondi non ha chiesto di dormire dopo aver mangiato, come aveva fatto la volta precedente e come di solito faceva in ogni casa in cui andava a mangiare. Stavolta, che il riposo sul piedistallo era durato più di un secolo e mezzo, il generalissimo aveva voglia di fare. Ha preso l’iPhone e ha telefonato al suo amico Abele [Damiani, ndr] invitandolo a venire da lui e di rintracciare e far venire gli amici di un tempo, Andrea [D’Anna del Canneto, ndr], Claudia Oneto e il barone Grignani, oltre che i picciotti che a loro si erano uniti dopo lo sbarco.

 I mille garibaldini, sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860, non hanno potuto essere convocati, essendo tutti morti. I pochi superstiti marsalesi, riuniti con il loro duce a palazzo, hanno fatto una specie di dibattito o confronto di idee sulla situazione attuale della patria. Ciascuno ha informato gli altri e tutti hanno concluso che la situazione era indiscutibilmente peggiorata. La realtà non aveva più niente in comune con le speranze di rinnovamento degli inizi dell’Unità. Anzi, hanno concordato che c’era da rimpiangere l’oscurantista regno borbonico.

Coraggiosi come sono, hanno deciso di tentare una nuova insurrezione popolare, spodestare l’amministrazione comunale, dichiarare la Nuova Repubblica e partire come la prima volta per la nuova unificazione italiana. Hanno deciso che l’indomani mattina (oggi, per chi sta leggendo) avrebbero fatto prigioniero il sindaco. Dal loggiato di palazzo VII Aprile Garibaldi avrebbe arringato la folla.

Finita la riunione cospirativa, in gruppo, che sembrava una compagnia di saltimbanchi o squadra di cinematografari, hanno girato per la città. Arrivati alla piazza del cosiddetto monumento ai Mille, all’anziano condottiero è venuta la necessità di fare urgentemente i bisogni. Pensando che quel magazzino seminterrato del monumento fosse un grande gabinetto di decenza, è sceso sotto e, abbassati in fretta e furia i pantaloni, ha fatto abbondantemente all’angolo a destra dopo la vetrata. Gli altri, che pure conoscono che non di un gabinetto si tratta ma di un monumento, per rispetto non lo hanno frastornato, anzi anche loro, per non farlo sentire solo, sono andati sotto, chi a urinare, chi a defecare.

I vigili urbani, che, non visti, seguivano il gruppo capitanato dal biondo eroe, vedendoli scomparire tutti dentro il monumento, si sono avvicinati al bordo e sono rimasti nauseati dalla puzza che saliva. Per spirito di dovere, sono scesi a controllare e, vista l’indecenza, hanno chiamato i carabinieri per rinforzo. Tutti i garibaldini, Garibaldi compreso, sono stati arrestati.

È finita così la possibilità di rinnovare di nuovo l’Italia, dopo che era stata rinnovata la prima volta nel 1860, la seconda volta con le leggi fascistissime nel 1925 e la terza volta con il referendum istituzionale nel 1946. Qualcuno ha osservato che rinnovare l’Italia è inutile e tanto vale non provarci più.

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La Venere Callipigia-candidata

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In un’assolata giornata primaverile, dentro il Parco Archeologico di Marsala, si è materializzata una figura, che, in un primo momento, è apparsa ai frastornati operai come una statua ma leggera che aleggiava a un metro da terra. Stropicciati gli occhi, per vederci meglio, i quattro hanno visto che l’apparizione procedeva dalla corte del Baglio, per l’uscita posteriore, verso il decumano massimo. Lungo il vialetto che la sequela dei direttori del parco, aggiungendo sforzi a tentativi, era riuscita a realizzare – unica opera nuova, essendo il decumano vetusto di 2400 anni –, gli operai si sono avviati curiosi dietro l’apparizione, lasciando i posti al fresco dove fino all’ora di chiusura sarebbero rimasti. E hanno assistito a una metamorfosi della favolosa apparizione. Da quasi statua in movimento, simile alla Venere Callipigia del museo, a mano a mano, anzi a piede a piede che procedeva, andava coprendosi con vestimenti leggeri e colorati di fattura contemporanea: jeans aderenti sulle gambe, parzialmente coperti a fior di natiche da una giacca rosso melograno sopra una candida camicetta di seta, al collo un foulard di Marinella. Nel trapasso dal bianco marmoreo della statua ai colori vivaci sul corpo, anche il suo viso, per quel che si poteva vedere, sembrava cambiare fisionomia e passare dai lineamenti severi e senza tempo di tutte le statue all’empatia amichevole di donna in carne e ossa. I suoi capelli, dapprima attaccati in blocco duro al capo, al collo e alle spalle, come in tutte le Veneri Callipigie, diventarono a poco a poco biondi e leggermente radi per l’età non più primaverile della donna.

Interrogati la sera dai carabinieri, gli operai hanno testimoniato che la figura prese, prima di arrivare alla tangente del Decumano, l’aspetto verisimile della candidata sindaca Giulia Adamo. Intanto, nell’ultimo tratto del percorso, era scesa al livello della terra, procedendo sinuosa ma ormai poggiando i piedi calzati di ballerine.

Scambiandosi sottovoce opinioni, i quattro dipendenti regionali concordarono che la confusa apparizione si era trasformata nella candidata sindaca vera e propria. Parlava intanto, come declamasse.

Stimolati dalle accorte domande del tenente, i testimoni hanno riferito quel che diceva. Parlava del Parco e auspicava una gestione diversa da come finora era avvenuta. Secondo lei, la recinzione fatta installare dalla Soprintendenza non andava bene e avrebbe dovuto essere tolta. Anzi, lei sindaca l’avrebbe senz’altro fatta togliere. Quell’estesa estensione di terra archeologica non poteva essere abbandonata a sé stessa. Tolta la recinzione, – continuava declamando, senza badare a chi curioso la seguiva e ascoltava — ampi parcheggi avrebbero potuto ospitare i pullman e i mezzi dei turisti che sarebbero venuti a immergersi nei prati di margherite e papaveri. Appositi agresti barbecue sarebbero stati costruiti in diversi posti, in modo da permettere arrosti di carni e pesci per la gioia delle famiglie al completo di bambini e anziani.

“Eravamo ai barbecue — hanno continuato a deporre i testimoni – quando la concretezza della candidata si è come dissolta, in procedimento inverso a come era prima mutata. Ha cominciato col perdere i capi di abbigliamento esterni, subito dopo quelli di sotto fino a tornare simile a statua. Passando di fianco agli allucinati spettatori, la donna-statua s’è avviata di nuovo alla sala e alla postazione della Venere Callipigia, da dove si era staccata.

Domani dovrebbe arrivare in città il generale comandante dell’Arma per leggere le carte e sentire. Con lui verranno esperti e consulenti di diverse branche scientifiche per l’accertamento della verità. Qualcuno ha avanzato il dubbio che il racconto degli operai sia stato prodotto da una concomitanza di fatti: la giornata e l’ora particolarmente assolate; i bicchieri di marsala che avevano bevuto tra una dormitina e una partita a tresette, come abitualmente fanno, e l’intensa propaganda elettorale, di cui il parco archeologico è parte non minore.

Si può stare comunque tranquilli che la Venere con le sue belle natiche è tornata in posizione sul suo basamento, ammesso e non concesso che se ne fosse mai allontanata.

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Le conseguenze di uno schiaffo

Il fatto di cronaca che sta dividendo la cittadina di Marsala, tra l’altro abituata a fatti ben più gravi senza tanto interessamento cittadino, è stato che l’autista di un autobus ha schiaffeggiato un ragazzo. Il giovane, a quando sembra, faceva perdere tempo nel suo atteggiamento dilatorio tra le mosse per salire e l’aspirazione della sigaretta. L’autista l’avrebbe rimproverato e schiaffeggiato. “E porta a casa!”, gli avrebbe anche detto, ma non è sicuro. Di sicuro, se così si può chiamare, c’è una ripresa confusa di telefonino e un audio da decifrare precisamente. A questo si stanno dedicando le forze dell’ordine, in particolare modo le guardie municipali, che non gli sembra vero di potere esaminare casi di ultima tecnologia.

Comunque, male che vada, sempre di rimproveri anche aspri e di uno o due schiaffi di un adulto a un giovane che fa perdere la pazienza, si tratterebbe. Senonché la cosa, che poteva chiudersi, sta invece lievitando. In città sono specialisti nel gonfiare le cose insignificanti e sgonfiare, rendendole invisibili, le cose importanti.

Il vicesindaco ha istituito una commissione di indagine e ha mandato un ispettore a verificare sul bus come si sono svolti i fatti, delegandolo alle più ampie facoltà, come il ministro Nordio ha delegato il Tribunale di Milano di fare ogni accertamento sulla condotta della Minetti, Nicole di nome, anche fuori d’Italia e dal letto coniugale.

Forte della delega, l’ispettore comunale ieri mattina è salito sul bus come un normale passeggero, camuffato con barba posticcia. Non per questo non è stato riconosciuto dall’autista, che ha capito che aveva a bordo lo “spione”. L’irritazione dell’autista si è trasformata in una richiesta diretta a tutti i passeggeri: “Chi ha la barba posticcia è pregato di scendere perché persona non gradita”. La risposta del “posticciato” è stata secca e forte: “Lei guidi, che alla mia barba ci penso io”. Sentendo, il guidatore si è ancor più innervosito e ha deciso di non iniziare la corsa, spiegando: “E io non parto”.

Da domanda a risposta e da risposta a domanda, i due, perdendo ogni controllo, sono finiti alle mani. Il mezzo non è partito, la barba posticcia è rimasta sul corridoio dell’autobus, i due contendenti sono stati trasportati al pronto soccorso. Per fortuna, ne hanno solo per una decina di giorni. Dopo, potranno riprendere a litigare.

Il ragazzo inizialmente schiaffeggiato ha approfittato del non avvio della corsa per fumarsi tranquillamente la sigaretta che il giorno prima aveva dovuto quasi ingoiare per gli schiaffi.

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Titoli di giornale

“Manca il cherosene. Cosa si può fare?”.

Ma spingere gli aerei nella fase di maggior consumo, finché non si alzino in volo.

*

Trump sull’Iran: «E una volta finito lì prenderò il controllo di Cuba».

 E quando il controllo dell’Italia? Non ne possiamo più dei nostri.

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Il pollo che divide

Incredibilmente – ma cosa c’è più di incredibile ormai? – Parigi, quella intellettuale, ma anche quella operaia che ama pure mangiare, si sta dividendo sul pollo. Come? Sì, sul pollo grigliato a basso prezzo e halal, cioè conforme alle regole alimentari islamiche.

Uno pensa che sul pollo si possa litigare per la sua divisione tra i commensali, quale parte a uno o all’altro o quanta parte. Stavolta, invece, si litiga perché in quel locale va troppa gente, e anche nelle filiali del locale. Tutta quest’affluenza sarebbe contro la progettazione avviata di una rinnovata periferia parigina che aspira ad accogliere gli abbienti del centro.

Il fatto è, però, che a mangiare il pollo a basso prezzo e halal non sono solo i poco abbienti, ma anche i ricchi, perché le questioni di soldi attraversano tutti gli strati sociali.

Il pollo, anche, attizza una questione religiosa: è ammazzato, peccato per lui, secondo i criteri islamici. Non so come sia fatto, ma c’entra il Corano. Sembra che morire secondo Corano o secondo Bibbia non sia la stessa cosa, almeno per gli uomini; per i polli è uguale.

Il sindaco di quel distretto, che vuole riqualificare, ha fatto buttare mucchi di letame davanti all’ingresso dei locali, ma il giudice, che ama andare a comprare le alette e le cosce, gli ha ordinato di toglierli. A parte il fatto che non tutti sentono ribrezzo di fronte al letame. Anzi, si è notato che i più elevati socialmente amano frequentare posti buzzurri, sentendosi così — dicono – più vicini al popolo e inseriti nella società. Uscendo dal locale si profumano abbondantemente con Chanel 5.

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La sfida con Trapani

Benché la vita dei candidati sindaci marsalesi non sia rischiosa come quella del presidente degli Stati Uniti, si può dire che è ugualmente stressante. Non passa giorno  senza che i quattro candidati non debbano rintuzzare, ognuno, le trovate degli avversari. Oggi ci si è messo pure il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, che ha avuto la bella idea di realizzare nel capoluogo i percorsi rapidi per il bus (Bus Rapid Transit, in acronimo BRT).

Come non bastasse che il gran porto di Trapani affossa Marsala nel mare, ora pure in terra la nostra amata città subisce uno scacco, che i candidati sindaci non possono accettare. Ed ecco quindi che ognuno di loro utilizza le risorse che ha per per rintuzzare la primazia trapanese.

Ma come si possono fare, dall’oggi al domani, a tamburo battente, le azioni decisive per affermare che Marsala nella provincia non è seconda a nessuno? Ci sono candidati che hanno la via spianata da precedenti fatti e altri meno dotati. Da tutti, però, cominciano a trapelare soluzioni e progetti.

La candidata Giulia Adamo è tra le favorite in questa nuova tenzone con gli altri candidati e con il sindaco di Trapani. Forte dell’affermazione tradizionale e apodittica che “Se Marsala avesse u portu, Trapani fussi mortu”, ha ripescato dal fondo del Mare Mediterraneo il nuovo grande porto da costruire a Capo Boeo. Dopo dodici anni che il progetto era stato ammarato, non è stato facile ripescarlo ed esporlo di nuovo all’ammirazione di grandi e piccini. Ma l’Adamo, concreta com’è, c’è riuscita: con il vecchio-nuovo porto ha il vento in poppa, non dovendo cercare altre vie per emulare l’iniziativa di Tranchida.

Passiamo al sindaco uscente e con la speranza rientrante, Massimo Grillo, che non ha l’asso nella manica di Adamo, ma ha pure vecchie polveri cui attizzare il fuoco per fare il botto. Se vi ricordate, in occasione della campagna elettorale del 2020, in cui è stato eletto, aveva in progetto la costruzione della metropolitana di superficie. Non se n’è fatto niente per mancanza di finanziamenti, ma l’idea potrebbe essere venduta di nuovo in questa campagna elettorale. Se ha contribuito alla sua elezione allora, perché non dovrebbe aiutare anche oggi? La metropolitana di superficie starebbe al BRT di Trapani come un’autostrada a una scassata provinciale.

Passando al terzo candidato, Andreana Patti, non ha bisogno di cercare affannosamente un antidoto alle realizzazioni di Tranchida, anzi proprio lui l’aiuterebbe, avendo i due un’intensa intesa politica. La Patti non avrebbe bisogno di dare incarichi a ingegneri per la progettazione del Bus Rapid Transit a Marsala. Il progetto bell’e pronto, solo da modificare leggermente, glielo passerebbe l’amico di Trapani. Si tratterebbe solo di trovare i soldi per realizzarlo. Ma nemmeno i suoi avversari hanno i fondi per realizzare il porto o la metropolitana di superficie.

Quanto al quarto candidato, Leonardo Curatolo, nemmeno per lui sembra impossibile battere Trapani. Se cercate  nel suo programma troverete la valorizzazione dei giovani e l’inserimento delle giuste competenze nell’amministrazione cittadina. Vuoi mettere che l’accoppiata “giovani-competenze” non trovi l’idea geniale per valorizzare la nostra terra?

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Le tariffe elettorali

A Marsala, per le elezioni amministrative, pure le proposte più trasparenti, anzi la trasparenza stessa rischia di creare disastri, come avvenne, se vi ricordate, nell’URSS, quando la glasnost fu la causa principale del crollo del regime.

Andiamo per ordine. È avvenuto che la leader di sinistra, Andreana Patti, candidata sindaca, ha reso note urbi et orbi le tariffe richieste ai partiti della sua coalizione per la campagna elettorale.

Nulla di più opportuno per la cittadinanza, che può conoscere, senza tema di sbagliare, quanto costa la macchina politica. Né bisogna scandalizzarsi, perché, come disse il Priore a Madre Badessa, “senza soldi non si canta messa”.

La proposta della Patti è perfettamente legittima, eppure sta suscitando un putiferio sia all’interno della coalizione di sinistra, sia all’esterno, negli altri tre schieramenti elettorali.

Riguardo alle prime critiche, pervenute dall’interno, un cacicco ha osservato che le tariffe sarebbero basse e non consentirebbero di allestire come si deve la competizione. I giornali sarebbero diventati, secondo lui, particolarmente esosi riguardo alle tariffe – anche essi hanno particolari tariffe – della pubblicità elettorale, e anche i prezzi dei pranzi e delle cene offerte, per recuperare voti, avrebbero ormai un costo elevato. I portatori di voti non si accontenterebbero più di semplici rinfreschi –  ha continuato il cacicco —  ma vorrebbero mettere sotto i denti qualcosa di più consistente. Qualcuno avrebbe chiesto l’aragosta.

Quanto detto è un problema interno alla sinistra, che lasciamo a loro risolvere.

Spetta ancora a noi, invece, informarvi sulla posizione degli altri schieramenti riguardo all’iniziativa della Patti.

Nel lato opposto alla sinistra, che sarebbe la destra, stabilire un tariffario elettorale è molto arduo, ma non possono sottrarsi al confronto con la proposta di sinistra. Mai sembrare da meno dell’avversario, è una regola riconosciuta. Ma non è semplice, dicevamo. Dato che gli allibratori non danno molte chance alla vittoria di Giulia Adamo, si dovrebbe stabilire un tariffario modesto, in modo da perdere con minor danno. Senonché, la consigliora del raggruppamento ha osservato che meno si incassa, meno si può spendere e più sicura sarà la sconfitta. Il suo discorso, come sempre ben argomentato, pone dei dubbi consistenti. Si possono semplificare così: perché partecipare a una competizione in cui saremo sconfitti, rimettendoci pure soldi?

“Sempre le campagne elettorali hanno avuto per scopo l’elezione e un successivo finanziamento illecito dei partiti”, ha osservato un Onorevole della coalizione. “Ora addirittura si vorrebbe partecipare, anticipando soldi che mai saranno recuperati per la certa sconfitta”.

Stando così le cose, non si sa se la coalizione parteciperà più alla competizione.

Resta da esaminare la posizione del sindaco uscente e di nuovo candidato, Massimo Grillo.

Sembra la persona più tranquilla riguardo a questo nuovo busillis delle altre due coalizioni. E ne ha ben motivo. Lui non avrebbe bisogno di chiedere soldi a nessuno – spiegano gli esperti di Piazza Loggia – perché, senza chiederli, gli arrivano in abbondanza da tutte le imprese che stanno eseguendo i lavori e che, con il cambio di amministrazione, potrebbero avere problemi nel riscuotere i loro compensi. Il sindaco uscente rappresenta la sicurezza di essere pagati alla fine dei lavori, senza rischiose contestazioni. Si dice anche, ma è da verificare, che nel conto corrente della sua parte stia arrivando un mare di soldi.

Visto quel che sta avvenendo nei citati tre schieramenti, non ci resta che parlare dell’ultimo candidato e dei suoi supporter: Leonardo Curatolo.

Gli allibratori lo danno 1 a 10.000, cioè, se dovesse vincere, chi avrebbe puntato un euro sarebbe ricompensato con diecimila euro sonanti. E se dovesse perdere? Niente, perderebbe lui e anche il giocatore da un euro. Stando così le previsioni, anche volendo istituire una tariffa elettorale, nessuno sarebbe disposto a versargli una lira.

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Il Presidente delle “due settimane”

Il presidente americano è l’uomo delle “due settimane”. In due settimane avrebbe dovuto risolvere il problema – la guerra – russo-ucraino; in due settimane avrebbe dovuto risolvere il conflitto palestinese; e, sempre in due settimane, la guerra latente tra Iran e Israele. Non ricordo bene se si sia preso due settimane per la conquista della Groenlandia e di Panama. Però, passate le due settimane, anche a volerle sommare tutte insieme, gli ambiziosi traguardi non sembrano raggiunti. Anche per questo sembra difficile che possa essergli assegnato il premio Nobel per la Pace.

Lasciamo stare le precedenti numerose volte delle “due settimane” e soffermiamoci su queste due in corso, durante le quali le trattative, forse dirette, a Islamabad, dovrebbero portare alla fine della guerra Iran-Stati Uniti–Israele.

Lo stato delle cose non promette nulla di buono. Può darsi che si tratti di un altro lasso di tempo inutile come i precedenti. Vediamo perché. Lo scopo dichiarato dell’aggressione americana all’Iran, con l’aiuto di Israele, era impedire a Teheran di avere la bomba nucleare, ridimensionare il suo armamento missilistico e permettere il libero e sicuro transito nel Golfo Persico.

All’inizio di queste due settimane, le armi si stanno leggermente riposando – con l’eccezione del Libano – per dare spazio ai negoziati. Ammesso che le armi non riprendano su larga scala prima della fine delle trattative, quali sono le prospettive? Se fra due settimane le armi taceranno veramente, si potrà dire che Donald Trump avrà vinto se: 1. gli iraniani consegneranno i 400 chilogrammi di uranio arricchito; 2. se accetteranno di limitare l’armamento tradizionale e se 3. non ostacoleranno il transito delle petroliere e gasiere nello Stretto di Hormuz.

In assenza di una sola di queste condizioni, la grande America avrà perso. A questo punto, in tale eventualità, il presidente americano si ritirerà come nulla fosse o, per non perdere la faccia a livello interno e internazionale, darà di nuovo fuoco alle polveri?

Salvo che non decida di dare e di darsi altre due settimane. Due settimane allungano la vita.

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I bacchettoni del fallo

Per i personaggi della politica e delle istituzioni è rischioso fare il maschio o la femmina, e si vorrebbe dai bacchettoni – sempre in giro vigilanti – che, se sposati non si tradisse il coniuge, se celibi o nubili non si facessero scoprire in compagnie intime, che, non essendo sposati, non dovrebbero avere.

Detta in poche righe, è tutta qui la questione che sta impensierendo un ministro del governo Meloni e che, pochi giorni fa, ha impensierito l’europarlamentare Ilaria Salis.

Con tutto il rispetto che bisogna avere verso la famiglia, la patria e la religione, ci sembra eccessivo pretendere che le relazioni intime di chicchessia – persino del presidente della Repubblica, ma di Mattarella non c’è pericolo – debbano essere escluse al di fuori del legittimo matrimonio. Certo, se il fraudolento legame avesse consentito lucri immeritati, allora vabbè, intervenga la magistratura per l’accertamento dei reati. Se, invece, come capita, si volesse strumentalizzare il fallo per abbattere la persona, magari sostituendola con altro pretendente al posto occupato, allora vadano i bacucchi della morale a guardare a casa loro e non rompano le scatole a chi vuole svolgere come si deve il suo incarico e anche avere il suo godimento personale.

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