Le panchine e i carrubi

relaxing by lake como with mountain views
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Le nostre amministrazioni comunali non sanno più cosa fare per rendere più belle le nostre città, come in effetti hanno promesso durante le campagne elettorali. Sembra che una delle risorse migliori per abbellirle sia costituita dall’installazione di una nuova panchina. Dico una.

Per esempio, a Marsala ne hanno impiantata una in memoria di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano scomparso in Egitto. Hanno ritenuto opportuno dedicargli una panchina.

Un’altra panchina, destinata a far godere il paesaggio, è stata impiantata su uno spiazzo in mezzo alle vasche delle saline di Trapani. Di nuovo: un’altra panchina. Una a Marsala e una a Trapani.

In effetti, posti per sedere ne mancano molti in queste due città, che potrebbero attrarre turismo. I turisti, naturalmente, ogni tanto vorrebbero sedersi, e una panchina in ogni città non basta loro.

Ma soprattutto, nell’installare le panchine, si dimentica che qua siamo nel sud dell’Europa e, si può dire, nel nord dell’Africa. Pensare quindi di potersi sedere di giorno, con una temperatura tra i trenta e i quaranta gradi, su una panchina in memoria di un povero ragazzo o su un’altra che faccia osservare le bellezze delle saline, beh, tutto questo è alquanto irrazionale.

Se vicino alle panchine non si mettono gli alberi giusti, non si realizza niente di buono.

D’altra parte, sembra che dalle nostre parti abbiano dimenticato gli alberi tradizionali, quelli da ombra, e preferiscano mettere palme. Palme. Ci sono interi viali fiancheggiati da palme africane. Ma a noi, più che le palme, servono i carrubi, perché sono grandi, hanno tante foglie e fanno tanta ombra.

Sotto i carrubi, allora sì, si potrebbero mettere le panchine. Le panchine senza i carrubi, invece, sono soltanto monumenti all’insipienza delle amministrazioni comunali.

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Lo spostamento della panchina a San Giovanni

serene lakeside bench with shadow patterns
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La nuova politica delle panchine in città sta uscendo dal limitato perimetro di piazza Giacomo Matteotti, dove è stata applicata la settimana scorsa, e sta investendo, per motivi simili ma non identici, altre location.

È avvenuto infatti che la rimozione delle panchine dalla piazza abbia spostato la comunità popolare e ribelle in prossimità di altre panchine. Una, in particolare, è diventata molto appetibile, sia per i suoi colori e per la composizione materica quasi artistica, sia per la posizione di fronte al mare, che offre un bello spettacolo e promette venticello di ponente.

È la panchina dedicata alla memoria di Giulio Regeni.

Era stata installata, con una cerimonia videoripresa da Tp24, poco prima che venissero eliminate le panchine di piazza Matteotti. È stato quindi naturale che il popolo godereccio e chiassoso si trasferisse sulla panchina del povero Giulio Regeni.

E fossero andati là a ricordare, commemorare, discutere dei diritti civili calpestati! No. Sulla panchina dedicata alla vittima del regime egiziano sono andati a compiere le stesse schifose porcherie per le quali erano stati cacciati dal centro.

Sedute normalmente non ci stanno più di tre o quattro persone; ma, sistemandosi l’uno sull’altro o l’altra sull’uno, a volte riescono a starci anche in sei. Sbevazzano vino e birra, si sbaciucchiano e sono stati visti perfino accoppiarsi in gruppi affiatati.

Nemmeno questa panchina del ricordo e del dolore è dunque rimasta esente dalla turpitudine marsalese, che la nuova amministrazione si propone di eradicare.

Anche questa panchina, pertanto, è stata divelta dal provvido Comune. Avendo però un valore ideale e storico, non è stata portata ad arredare le ville di loschi impiegati comunali o consiglieri. Il sindaco in persona ha deciso di trasferirla dentro la chiesa di San Giovanni.

Collocata lungo il muro di sinistra e transennata, affinché non venga usata ma soltanto guardata e venerata, può essere visitata nei pochi giorni prescritti dell’anno in cui la chiesa rimane aperta.

I marsalesi e i turisti, passando davanti alla panchina protetta, restano di solito imbambolati, non conoscendone la storia. Si fanno comunque un rispettoso segno di croce e scendono poi i gradini dell’angusta scala scavata nel tufo, per andare a chiedere lumi alla Sibilla Lilibetana.

La quale, come si sa, è spesso ambigua nei responsi e talvolta non ne dà affatto, se non dietro pagamento della regolare tariffa.

Un turista ha versato il dovuto, e così si è potuta ascoltare la spiegazione:

«Non tutte le panchine sono fatte per sedersi. Alcune servono per ricordare, altre per dimostrare che il Comune vigila. Quando poi la gente continua a comportarsi male, basta togliere la panchina: il problema rimane, ma senza il comodo della panchina».

Il turista ha ringraziato, ha risalito la scala ed è uscito dalla chiesa. Fuori ha trovato sei persone sedute per terra, davanti al mare, che bevevano, gridavano e si accoppiavano senza danneggiare alcuna panchina comunale. La nuova politica dell’arredo urbano poteva dunque considerarsi pienamente riuscita.

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Cominciamo bene!

bench under bushes on sunlit square
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Non sapevamo che togliere alcune panchine potesse costituire la ripartenza della città verso quel futuro migliore da tutti auspicato.

Una delle prime mosse di questa amministrazione comunale è stata quella di togliere alcune panchine da una delle principali piazze, piazza Matteotti. A quando la decisione di far togliere pure le panchine da piazza Loggia? Resterebbe ancora da decidere la data della rimozione delle panchine da piazza Pizzo. Per fortuna, piazza del Popolo e piazza Marconi sono prive di panchine e non temono di esserne private.

Si dà il caso che, dove le panchine non ci sono, manchi pure lo «spazio di incontro, gioco, socialità, integrazione, prevenzione, inclusione e cultura» (cito dal comunicato della sindaca).

Se ho ben capito, le panchine costituirebbero, a piazza Matteotti, l’ostacolo alla socializzazione e alla convivenza felice.

Sembra che siano stati i gestori dei bar a farne richiesta alla sindaca, che, però, non ha chiesto che cosa ne pensassero tutti gli altri cittadini. I quali non hanno accettato la rimozione e, di loro iniziativa, ne hanno fatta un’altra: quella dei vasi di fiori che la sindaca aveva fatto mettere al posto delle panchine e sui gradoni dei marciapiedi.

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L’irritazione dei cani

close up shot of a dog
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Una certa aria di irritazione si nota fra la popolazione canina di Marsala. L’amministrazione comunale, che stavolta si chiama Patti, ha intenzione di completare e di inaugurare lo sgambatoio canino sito nell’area verde di Piazza Marconi.

Il progetto era stato avviato dalla precedente amministrazione, che si chiamava Grillo, e derivava da un’idea balzana di alcuni consiglieri comunali, che, se non avessero dato quel consiglio, avrebbero fatto meglio.

Poiché la nuova amministrazione ha tanti problemi importanti che non sa affrontare, pensa di dare un segno di esistenza con l’inaugurazione dello sgambatoio. Infatti, è più facile completare e inaugurare una piccola, inutile opera che affrontare argomenti di maggiore consistenza. Per questo il sindaco Patti e tutta la giunta stanno concentrando le loro energie sulla prossima inaugurazione.

Sembra che il segretario comunale li abbia avvisati di quell’incontro che c’era stato tra l’allora sindaco Grillo e la delegazione degli amici a quattro zampe, avvenuto in Comune un anno fa. In quell’incontro, di cui il segretario stese verbale, gli animali manifestarono la loro contrarietà e il sindaco sembrò accoglierne le ragioni. Che erano queste:

1. Il progettato sgambatoio è poco esteso e la sgambata non può essere fatta a dovere;

2. Anche l’inizio di una piccola sgambata richiede una preventiva evacuazione. Dato il numero consistente dei cani che dovrebbero essere là condotti, dopo la prima evacuazione si sarebbero tutti impiastricciati le zampe di ***;

3. Il fetore proveniente dallo sgambatoio avrebbe appestato l’intera piazza. Ne avrebbero negativamente risentito i residenti e le attività commerciali.

Per questi motivi i cani chiedevano al sindaco di spostare il progetto al Salato, dove gli ampi spazi avrebbero reso l’opera più efficiente e gradita.

La voglia della nuova amministrazione di essere operativa le ha fatto trascurare questi rilievi, che, provenendo dai cani, hanno una razionalità maggiore delle decisioni amministrative.

La popolazione canina, come già l’altra volta, avuta notizia della prossima inaugurazione dell’opera, si è sentita trascurata e presa sottogamba. Gli amici dell’uomo, ma non degli amministratori, nel pieno della notte abbaiano e ululano dappertutto in città e, con il caldo estivo, rendono insopportabili le nottate agli umani.

Non si sa quale decisione i cani possano, a questo punto, adottare. Si dice che stiano preparando una manifestazione di protesta davanti al Municipio, con l’intenzione di lasciare agli amministratori un ricordo tangibile del loro dissenso. Sarebbe, del resto, la prima protesta cittadina destinata a produrre più concime che chiacchiere.

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Come potrebbe finire Report

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 I problemi veri per Report e per i suoi inviati sono cominciati quando hanno tentato di fare nuove inchieste. In ogni inchiesta che si rispetti, le domande servono a scoprire gli altarini. Gli inviati di Ranucci cercano di cogliere anche le più lievi ambiguità, che, lette con il metro dei moralisti e della doppia morale, possono trasformarsi in clamorosi scandali, purché riguardino la parte politica giusta.

La vicenda che ha coinvolto Ranucci e il suo amico Lavitola, però, una volta diventata di dominio pubblico, ha cambiato le carte in tavola. Da quel momento, ogni volta che un inviato di Report si è presentato per mettere sotto torchio qualcuno, la risposta è stata sempre la stessa:

«Perché si è scomodato fino a venire da me? Le basta guardare intra moenia e realizzare l’inchiesta più clamorosa della sua carriera. Ci spieghi, piuttosto, come mai il carissimo amico del conduttore avrebbe deciso di mettere una bomba sotto casa della persona a cui, a quanto pare, voleva tanto bene.»

Ripetuta intervista dopo intervista, quella replica ha finito per paralizzare ogni nuova inchiesta. Report, costretto a ripiegare su servizi innocui e notiziole sul prezzo del pesce al mercato, ha perso progressivamente il prestigio conquistato negli anni e la fiducia di quei moralisti che individuavano il marcio sempre e soltanto a destra, mai a sinistra.

Andate così le cose, alla direzione Rai non è rimasto che chiudere Report. Non perché mancassero gli scandali, ma perché ogni volta che gli inviati andavano a cercarli fuori casa qualcuno li invitava, con garbo, a cercarli dentro.

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La lotta al granchio verde e al granchio rosso

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Dopo il granchio verde, proveniente da aree marine tropicali, un’altra specie di granchio estero, il granchio rosso, sta insediandosi nelle nostre acque. Il granchio verde ormai da qualche anno ha trovato il suo nuovo habitat nella costa tra Trapani e Marsala. I pescatori ne trovano sempre in maggiore quantità e gli ittiologi dicono che si trova abbastanza bene, tanto che si riproduce allegramente. Stanno, invece, meno bene altri crostacei locali e molluschi che sono diventati preda dell’alieno.

Il granchio rosso sta facendo le prime incursioni al largo di Porto Palo, all’incrocio tra il Canale di Sicilia e il Mare Ionio. Il gruppo di specialisti dell’Università di Catania ha lanciato l’allarme: il fenomeno potrebbe creare in pochi anni problemi per l’ecosistema.

Non sono stati trovati, però, antidoti efficaci con l’armamentario tradizionale del contrasto alle nuove specie marine d’importazione.

Nemmeno si ritiene che possano essere adottati con successo ostacoli doganali appositi all’uscita del Canale di Suez e all’entrata dello Stretto di Gibilterra. Anche se finora non si è trovato il modo di respingerli, a Palermo, capitale della Regione Sicilia, che ha poteri esclusivi in materia di ecosistemi, si sta pensando di contrastare i nuovi pericolosi crostacei in modo originale eppure classico: i comuni crostacei locali saranno appositamente istruiti alla guerra contro gli invasori. Si è avuta notizia che sono stati inquadrati due battaglioni di mille granchi ciascuno. Da alcuni mesi sono in fase di addestramento. Sono utilizzati strumenti e percorsi psicologici e la potenzialità dell’IA. In tal modo si pensa di riuscire a formare in otto mesi i nuovi combattenti. Nei particolari, ai nuovi militi verrebbero inoculati i criteri e le direttive di sopraffazione delle cosche mafiose, ben conosciute scientificamente dopo l’enorme massa di mafiosi pentiti.

Si può dire che il sistema mafioso, da sempre contrastato, in questo caso sarà l’alleato migliore per il bene del Mediterraneo.

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Panchine commemorative e di arredamento

colorful benches in a park during autumn
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Con grande pubblicità sui giornali locali, che sembrano per oggi avere dimenticato le giornaliere ricostruzioni delle vicende di Messina Denaro in vita e dopo morto, è stata rimessa al suo posto davanti alla chiesa di San Giovanni, co-patrono della città, la panchina in ricordo di Giulio Regeni, ricercatore italiano scomparso misteriosamente in Egitto.

La panchina, secondo le dichiarazioni, è gialla, essendo il colore di tutte le centinaia di panchine dedicate in Italia a Giulio Regeni. Nella realtà, questa panchina di giallo ha solo un sostegno. Ma non è il colore il punto delle mie osservazioni, che mi sono state imposte dal fatto che Marsala è una città che ricorda con le panchine, ma le panchine sono inutilizzabili.

Sotto il sole cocente della nostra latitudine, è impensabile sedersi sulla panchina Regeni. La calura impedirebbe al cuore e alla mente di rivolgere solidali pensieri al ricercatore friulano.

Se non ci si può sedere sulla panchina rimessa a nuovo davanti a San Giovanni, nemmeno si può pensare di andare a sedersi sulle altre panchine che sono state installate sull’ultimo tratto di lungomare. Il problema è sempre lo stesso: il sole, e le panchine che non hanno fronde di alberi a copertura e nemmeno altro tipo di ripari. Sono belle da guardare, ma non da usare.

Poi ci sono altre panchine, impiantate altrove in tempi meno recenti. Ma ne restano pezzi o sono scomparse tra erbacce e rifiuti.

A questo punto viene il dubbio che le panchine marsalesi non siano state progettate per sedersi, ma per essere inaugurate. L’inaugurazione, infatti, dura pochi minuti, possibilmente con il cielo nuvoloso. Si taglia il nastro, si fanno le fotografie, si pronunciano le parole “commemorazione”, “riqualificazione”, “rigenerazione urbana”, “vivibilità” e “attenzione ai cittadini”. Poi ciascuno torna a casa, lasciando la panchina al sole.

Il primo cittadino che, dopo l’inaugurazione, decidesse di sedervisi per un’ora in una giornata di luglio meriterebbe una medaglia al valore civile. Potrebbe precisare, una volta rialzatosi, dopo quanto tempo il manufatto possa raggiungere la temperatura di cottura della pelle umana.

Per evitare future polemiche, il Comune potrebbe finalmente adottare una classificazione ufficiale delle proprie panchine.

“Panchine ornamentali”, destinate esclusivamente alle fotografie istituzionali.

“Panchine commemorative”, dedicate alla memoria di personaggi illustri, purché nessuno abbia la tentazione di utilizzarle.

“Panchine archeologiche”, delle quali restano pochi reperti riconoscibili.

Infine, una sola categoria di “panchine funzionali”, da collocare rigorosamente all’ombra di alberi veri, qualora un giorno si decidesse di piantarne qualcuno.

Fino ad allora, le panchine continueranno a svolgere egregiamente il loro compito: arredare la città senza correre il rischio che qualcuno si sieda.

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Gruppo misto o Campo comune

angel sculpture in cemetery
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Al comune le cose si complicano. Sono già passate alcune settimane dall’elezione della nuova amministrazione e ci si aspettava un completamento veloce della procedura amministrativa che l’avrebbe portata alla piena funzionalità. Invece, di giorno in giorno, le cose si complicano. Il vecchio sindaco, battuto alle elezioni, è stato visto per la prima volta passeggiare con un sorriso sulle labbra e salutare a destra e a manca come ai tempi della sua sindacatura. Questo è stato interpretato, dagli analisti del Bar di Garibaldi, come la cartina di tornasole che le cose nella maggioranza non funzionano.

Alcuni assessori aspettano ancora le deleghe e un problema più grosso appare all’orizzonte. I cambi di casacca non sono mai stati rari in città, ma stavolta il loro numero iniziale fa temere per la tenuta della maggioranza. Se le cose si aggravano potrebbe aversi un intervento prefettizio. Il prefetto vigila.

L’ultima notizia dal Quartiere è che sono sette i consiglieri che si sono staccati dal loro gruppo e dovrebbero confluire nel gruppo misto ai sensi del Regolamento. Senonché, per un disguido, la disposizione di costituire il nuovo gruppo misto, diretta dalla sindaca Patti al segretario generale, è stata assegnata dal protocollo all’assessore ai Cimiteri, che l’ha trasferita al dirigente dei Cimiteri, che l’ha trasmessa al responsabile dei servizi cimiteriali, il quale ha dato ieri ordine all’ufficio Becchini di preparare l’ossario comune per nuovi arrivi. Il responsabile, non al corrente del regolamento consiliare, ha scambiato la dizione “Gruppo misto” con quell’altra di uso comune al cimitero: “Campo comune” o anche “Ossario comune”, dove vengono condotti i resti di coloro che, non trovandosi bene nel loro loculo, chiedono di essere spostati.

I becchini sono andati ieri mattina a prelevare i consiglieri che sarebbero dovuti passare al gruppo misto consiliare e li hanno portati in un locale dell’obitorio, per fortuna fornito di aria condizionata, in attesa di ricevere nuove istruzioni dalla sindaca Patti.

Si attende di sapere se il problema sarà risolto e come, anche perché il prefetto vigila sull’applicazione delle leggi e dei regolamenti.

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Il monumento finalmente completato

white and blue signage
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Per molti anni Marsala ha coltivato un monumento a Garibaldi come si coltivano certi parenti lontani: con affetto, con rispetto e senza sapere bene che farsene.

L’opera era nata ai tempi in cui il vento socialista gonfiava le vele della politica nazionale e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, sembrava deciso a lasciare il proprio segno anche nei luoghi dello sbarco dei Mille. Il progetto era grandioso. Un veliero monumentale, il Generale ritto sulla prora con la spada sguainata, sartie, alberi maestri e tutto il necessario perché l’Unità d’Italia prendesse definitivamente il largo proprio dal porto di Marsala.

Poi la storia, che ha il brutto vizio di cambiare direzione senza chiedere il permesso agli architetti, cambiò governo, maggioranze e perfino eroi.

Craxi finì ad Hammamet, i finanziamenti finirono prima di lui e il monumento restò a metà.

Morì anche il progettista. I successori poterono fare ben poco. Con qualche residuo di bilancio furono scritti alcuni nomi sui muri, venne issata una bandiera italiana, qualche anno dopo arrivarono pure quella siciliana e quella europea. Sembrava che il monumento crescesse per vessilli invece che per muratura. Il risultato finale era curioso.

Dove avrebbe dovuto levarsi il veliero della Patria, rimase una specie di magazzino seminterrato che nessun forestiero avrebbe distinto da un deposito di mangimi o da una cooperativa agricola in temporanea difficoltà.

Ogni anno, puntualmente, il consiglio comunale tornava sull’argomento.

— Bisogna completarlo.

Tutti d’accordo. Il completamento entrava regolarmente nei programmi elettorali di ogni candidato sindaco, subito dopo l’acqua, le strade, il porto, il turismo, il lavoro, la cultura e immediatamente prima della felicità universale.

Una volta eletti, i sindaci scoprivano che i soldi mancavano. Così il monumento continuava a commemorare soprattutto la capacità italiana di iniziare le opere pubbliche.

Finché, come spesso accade nelle migliori storie amministrative, arrivò l’Europa. Un programma comunitario destinato al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie delle città meridionali distribuiva finanziamenti generosi. Un illuminato dirigente comunale osservò a lungo il monumento incompiuto. Lo guardò davanti. Lo guardò di lato. Lo guardò da sotto. Alla fine esclamò:

— Ma questo… sembra già un gabinetto!

Fu il colpo di genio.

In poche settimane il progetto venne rimodulato, le relazioni tecniche aggiornate, i pareri acquisiti e il glorioso monumento garibaldino fu finalmente completato come il più grande, moderno e funzionale servizio igienico pubblico del Mediterraneo.

La cittadinanza, dopo quarant’anni di discussioni, vide finalmente un’opera conclusa. Le guide turistiche internazionali aggiornarono le informazioni. Google segnalava: “Marsala. Monumental Public Toilet”.

Wikipedia spiegava che l’opera rappresentava il definitivo incontro fra il Risorgimento e l’igiene urbana.

Agli ingressi della città comparvero grandi cartelli marroni:

MONUMENTO A GARIBALDI

SERVIZI IGIENICI MONUMENTALI

con tanto di frecce direzionali.

Perfino Porta Trapani fu ricostruita poco distante, affinché il visitatore potesse entrare simbolicamente nella città con dignità e uscirne ancora più leggero.

Molti storici protestarono. Molti architetti pure. Ma il popolo marsalese, pratico com’è, osservò che finalmente il monumento era diventato utile. E qualcuno aggiunse:

— Garibaldi liberò l’Italia. Questo monumento libera i cittadini.

Da allora nessun candidato sindaco ha più promesso di completarlo.

Finalmente una promessa elettorale è stata mantenuta. Anche se in modo leggermente diverso da come era stata immaginata.

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I giardinetti fronte mare

a bench on the shore with the view of the sea
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La stagione dei giardinetti fronte mare, iniziata dall’amministrazione Grillo alla fine del suo mandato e completata con le inaugurazioni dall’amministrazione Patti dopo le elezioni amministrative, è durata, come si suol dire, lo spazio di un mattino o, per essere più precisi, una sola stagione. Quella delle speranze legate al rinnovo della costa meridionale per innestarla nel tessuto vivo della città.

Per fare ciò, addirittura è stato mutato il nome di un vecchio toponimo, facendolo diventare Quartiere Inglese. Un vasto manifesto esplicativo, di fronte alle cantine Florio, spiegava che là gli inglesi alla fine del Settecento avevano per primi prodotto in scala industriale il marsala, vino invecchiato, rubandone la denominazione ai locali vignaioli. Questo fu uno dei maggiori motivi portati avanti dagli interventisti italiani nella Prima guerra mondiale e poi anche nella Seconda.

Sul manifesto non era avvertito che chi volesse sedersi e ammirare il giorno o il tramonto seduto sugli apprestati sedili di marmo, avrebbe dovuto spalmarsi la crema di protezione 50 UV, almeno. Non al corrente di questa necessità, i marsalesi a frotte, dopo le inaugurazioni litoranee, sono corsi ai giardinetti, come fanno gli asineddri nel mare verso la rete (proprio per questa fisiologica vicinanza, i marsalesi sono stati chiamati “asineddri”).

 Essendo in piena estate le mamme hanno portato i bambini con il costumino, loro stesse, sotto l’occhio permissivo del consorte, sono andate alle panchine.

Senza la crema solare, la pelle dei pargoli ma anche degli adulti ha subito danni da ricoveri ospedalieri. Il direttore sanitario non si capacitava di questa ondata di nuove bruciature e malattie della pelle, finché gli ispettori sanitari venuti da Palermo hanno risolto l’arcano, addebitando le cause al sole del lungomare e alle panchine messe sotto il sole.

Poiché non tutti i mali vengono per nuocere, la Regione, nell’imporre al comune la chiusura al pubblico dei giardinetti, ha dato in cambio al popolo marsalese l’istituzione della specializzazione in dermatologia solare. Si può dire che è il maggior lascito dell’amministrazione Grillo. Non era riuscito, come promesso cinque anni prima, a realizzare il padiglione ospedaliero delle malattie virologiche, ma ha fatto ottenere la specializzazione medica.

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