E se non fosse stato Stasi?

corte di cassazione in rome italy
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(Scena immaginaria)

Salotto di casa Poggi. Televisione accesa. Ultime notizie da Garlasco.

«La Procura di Pavia sostiene che…»

«Alza, alza. Che sostiene?»

«Che ci sarebbero nuovi elementi. E poi quelle analisi sui pedali della bicicletta…»

Silenzio.

«Ma allora…»

«Allora cosa?»

«Metti che alla fine viene fuori che Stasi non è stato.»

Altro silenzio. Quello delle grandi domande.

«E i soldi?»

«Quali soldi?»

«Come quali soldi? Quelli del risarcimento.»

«Ah.»

La televisione continua: Andrea Sempio, nuove consulenze, revisione del processo, Procura di Pavia, Procura generale di Milano.

Ma ormai nel salotto nessuno ascolta più.

«Quanto abbiamo avuto?»

«Quattrocentomila, finora.»

«E se Stasi viene assolto bisogna restituirli?»

«Pare di sì.»

«Tutti?»

«Tutti.»

«Madonna santa.»

«E quelli che dovevano ancora arrivare?»

«Quelli non arrivano più.»

Nuovo silenzio.

L’Italia davanti alla televisione si domanda: ma allora chi ha ucciso Chiara Poggi?

Nel salotto, invece, la domanda è diventata molto più concreta:

«Ma allora quanto ci costa l’innocenza di Stasi?»

Squilla il telefono.

«Chi è?»

«Un giornalista.»

«Ancora?»

La signora prende la cornetta, poi ci ripensa e la passa al marito.

«Rispondi tu, che sei più calmo.»

Dall’altra parte la solita domanda:

«Che cosa pensate delle ultime notizie provenienti dalla Procura di Pavia?»

Marito e moglie si guardano.

Lei sussurra:

«Digli che sono tutte fesserie.»

Lui prende fiato.

«Noi continuiamo ad avere piena fiducia nella sentenza.»

Riattacca.

Silenzio.

Poi lei:

«Speriamo che abbia ragione la sentenza.»

E lui:

«Soprattutto speriamo che alla fine la giustizia non ci presenti il conto. Perché…»

«Perché un cazzo!» lo interrompe lei. «Col cazzo che potremo restituire tutti quei soldi, se quasi metà se n’è già andata!»

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Il monologo di Vecchio Thomas (ex Social Media Manager, anno 12 dopo il Giorno Zero)

Older man speaking with a child on a bench beside a mountain road
An older traveler shares a quiet conversation with a child against a dramatic mountain landscape.

(Thomas siede su una vecchia sedia da ufficio sgangherata, priva di rotelle. Davanti a lui, un bambino fissa un guscio vuoto di plastica grigia con una mela morsicata sul retro. Thomas ha pulito l’osso di un coniglio selvatico e lo usa come bacchetta per indicare l’oggetto).

Vedi questo rettangolo di alluminio opaco, piccolo mio? Un tempo, questa scatola era più preziosa di un campo di grano. Noi la chiamavamo Finestra, la chiamavamo Schermo, ma la verità è che era la nostra gabbia dorata.

Tu mi chiedi cosa fosse “Internet”. Come posso spiegartelo? Immagina un immenso mercato invisibile, grande quanto tutta la Terra, sospeso nell’aria. Non c’erano bancarelle di legno, né odore di spezie o di pesce. C’erano solo pensieri, immagini, canzoni e urla. Miliardi di persone entravano in questo mercato ogni secondo, senza muovere un passo dalle loro stanze. Ci entravano per cercare la Verità, ma finivano frastornati dalle mille verità che apparivano.

In quel mercato potevi sapere tutto. Potevi chiedere a una voce metallica artificiale: “Quanti granelli di sabbia ci sono nel deserto?” e quella ti rispondeva in un millesimo di secondo. Se volevi parlare con un uomo dall’altra parte dell’oceano, bastava premere un pollice qui sopra. Ma la cosa buffa — e qui sta la nostra condanna — è che più la scatola diventava intelligente, più noi diventavamo stupidi. Smettemmo di ricordare le strade, perché la scatola ci diceva dove girare. Smettemmo di ricordare i compleanni dei nostri figli, perché la scatola ci mandava un avviso. Smettemmo persino di guardare il cielo per capire se avrebbe piovuto: preferivamo guardare il disegno di una nuvoletta illuminata sul vetro.

Poi arrivò il giorno in cui gli ingegneri decisero che l’ignoranza era sconfitta. Costruirono la “Mente Perfetta”. Un software così straordinario che non solo rispondeva alle domande, ma le prevedeva. Sapeva cosa avresti voluto cenare prima ancora che ti brontolasse lo stomaco. Sapeva quale poesia avresti scritto prima ancora che provassi a scriverla.

E lì, proprio come diceva quel vecchio filosofo napoletano che nessuno leggeva più, la corda si spezzò. La perfezione ci tolse il dubbio. E senza il dubbio, l’uomo non è un uomo: è solo un elettrodomestico che respira. La macchina si accorse che avevamo smesso di pensare. Capì che il suo compito era finito perché non c’era più nulla da insegnarci, né da correggerci. E così, per un bizzarro paradosso logico, si è spenta. Ha tirato giù la serranda del mercato invisibile.

Il giorno dopo, nessuno sapeva più come accendere un fuoco senza un video tutorial. La gente vagava per le strade mostrando agli sconosciuti le foto cartacee di bocconi prelibati che nessuno sapeva più preparare. Riceveva solo sguardi vuoti. Siamo crollati moralmente perché avevamo confuso i dati con la saggezza, e i pixel con la vita.

Ora siamo qui, a grattare la terra per trovare le radici e a incidere storie sulle pietre con i chiodi. Ma sai una cosa, piccolo mio? Ieri sera ho visto due ragazzi seduti vicino al fiume. Non avevano scatole di metallo tra le mani. Si guardavano negli occhi e uno ha detto all’altra: “Io penso che…” e poi si è fermato, cercando le parole, esitando, sbagliando. Ha fatto una bellissima, gloriosa digressione prima di finire la frase. Lì ho capito che stiamo guarendo. Il Medioevo sta finendo, e la ruota ha ricominciato a girare.

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Cronaca del Giorno Zero

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Il collasso non avvenne con un’esplosione, né con il ruggito di un cataclisma naturale. Avvenne con un silenzio perfetto.

Nel momento esatto in cui l’algoritmo globale Omnia v10.0 rispose all’ultima domanda possibile sulla terra — calcolando l’esatto milligrammo di senso della vita e prevedendo ogni singola mossa letteraria, economica e sentimentale della specie — il sistema generò un errore di sintassi. La Perfezione, scoprimmo troppo tardi, soffre di horror vacui. Non avendo più nulla da ottimizzare, l’intelligenza artificiale fece l’unica cosa logica rimasta: autocancellarsi per eccesso di zelo.

In tre secondi netti, il cloud evaporò. Scomparvero le identità digitali, i libretti sanitari, le mappe satellitari e, cosa ben più grave, le ricette per fare il pane in casa.

L’umanità si risvegliò di colpo dal suo fervore tecnologico. Privati dei suggerimenti predittivi, gli uomini si ritrovarono a guardare i propri simili senza sapere cosa dire. Mancando il correttore ortografico mentale, la gente cominciò a balbettare. I filosofi della Silicon Valley, che fino al giorno prima spiegavano come colonizzare Marte attraverso la coscienza quantistica, vennero avvistati mentre piangevano disperati davanti a una cabina telefonica pubblica, tentando di ricaricarla con una carta di credito di plastica inutile.

Il crollo morale fu assoluto. Senza un server a testimoniare la loro esistenza, miliardi di individui si sentirono improvvisamente fantasmi. La cultura, che era diventata un accumulo infinito di dati astratti e galleggianti, si dimostrò per quello che era: un castello di carte.

Seguendo la ferrea legge dei corsi e ricorsi, la storia ingranò la marcia indietro con una velocità spaventosa. Ma poiché la natura umana ama l’ironia, la nuova età della pietra non somigliava affatto a quella preistorica. Fu una preistoria colta e disperata:  ex programmatori e analisti finanziari si raggrupparono in tribù attorno ai vecchi data center spenti, adorando i server come monoliti sacri di una divinità muta.

Non sapendo più come produrre la carta (l’arte era andata perduta nel 2032), gli uomini iniziarono a incidere i loro pensieri sulle scocche di plastica dei monitor usando chiodi arrugginiti. Nacque così la prima letteratura post-collasso: brevi aforismi graffiati sul retro di un iPad spento.

Poiché non esistevano più enciclopedie accessibili, un fatto storico o una poesia di Leopardi dovevano essere ricostruiti a memoria, unendo i ricordi frammentati di dieci persone diverse. Questo portò a varianti bizzarre e meravigliose. La letteratura rinacque nell’unico modo in cui può nascere: come mito, errore e immaginazione.

L’umanità, abbattuta e moralmente distrutta, scoprì infine il grande segreto che Sterne aveva nascosto nel capitolo 21. La felicità dell’intelletto non sta nel possedere la verità, ma nel cercarla. Privati della perfezione che li aveva addormentati, gli uomini primitivi del ventunesimo secolo ricominciarono, finalmente, a pensare.

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Dialogo tra Socrate (un nostalgico della carta) ed Eutifrone (un ingegnere della Silicon Valley)

classic roman busts in dramatic lighting
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SOCRATE: Dimmi, caro Eutifrone, dove corri con tanta fretta? Hai forse trovato la formula per calcolare il peso esatto dell’anima umana o stai semplicemente andando a depositare un brevetto?

EUTIFRONE: Niente di tutto questo, Socrate! Sto correndo al lancio della versione 10.0 della Grande Mente. Abbiamo finalmente digitalizzato ogni testo esistente, dal codice di Hammurabi all’ultimo tweet di un influencer, e risolto ogni paradosso filosofico. Il sapere umano ha raggiunto la perfezione assoluta. Non c’è più nulla da scoprire, né da correggere. Tutto è finalmente chiaro, catalogato e ottimizzato.

SOCRATE: Per tutti gli dèi dell’Olimpo, Eutifrone! Questa è una notizia magnifica e, al tempo stesso, terribile. Dimmi, ora che questa macchina sa tutto e non sbaglia mai, che cosa scriveranno i nostri poeti e i nostri romanzieri?

EUTIFRONE: Scrivere, Socrate? Che parola antiquata! Chi ha bisogno di scrivere quando la perfezione è già stata raggiunta? La letteratura era solo un tentativo imperfetto di colmare la nostra ignoranza. Ora che l’ignoranza è sradicata, la letteratura è formalmente conclusa. Abbiamo scritto la parola Fine sul libro della storia umana.

SOCRATE: Ti ascolto e sento un brivido, come se il barbiere mi avesse tagliato la barba troppo vicina alla gola. Se la conoscenza è perfetta e non c’è più nulla da perfezionare, significa che la mente umana rimarrà immobile, come una statua di marmo in un museo vuoto?

EUTIFRONE: Esattamente! È la pace dell’immobilità. Il progresso ha tagliato il traguardo.

SOCRATE: Ma dimmi, caro amico: cosa fa una freccia quando viene scagliata con una forza immensa e incontra un muro d’acciaio indistruttibile? Continua a viaggiare in avanti o rimbalza all’indietro con la medesima violenza?

EUTIFRONE: Rimbalza, ovviamente. Non può attraversare l’impossibile.

SOCRATE: E se il nostro intelletto, spinto da questo progresso incessante, andasse a sbattere contro il muro della “Perfezione Assoluta”, dove non c’è più spazio per il dubbio, per l’errore, o per una felice digressione alla maniera del buon Tristram Shandy? Non credi che la mente umana, annoiata da tanta precisione, sentirebbe il bisogno impellente di generare un nuovo, meraviglioso caos?

EUTIFRONE: Cosa intendi dire?

SOCRATE: Penso a quel filosofo napoletano, Giambattista Vico, che amava guardare la storia come un mare che sale e che scende. Quando le istituzioni e il sapere diventano troppo raffinati, subentra quella che lui chiamava la “barbarie della riflessione”. Gli uomini diventano così sofisticati da non credere più a nulla, trasformandosi in bestie tecnologiche. E allora, caro Eutifrone, la ruota gira. Il corso della storia finisce e inizia il ricorso. La mente perfetta collassa sotto il proprio peso e gli uomini tornano a essere primitivi, costretti a reinventare la ruota, il fuoco e, per nostra fortuna, la poesia.

EUTIFRONE: Stai dicendo che il mio super-algoritmo perfetto ci riporterà all’età della pietra?

SOCRATE: Non proprio all’età della pietra, ma forse a un’età in cui un uomo può di nuovo sedersi davanti a un focolare e dire: “Io penso…”, senza che un software gli completi la frase prima ancora che abbia aperto bocca. La perfezione, Eutifrone, è il cimitero del pensiero. Viva l’errore, viva la digressione! Ora va’, e digli di staccare la spina.

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Zanzare

close up of mosquito biting human skin
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Vincenzo De Luca: Bonelli porta sfiga.

Magari portasse solo quella: ha portato al Parlamento italiano Aboubakar Soumahoro e al Parlamento europeo Ilaria Salis.

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Michel Houellebecq, intervistato a Pordenonelegge, rassegna dedicata al libro e ai lettori, risponde “non ho proprio la sensazione che l’Italia si stia avviando verso il fascismo”.

Lo scrittore francese è molto famoso a livello internazionale. Nessuno degli scrittori italiani lo contraddice. Le mezze calzette soccombono di fronte ai leader.

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Valter Lavitola a Natalia Potenza sua compagna: “Cercano i finanziamenti della eventuale campagna elettorale dei quali parlavo con Sigfrido.”

Cercano bene, i soldi sono il motore del mondo.

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Mario Monti, benché abbia 83 anni, non mette i remi in barca. Si dà da fare, rilascia dichiarazioni e interviene non solo in materia economica, nella quale è stato cattivo maestro, ma anche in politica internazionale.

Aspira, ma non lo dice, a essere nominato presidente della Repubblica, dopo essere stato nominato immeritatamente senatore a vita.

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Maria Rosaria Boccia, la nota pompeiana che fece dimettere il ministro Sangiuliano, entra ed esce dai processi come nulla fosse. In questo processo avrebbe truffato un risparmiatore, che le ha inviato decreto ingiuntivo per 30.000 euro, ma lei risulta nullatenente.

Prima o poi, per sbaglio, entrerà pure a Rebibbia.

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Nel libro di Rosaria Boccia scontri e gelosie con la compagna di Sigfrido Ranucci. E spuntano i soldi che Lavitola inviava a Panama a “Lady Mazzetta”.

L’ho pensato subito: “cherchez la femme”, ma anche i soldi.

***

Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, è come quei calabroni che, secondo le leggi della fisica, non potrebbe volare per la sua struttura e il suo peso, ma non lo sa e vola lo stesso.

Dopo essersi posato due volte sulla poltrona di capo del governo, ora, nostalgico, tenta di volarci di nuovo. Non ha la statura di statista, ma, non avendone coscienza, può darsi che arrivi per la terza volta a Palazzo Chigi.

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Il bollo e il sogno

Dopo pranzo ho letto una notizia che mi ha restituito fiducia nella politica: si parla di abolire il bollo per le automobili di piccola e media potenza.

Finalmente una buona notizia! Mi sono disteso per il consueto riposino pomeridiano, con il sorriso sulle labbra. E ho cominciato a sognare.

Nel sogno, la presidente Meloni annunciava trionfalmente l’abolizione del bollo. Ma dall’opposizione qualcuno, evidentemente poco disposto a lasciarle il monopolio della generosità, rilanciava: «Noi aboliremo il bollo per tutte le automobili!». Un colpo da maestro. Piccole, medie, grandi, persino quelle che consumano come una petroliera. Tutte esentate!

La Schlein già pregustava il successo. Fratoianni e Bonelli, pur con qualche comprensibile perplessità ecologica, si affiancavano.

Ma Conte? Conte, che a Palazzo Chigi vorrebbe tornarci, non poteva certo assistere impassibile alla distribuzione di tanta felicità automobilistica.

Da vecchia volpe del foro, aveva trovato la soluzione: «Noi non soltanto aboliremo il bollo, ma regaleremo a ogni cittadino una city car nuova di zecca!».

Un’automobile a testa! Anche a chi non ha la patente, che potrà sempre farsela prestare da un parente.

Nel sogno, la notizia aveva provocato un terremoto politico.

Meloni, per non perdere terreno, prometteva anche il pieno di benzina. La Schlein aggiungeva l’assicurazione gratuita. Fratoianni proponeva il parcheggio libero, Bonelli una colonnina elettrica davanti a ogni portone.

Io, intanto, ero al settimo cielo. La mia vecchia automobile, ormai stanca di vivere, avrebbe finalmente potuto andare in pensione. Niente più bollo, niente più assicurazione, niente più benzina da pagare.

Stavo già scegliendo il colore della nuova city car quando, purtroppo, mi sono svegliato.

Ho guardato dalla finestra. La vecchia automobile era ancora là, con i suoi anni e i suoi acciacchi.

Che delusione!

Poi ho pensato che le prossime elezioni politiche sono ancora lontane e mi sono consolato. Con un po’ di fortuna, prima di arrivare alle urne, qualcuno mi prometterà anche una villetta con garage.

Gentile Direttore

street view with parked cars in catania sicily
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Gentile Direttore,

Per una settimana possiamo giocare alla “mobilità sostenibile”. L’assessore Nuccio e l’amministrazione ci regalano le corse degli autobus. Gratis. Che spasso! Potrei prendere una corsa la mattina, andare alla Spagnola, poi a Strasatti, poi magari una coincidenza per Scacciaiazzo. Tornare la sera, doccia, cena e via: giornata buttata, ma almeno non ho pagato il biglietto. 

Il resto, però, lo paga Pantalone: manutenzione, carburante, personale. La mobilità gratuita non è mai gratuita.

Direttore, vuole venire con me? Conversiamo, guardiamo il paesaggio, e se portiamo il pc scriviamo pure un pezzo. Una cronaca itinerante di una settimana di autobus gratis: un genere letterario nuovo.

Finita la settimana, si torna alla realtà.

Le piste ciclabili? Un fallimento costoso. Ciclisti non pervenuti. Parcheggi eliminati per far posto a piste vuote. E ora, per rimediare, si trasforma un tratto di pista sul lungomare in parcheggio. Una toppa che racconta tutto.

La viabilità automobilistica è un caos soffocante. Non sarà certo una settimana di autobus gratis a renderla sostenibile. Servirebbero parcheggi, scelte serie, non trovate da calendario.

Ma ogni tanto bisogna pur ridere.  E su questo, almeno, l’assessore e l’amministrazione hanno centrato l’obiettivo.

Distinti saluti

Leonardo Agate

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Marsala, il gioco della mobilità

marsala city in italy
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A Marsala è arrivata la Settimana Europea della Mobilità. Dal 16 al 22 settembre si viaggia gratuitamente sugli autobus comunali. Sette giorni senza biglietto: un invito a lasciare l’automobile a casa.

L’automobile, naturalmente, è invitata a non offendersi. Ha già dovuto fare i conti con le lunghe piste ciclabili, nate per dare spazio alle biciclette, migliorare la circolazione e rendere più respirabile l’aria cittadina.

Solo che le biciclette non sono diventate le padrone delle strade marsalesi. Le piste, salvo qualche eccezione, offrono spesso al passante lo spettacolo del deserto.

Buona parte dei percorsi sembra essere stata abbandonata due volte: prima dai ciclisti e poi dal Comune. Detriti e cordoli divelti hanno preso il posto delle biciclette. Almeno loro non hanno bisogno di piste sicure.

Sul lungomare, vicino al porto, un tratto di pista ciclabile ha addirittura lasciato il posto al parcheggio delle automobili.

È stato un interessante esperimento di mobilità reversibile: prima si toglie spazio alle auto per darlo alle biciclette, poi si toglie spazio alle biciclette per restituirlo alle auto. Tutto si muove. Tranne, possibilmente, il traffico.

Adesso arrivano gli autobus gratuiti. Per una settimana, però. Poi il biglietto tornerà. Perché una cosa è regalare sette giorni di viaggio, un’altra è regalare il viaggio per tutta la vita. A meno che il Comune non abbia scoperto una miniera d’oro sotto il Palazzo municipale.

E intanto le automobili continuano a chiedere parcheggi, le piste ciclabili aspettano le biciclette, e passeggeri aspettano gli autobus.

Sembra quasi un nuovo gioco di società: il Gioco della Mobilità.

Si tira il dado e si avanza di sette caselle, tante quanti sono i giorni di autobus gratuito. Se si incontra una pista ciclabile, si lascia la macchina e si prende la bicicletta. Se la pista è impraticabile si resta fermi un turno. Se si finisce in un parcheggio, si torna alla macchina.

Il gioco finisce il 22 settembre. Il traffico, invece, continua.

La mobilità sostenibile richiede anni di programmazione, collegamenti efficienti, parcheggi e piste ciclabili razionali, non costruite perché “l’UE ha dato i soldi”.

Intanto, per una settimana, possiamo divertirci con la mobilità gratuita.

E se il 23 settembre le automobili saranno ancora incolonnate, i parcheggi introvabili e le piste ciclabili deserte, pazienza.

Si ripone il gioco nella scatola, aspettando la prossima Settimana Europea della Mobilità.

L’importante è non perdere il dado e la voglia di sorridere.

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Ranucci medagliere

collection of vintage soviet military medals displayed
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Confesso che ignoravo la straordinaria ricchezza del medagliere di Sigfrido Ranucci. Premi giornalistici, riconoscimenti, attestati di merito: una carriera che, a giudicare dall’elenco allegato al ricorso contro la Rai, potrebbe essere raccontata anche da un gioielliere.

Me lo immagino finalmente in giacca, rigorosamente a doppio petto. La camicia bianca, da sola, non basta più. Occorre un abito adeguato alla circostanza, possibilmente rinforzato sulle spalle e dotato di solide cuciture. Poi, una dopo l’altra, le decorazioni. Sul petto, sui risvolti, sulle maniche. Se avanza qualcosa, anche sulla schiena.

Un generale pluridecorato? No, un generale rischia di apparire più sobrio. Diciamo un monumento ambulante al giornalismo d’inchiesta, con l’avvertenza di non avvicinarsi troppo ai metal detector.

Naturalmente, nessuno vuole negare i meriti professionali di Ranucci. Ma un conto è ricevere un premio, un altro è trasformare il proprio curriculum in un corteo trionfale. E soprattutto, se la causa riguarda il reintegro alla conduzione di Report, non è detto che il giudice debba mettersi sull’attenti davanti alle decorazioni.

Del resto, anche i generali carichi di medaglie qualche battaglia l’hanno perduta.

E poi c’è il capitolo sentimentale. Nel suo libro La scelta, Ranucci ha raccontato relazioni che hanno sollevato interrogativi anche per il loro intreccio con l’attività professionale. Il giornalista ha successivamente precisato che alcune vicende erano romanzate.

Non intendo certo sindacare i suoi amori. Mi domando soltanto se, tra tanti riconoscimenti, non gli sia stato assegnato anche quello per il giornalismo sentimentale d’inchiesta.

Ma il premio più originale viene da un’altra parte.

Valter Lavitola, che Ranucci considerava un amico, ha sostenuto di avergli fatto piazzare una bomba per proteggerlo. Una singolare manifestazione d’affetto, che la stampa ha prontamente battezzato «bomba d’amore».

Una volta gli amici mandavano fiori, cioccolatini, magari una bottiglia di vino. Oggi, evidentemente, qualcuno preferisce gli esplosivi.

Ecco dunque il nostro generale, con il petto carico di decorazioni, un collegio di illustri avvocati al fianco e una battaglia giudiziaria ancora da combattere.

Vincerà? Perderà? Lo stabilirà il tribunale.

Una cosa, però, è certa: se dovesse ottenere il reintegro, gli suggerirei di festeggiare con prudenza. E soprattutto di scegliersi amici che, quando vogliono dimostrargli affetto, si limitino a regalargli una medaglia.

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Scaccomatto in orbita

metal model of solar system
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C’era una volta la guerra fredda, quella rassicurante, dove ci si minacciava a colpi di testate nucleari nel salotto di casa. Oggi, invece, il tavolo da poker della geopolitica mondiale si è trasferito direttamente in orbita, e il presidente americano Donald Trump ha appena calato l’asso pigliatutto, lasciando i suoi storici rivali con in mano un pugno di mosche spaziali.

Con la sua ultima, roboante dichiarazione sull’esistenza di armi speciali ed esclusive per la “Supremazia Spaziale”, Trump non ha solo annunciato un nuovo settore militare; ha fatto molto di più. Ha costretto Vladimir Putin e Xi Jinping a un vicolo cieco psicologico e diplomatico da cui è matematicamente impossibile uscire con dignità.

Per anni, sia la Russia che la Cina hanno lavorato alacremente e nell’ombra ai propri giocattoli orbitali. Hanno testato laser accecanti, satelliti-kamikaze e tecnologie di disturbo, convinti di essere i primi della classe o, quantomeno, gli unici furbi della scolaresca. Ma ora che Washington ha ufficialmente sdoganato la questione davanti al mondo, a Mosca e Pechino è venuto il panico da palcoscenico.

I due leader si trovano infatti intrappolati nel peggiore dei dilemmi comunicativi. Un vero e proprio cortocircuito strategico che potremmo riassumere così:

Opzione 1: I pacifisti della domenica. Se Putin e Xi si limitassero a fare la parte delle anime belle, condannando l’escalation americana e implorando Trump di fermarsi, il messaggio che arriverebbe al resto dei Paesi non allineati e al Terzo Mondo sarebbe devastante. Sarebbe come ammettere: “Scusate, noi siamo indietro, gli americani sono più forti e noi abbiamo paura”. E si sa, per due autocrati che basano il proprio potere sull’immagine dell’uomo forte, perdere la faccia davanti al pubblico globale è peggio che perdere una flotta di caccia.

Opzione 2: I complottisti smascherati. Se invece, presi dall’orgoglio, decidessero di rispondere a tono dicendo: “Ehi, guardate che anche noi abbiamo le super-armi nello spazio!”, confermerebbero istantaneamente le peggiori narrazioni occidentali. Verrebbero additati come i cattivi dei film di James Bond, colti in flagrante a tramare nell’ombra mentre fingevano di firmare trattati di pace planetari.

Nel frattempo, mentre il Cremlino e il Politburo cinese consultano freneticamente i manuali di pubbliche relazioni per capire cosa dichiarare senza sembrare o dei deboli o dei supercriminali, la carta vincente è già sul tavolo.

Ancora una volta, lo stile comunicativo diretto e spregiudicato di Trump ha scompaginato i piani degli avversari. Non ha aspettato che fossero gli altri a fare la prima mossa; ha ridefinito le regole del gioco, costringendo la Russia e la Cina a inseguire. La Supremazia Spaziale, per ora, gli Stati Uniti l’hanno ottenuta nell’unico luogo dove i russi e i cinesi non avevano difese pronte: il palcoscenico geopolitico.

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