Proust e il segreto peggiore

Di Marcel Proust si dicono molte cose: il genio, lo stile, le frasi interminabili.
Si dice meno, o si dice male, del resto: la sua omosessualità. Non perché fosse un mistero, ma perché era una di quelle verità che, all’epoca, si dovevano gestire, non dichiarare. Proust non era un militante, non faceva bandiere. Faceva una cosa più sottile: trasformava.

Nella “Alla ricerca del tempo perduto” molti amori sono mascherati. Uomini diventano donne, desideri cambiano genere, le storie si travestono. Non per pudore letterario, ma per necessità sociale. E anche, forse, per un gusto personale: complicare ciò che è già complicato.

Il risultato è curioso: l’omosessualità è ovunque, ma mai completamente allo scoperto. E quando emerge, non è mai rassicurante. È fatta di gelosia, controllo, sospetto. Più che libertà, somiglia a una prigionia elegante.

Proust non difende, non accusa. Osserva. E nel farlo smonta sia l’ipocrisia sociale sia quella privata. Alla fine resta una sensazione un po’ scomoda: che il problema non sia quello che si desidera, ma quanto si è disposti a dirlo — e a dirselo.

E su questo, ieri come oggi, non siamo migliorati molto.

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