Con le dimissioni forzate della ministra Daniela Santanchè è stato ribaltato, anche stavolta, il principio costituzionale della non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Non è il primo caso che avviene; a volte è capitato per gli esponenti di destra, altre volte per gli esponenti di sinistra. La Costituzione, da tutti sempre invocata, viene stravolta nelle interessate interpretazioni. In questo caso, non è nemmeno un’interpretazione sbagliata, ma la violazione pura e semplice di un articolo, il 27.
Anche in questo caso conviene ribadire quel che è ovvio, senza speranza che in futuro possa succedere di meglio e diverso.
Nessuno può essere considerato colpevole fini a sentenza definitiva. Quindi, per i padri costituenti era chiaro che senza l’accertata colpevolezza non si potesse limitare l’attività di nessuno. La ministra dimessa ha nei suoi confronti alcuni procedimenti penali e civili, ma ancora la magistratura non ha emesso su di lei sentenze definitive. Pure, è stata costretta a dimettersi e abbandonare quell’incarico che le era stato conferito dal presidente della Repubblica dietro proposta del capo del governo.
Si tratta anche di un affronto al popolo sovrano, della cui sovranità tutti si riempiono la bocca, salvo dimenticarsene quando fa comodo. La dimissionaria aveva il doppio incarico di parlamentare, eletta direttamente dal popolo, e ministra, nominata dal presidente della Repubblica. Il popolo sovrano due volte, in questo caso, ha subito uno schiaffo. Un suo rappresentante è stato reso inagibile disapplicando la prescrizione costituzionale.