Sogno o realtà?

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Ho letto il primo racconto di Finzioni di Borges, “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”, e mi è sembrato uno di quei testi che continuano a crescere nella mente del lettore anche dopo l’ultima pagina. Apparentemente è un racconto fantastico: si scopre un paese inesistente, poi un pianeta immaginario, infine un’intera enciclopedia dedicata a un mondo che non esiste. Ma, come spesso accade in Borges, la fantasia è soltanto la porta d’ingresso.

Tlön è un mondo costruito dalle idee. Non conta la realtà materiale, ma il pensiero che la descrive. Poco alla volta quel mondo immaginario, ordinato e coerente, comincia a insinuarsi nel nostro fino a sostituirlo. Gli uomini finiscono per preferire Tlön alla realtà perché Tlön è più semplice, più comprensibile e meno contraddittorio.

Nelle ultime pagine Borges allude esplicitamente ai totalitarismi del suo tempo. Il racconto è del 1940 e lo scrittore ha davanti agli occhi le grandi ideologie del Novecento. Fascismo, comunismo e nazismo offrivano spiegazioni complete della storia e della società. Il loro successo derivava anche dalla capacità di trasformare la complessità del mondo in un sistema ordinato di idee. Tlön diventa così la metafora di ogni costruzione intellettuale che pretende di essere più vera della realtà.

A distanza di oltre ottant’anni il racconto sembra parlare anche di altro. Viene da pensare ai moderni mezzi di comunicazione, alle serie televisive, alle telenovelas e a quei mondi artificiali che occupano una parte crescente della nostra vita. Nelle telenovelas i personaggi sono riconoscibili, i conflitti hanno una causa precisa, le passioni seguono percorsi comprensibili e quasi sempre le vicende trovano una conclusione. La vita reale, invece, è confusa, irregolare e spesso priva di senso.

Naturalmente Borges non poteva prevedere le piattaforme televisive o i social network, ma aveva intuito un meccanismo umano fondamentale: la tendenza a sostituire il disordine del reale con una costruzione più rassicurante. Gli uomini, sembra dirci, preferiscono spesso una finzione ben organizzata a una realtà difficile da interpretare.

Per questo “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” non è soltanto un racconto fantastico o un gioco intellettuale. È anche una riflessione sul potere delle idee, delle ideologie e delle narrazioni. Quando un mondo inventato appare più coerente di quello vero, il rischio è che si finisca per abitarlo.

Forse Borges aveva compreso, con molti decenni di anticipo, che le finzioni non servono soltanto a evadere dalla realtà: talvolta possono sostituirla.

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Fra i racconti di Borges, *Pierre Menard, autore del Chisciotte* è forse uno dei più curiosi e, a prima lettura, uno dei più inutili. Il protagonista, uno scrittore francese del Novecento, si propone infatti un’impresa singolare: scrivere il *Don Chisciotte*. Non copiarlo, non tradurlo, non adattarlo ai tempi moderni, ma scriverlo nuovamente, parola per parola, fino a ottenere pagine identiche a quelle di Cervantes.

La prima reazione del lettore è inevitabile: a che serve? Il “Don Chisciotte” esiste già. Perché consumare anni di studio e di lavoro per rifare un libro che tutti possono leggere nella sua forma originale? L’impresa di Pierre Menard sembra il trionfo dell’inutilità letteraria.

Eppure Borges costruisce il suo paradosso proprio su questa apparente inutilità. Il narratore del racconto arriva a sostenere che le pagine di Menard siano persino superiori a quelle di Cervantes, benché siano identiche. Le stesse parole, scritte da un autore francese del Novecento, assumerebbero significati diversi da quelle composte da uno scrittore spagnolo del Seicento.

Il racconto può essere letto come una sottile ironia nei confronti della critica letteraria. Vi sono studiosi che sembrano attribuire più importanza ai commenti che alle opere, alle interpretazioni più che ai testi. Borges si diverte a immaginare un critico capace di trovare profondità straordinarie in pagine che esistono già da tre secoli.

Ma il racconto contiene anche un’idea molto seria. Ogni lettura di un classico è, in qualche misura, una riscrittura. Un lettore del Seicento, uno dell’Ottocento e uno del nostro tempo non leggono lo stesso “Don Chisciotte”. Cambiano la lingua, la storia, la sensibilità e l’esperienza del mondo. Le parole rimangono identiche, ma il loro significato si modifica.

In questo senso Pierre Menard porta all’estremo un fenomeno che avviene continuamente. Se un autore moderno riuscisse davvero a scrivere parola per parola un’opera antica, non produrrebbe una copia, ma un’opera nuova. Il tempo trascorso fra Cervantes e Menard, le guerre, le rivoluzioni, le idee e le trasformazioni della società cambierebbero inevitabilmente il significato di quelle stesse frasi.

Forse Borges vuole dirci che nessun grande libro è mai definitivamente concluso. Ogni generazione lo rilegge, lo interpreta e in qualche modo lo riscrive. Persino il lettore, aprendo un classico dopo secoli, ne diventa un nuovo autore.

L’impresa di Pierre Menard resta dunque contemporaneamente inutile e necessaria. Inutile perché il “Don Chisciotte” esiste già; necessaria perché nessun libro, attraversando il tempo, rimane davvero identico a sé stesso.

Forse è proprio questo il destino dei grandi classici: essere continuamente riscritti senza che nessuno cambi una sola parola.

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Fra i racconti di Borges, “Le rovine circolari” è forse uno dei più brevi e insieme uno dei più vertiginosi. L’intreccio può essere raccontato in poche righe. Un uomo giunge presso un antico tempio in rovina e si propone un’impresa straordinaria: sognare un altro uomo con tale precisione da farlo esistere realmente. Dopo lunghi tentativi, il sognatore riesce nell’opera. Il giovane prende vita e viene inviato nel mondo senza sapere di essere soltanto il prodotto di un sogno.

La sorpresa arriva nelle ultime pagine. Quando il protagonista attraversa il fuoco senza esserne bruciato, comprende improvvisamente di essere egli stesso il sogno di un altro uomo. Il creatore scopre di essere creatura. Il sognatore si rivela sognato.

Il titolo del racconto non allude soltanto alle rovine del tempio, ma alla struttura stessa della narrazione. Tutto procede in cerchio. Un uomo sogna un altro uomo; quel primo uomo è stato a sua volta sognato; e nulla impedisce di immaginare un terzo sognatore, e poi un quarto, e così via all’infinito. Non esiste un’origine certa, un primo anello della catena.

Borges recupera qui antiche tradizioni filosofiche. Il pensiero orientale si è spesso domandato se l’uomo sogni il mondo o il mondo sogni l’uomo. Alcuni filosofi idealisti hanno sostenuto che la realtà non sia altro che una rappresentazione. Ma Borges non costruisce un sistema filosofico: costruisce una favola metafisica.

La cosa più interessante è che il sogno non si arresta ai personaggi. Il mago sogna il giovane; Borges sogna il mago; il lettore, leggendo, ricrea nella propria mente entrambi. La letteratura stessa diventa un sogno sognato due volte o forse tre.

Si potrebbe aggiungere che il racconto, scritto molti decenni fa, anticipa anche il mondo contemporaneo. Oggi viviamo immersi in immagini, racconti, spettacoli, universi televisivi e virtuali che spesso finiscono per sostituire la realtà. Le telenovelas, le serie televisive, le narrazioni continue dei mezzi di comunicazione costruiscono mondi alternativi nei quali milioni di persone abitano per alcune ore ogni giorno. Talvolta il mondo ordinato della finzione appare più rassicurante del mondo disordinato dell’esperienza.

Alla fine il protagonista prova insieme sollievo e terrore. Sollievo perché il fuoco non lo distrugge; terrore perché comprende di non possedere un’esistenza autonoma. La sua vita, i suoi ricordi e il suo stesso progetto di creatore appartengono a un sogno altrui.

Forse è questa la grande intuizione di Borges: non che il mondo sia davvero irreale, ma che ogni uomo vive dentro costruzioni immaginarie, ricordi, ideologie, racconti e immagini che altri hanno sognato prima di lui. E la letteratura, lungi dall’essere una fuga dal reale, diventa il luogo nel quale la natura sognata della nostra esistenza appare con maggiore evidenza.

In questo senso “Le rovine circolari” non racconta soltanto il sogno di un uomo che crea un altro uomo. Racconta il sospetto, antico quanto l’umanità, che ciascuno di noi possa essere il personaggio di un sogno che non conosce il proprio sognatore.

I due Circoli

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Ci sono particolari apparentemente marginali che raccontano una città più di tanti discorsi ufficiali. Talvolta basta entrare in un circolo cittadino per comprendere il carattere di una comunità, le sue ambizioni, il rapporto che intrattiene con il proprio passato e persino il modo in cui guarda al futuro.

A Marsala esiste un’associazione che, prima della Repubblica, si chiamava “Circolo Nobili” e che oggi porta il più democratico nome di “Circolo Lilybeo”. Vi aderiscono alcune centinaia di soci, per lo più anziani. Si gioca a carte, si trascorre il tempo in conversazione, nella lettura dei giornali o anche solitariamente guardando fuori chi passa;  si partecipa a qualche iniziativa culturale, gastronomica o mondana. È un luogo di incontro e di socialità, come tanti altri presenti nelle città siciliane.

Anche a Ragusa Ibla esiste, fin dai tempi borbonici, il “Circolo di Conversazione”. Le attività non sono molto diverse: conversazioni, giochi con le carte, incontri, momenti di vita associativa. Eppure, entrando nei due locali, si avverte una differenza che va oltre l’arredamento o il prestigio degli ambienti.

Il circolo ragusano appare come una vetrina della città, quasi un suo salotto; quello marsalese conserva invece un carattere più popolare e dimesso. Non si tratta di una questione di nobiltà o di censo, ma di attenzione verso ciò che una comunità considera rappresentativo di sé stessa.

Lo stesso confronto sembra riproporsi osservando le due città. Ragusa Ibla appare più ordinata, più curata, più consapevole del proprio valore estetico e storico. Marsala, pur possedendo molte risorse, spesso offre l’impressione di una ricchezza non pienamente valorizzata.

Le ragioni non vanno ricercate tanto nella storia remota. Entrambe sono città di antica nobiltà e di lunga tradizione. La differenza sembra piuttosto appartenere alla storia recente e alle scelte compiute negli ultimi decenni.

A Ragusa si è compreso che il turismo rappresenta una delle principali risorse economiche e culturali. La città si è organizzata per accogliere il visitatore, valorizzando monumenti, spazi urbani, percorsi e luoghi identitari. Non tutto è perfetto, naturalmente, ma esiste una consapevolezza diffusa del valore del proprio patrimonio.

A Marsala, invece, la risorsa turistica è spesso evocata nei discorsi pubblici e nei programmi amministrativi, ma con minore continuità nelle realizzazioni concrete. Luoghi civili e religiosi di grande interesse, edifici storici, spazi archeologici e testimonianze del passato non sempre ricevono l’attenzione che meriterebbero. Alcuni sono poco valorizzati, altri appaiono trascurati, altri ancora sembrano vivere in una sorta di dimenticanza collettiva.

Attribuire ogni responsabilità alle amministrazioni comunali sarebbe forse troppo semplice. Le amministrazioni, in fondo, riflettono la società che le esprime. Una città che considera il proprio patrimonio una ricchezza da custodire e mostrare finisce per pretendere interventi, cura e decoro. Una città che si abitua alla trascuratezza finisce invece per considerarla normale.

Forse il confronto tra Marsala e Ragusa non serve tanto a stabilire quale delle due sia migliore. Serve piuttosto a ricordare che il destino di una città non dipende soltanto dalla storia che ha ricevuto in eredità, ma anche dall’idea che i suoi abitanti hanno di essa. E qualche volta, per capire come una comunità vede sé stessa, basta sedersi per qualche minuto nei saloni del suo vecchio circolo cittadino.

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La burocrazia in Gogol e in Bulgacov

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La burocrazia come demonio: l’eredità di Gogol in Bulgakov

Esiste un filo rosso, tinto di umorismo nero e disperazione, che unisce la Pietroburgo ottocentesca di Gogol alla Mosca sovietica degli anni ’30 di Michail Bulgakov. Per entrambi gli autori, la macchina amministrativa e burocratica non è un semplice apparato umano difettoso, ma un’entità metafisica, mostruosa e disumanizzante. Se in Gogol l’individuo viene annullato dalla rigida “Tabella dei ranghi” zarista, dove un uomo vale meno del tessuto del suo cappotto, in Bulgakov (si pensi a Il Maestro e Margherita) la burocrazia sovietica diventa una gabbia kafkiana di timbri, tessere e permessi che decidono della vita e della morte dell’arte e dell’anima.

Il fantastico come unico tribunale possibile

Il vero parallelismo strutturale risiede nella risoluzione della satira. Sia Gogol che Bulgakov riconoscono l’impotenza dell’uomo comune di fronte al potere costituito. La giustizia terrena è cieca e corrotta; pertanto, l’unico modo per scardinare il sistema è l’intrusione dell’elemento soprannaturale e fantastico.

In Gogol, il povero Akakij Akakievic deve morire e trasformarsi in un fantasma vendicatore per poter terrorizzare i colletti bianchi e strappare i cappotti ai potenti. In Bulgakov, è necessario l’intervento del demonio in persona (Woland e il suo seguito) per mettere a ferro e fuoco la corrotta società letteraria e burocratica moscovita, smascherandone l’ipocrisia attraverso una giustizia paradossale ed extraterrena.

Il riso amaro

In entrambi gli autori, la satira si muove sul confine sottilissimo tra la risata comica e il pianto patetico. Non si ride mai con leggerezza. Il grottesco gogoliano deforma la realtà per mostrarne la miseria interiore; la satira bulgakoviana usa la fantasmagoria e il carnevalesco per gridare contro la censura e l’oppressione. La letteratura diventa così l’ultimo baluardo di resistenza: laddove la realtà censura e schiaccia, il grottesco fantastico libera.

L’industria dell’antimafia

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Una volta, per tenere in vita i santi, bastavano le reliquie. Un dente, una falange, un pezzetto di veste e il santo continuava a fare miracoli nei secoli. Oggi, per tenere in vita i mafiosi, basta invece il giornale quotidiano.

Messina Denaro è morto da tempo, la giustizia se l’è preso, i medici pure, i becchini hanno fatto il loro dovere e tuttavia il personaggio continua a vivere con sorprendente vitalità. Ogni settimana spunta un nuovo tesoro, una nuova cassaforte, un nuovo pizzino, un nuovo mistero, un nuovo confidente, un nuovo amico d’infanzia, un nuovo favore, una nuova relazione sentimentale, una nuova proprietà.

Il defunto lavora più da morto che da vivo.

A leggere certi giornali locali si potrebbe credere che il capomafia, invece di essere sottoterra, passi ancora le giornate a organizzare patrimoni, contare denaro, spostare cassette di sicurezza e impartire ordini con una puntualità e una precisione che nemmeno un ragioniere diplomato a pieni voti.

Naturalmente la mafia esiste, è esistita e continuerà probabilmente a esistere, perché la delinquenza organizzata si adatta ai tempi meglio dei partiti politici. Si infiltra negli affari, nelle professioni, nelle amministrazioni e nelle relazioni umane. Questo lo sappiamo tutti.

Quello che non si capisce è se l’informazione quotidiana, martellante e ossessiva, serva davvero a combatterla.

Viene il dubbio che un’organizzazione criminale tragga un certo vantaggio dall’essere descritta ogni giorno come onnipotente, onnipresente, onnisciente. Se la Cupola si riunisse davvero, potrebbe forse arrivare alla conclusione che conviene apparire dieci volte più potente di quanto si sia realmente.

Nelle trattative, infatti, la forza spesso non è quella che si possiede ma quella che si riesce a far credere di possedere.

Così, mentre lo Stato rassicura i cittadini dicendo che la mafia è stata colpita duramente, alcuni giornali sembrano contemporaneamente impegnati a dimostrare che essa è dappertutto, vede tutto, controlla tutto, sa tutto e dispone di patrimoni inesauribili.

Il cittadino resta confuso. Da una parte la mafia sarebbe sconfitta; dall’altra sembra amministrare l’universo.

Nasce allora un sospetto malizioso. Non è che la Cupola, se ancora esiste, abbia compreso da tempo l’utilità della pubblicità gratuita? Non è che il racconto quotidiano della mafia finisca col costruire una leggenda più che descrivere una realtà?

Se un’organizzazione criminale dovesse scegliere fra il silenzio e dieci articoli al giorno sulla propria potenza, quale soluzione preferirebbe?

Naturalmente è originale pensare che i giornali siano finanziati dalla Cupola, ma come ipotesi ci sta pure. Sarebbe un’ipotesi eccessiva?  Ma non è pure eccessivo parlare ogni giorno di mafia, pure quando non ci sono novità, così, per vendere più giornali o per riempirli?

I giardinetti fronte mare

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La stagione dei giardinetti fronte mare, iniziata dall’amministrazione Grillo alla fine del suo mandato e completata con le inaugurazioni dall’amministrazione Patti dopo le elezioni amministrative, è durata, come si suol dire, lo spazio di un mattino o, per essere più precisi, una sola stagione. Quella delle speranze legate al rinnovo della costa meridionale per innestarla nel tessuto vivo della città.

Per fare ciò, addirittura è stato mutato il nome di un vecchio toponimo, facendolo diventare Quartiere Inglese. Un vasto manifesto esplicativo, di fronte alle cantine Florio, spiegava che là gli inglesi alla fine del Settecento avevano per primi prodotto in scala industriale il marsala, vino invecchiato, rubandone la denominazione ai locali vignaioli. Questo fu uno dei maggiori motivi portati avanti dagli interventisti italiani nella Prima guerra mondiale e poi anche nella Seconda.

Sul manifesto non era avvertito che chi volesse sedersi e ammirare il giorno o il tramonto seduto sugli apprestati sedili di marmo, avrebbe dovuto spalmarsi la crema di protezione 50 UV, almeno. Non al corrente di questa necessità, i marsalesi a frotte, dopo le inaugurazioni litoranee, sono corsi ai giardinetti, come fanno gli asineddri nel mare verso la rete (proprio per questa fisiologica vicinanza, i marsalesi sono stati chiamati “asineddri”).

 Essendo in piena estate le mamme hanno portato i bambini con il costumino, loro stesse, sotto l’occhio permissivo del consorte, sono andate alle panchine.

Senza la crema solare, la pelle dei pargoli ma anche degli adulti ha subito danni da ricoveri ospedalieri. Il direttore sanitario non si capacitava di questa ondata di nuove bruciature e malattie della pelle, finché gli ispettori sanitari venuti da Palermo hanno risolto l’arcano, addebitando le cause al sole del lungomare e alle panchine messe sotto il sole.

Poiché non tutti i mali vengono per nuocere, la Regione, nell’imporre al comune la chiusura al pubblico dei giardinetti, ha dato in cambio al popolo marsalese l’istituzione della specializzazione in dermatologia solare. Si può dire che è il maggior lascito dell’amministrazione Grillo. Non era riuscito, come promesso cinque anni prima, a realizzare il padiglione ospedaliero delle malattie virologiche, ma ha fatto ottenere la specializzazione medica.

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Herzog, di Bellow

Herzog appartiene a quella grande famiglia di personaggi della letteratura moderna che possiedono una straordinaria ricchezza intellettuale e una debole capacità di tradurla in azione.

Herzog, protagonista del romanzo Herzog, è un uomo che pensa incessantemente. Scrive lettere che non spedisce mai, discute mentalmente con filosofi, politici, amici, nemici e perfino con i morti. La sua mente è un laboratorio in continua attività, ma proprio questa abbondanza di riflessione finisce per paralizzarlo. Ogni decisione viene scomposta, analizzata, rimessa in discussione, rinviata, ritardata.

In questo senso ricorda molto Zeno Cosini di Italo Svevo. Anche Zeno è un uomo intelligente, ironico e consapevole delle proprie contraddizioni. È incapace di aderire completamente a una scelta, a un amore, a un progetto. La sua vita procede tra rinvii, autoanalisi e giustificazioni.

La differenza principale è che Zeno appare spesso come un borghese impacciato che osserva sé stesso con umorismo, mentre Herzog possiede una dimensione più tragica e più ampia culturalmente. Herzog porta sulle spalle il peso della filosofia, della storia, della cultura occidentale; Zeno soprattutto quello della propria nevrosi personale.

Si potrebbero aggiungere alla stessa famiglia altri personaggi:

Oblomov, paralizzato dall’inerzia.

Leopold Bloom, che attraversa il mondo più osservandolo che modificandolo.

Josef K., travolto dagli eventi senza riuscire a dominarli.

Sono personaggi che la letteratura moderna ha spesso preferito agli eroi tradizionali. L’eroe classico agisce; questi personaggi riflettono. L’eroe antico cambia il mondo; loro cercano di capire il mondo e, nel frattempo, finiscono per smarrirsi dentro sé stessi.

Forse il fascino di Herzog e di Zeno nasce proprio da questo: il lettore moderno si riconosce più facilmente nei loro dubbi che nelle certezze di un eroe. Non sono uomini che conquistano, ma uomini che cercano di comprendere, e la loro sconfitta pratica diventa spesso una vittoria conoscitiva.

Il cap. 22 del Maestro e Margherita

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Nel capitolo ventiduesimo Margherita appare ormai completamente immersa nella nuova dimensione fantastica che ha sostituito la sua esistenza precedente. La donna rispettabile, legata alle convenzioni e alle forme della vita sociale, sembra ormai appartenere a un passato remoto. La sua principale preoccupazione non è più ciò che penseranno gli altri, ma riuscire a soddisfare le aspettative di Woland. Emblematica è la scena in cui, temendo una nuova improvvisa apparizione di uno degli ospiti evocati dal diavolo, si stringe al suo ginocchio dolorante. Il gesto rivela una familiarità che nel mondo ordinario sarebbe apparsa impensabile. Ma ormai Margherita vive secondo altre regole. Il fantastico è diventato la sua nuova normalità. Anche Woland, pur restando una figura misteriosa e potente, viene percepito attraverso aspetti quasi umani e quotidiani. È uno dei tanti momenti in cui Bulgakov riesce a rendere naturale l’assurdo e credibile l’incredibile, trascinando il lettore in un sogno che possiede una sua limpida coerenza interna.

Il volo di Margherita

Nel capitolo del volo di Margherita colpisce una breve scena che in altri autori sarebbe diventata facilmente scandalosa o maliziosa. Un uomo appare completamente nudo davanti alla protagonista. In un primo momento Margherita reagisce con il disagio e l’offesa che le imporrebbero le convenzioni del mondo ordinario. Ma il suo atteggiamento cambia quasi subito. Con leggerezza gli suggerisce di rivestirsi, e l’uomo riappare addirittura in frac. La nudità perde ogni carattere provocatorio e diventa un elemento del gioco fantastico che domina il capitolo. È come se Bulgakov volesse mostrare che Margherita ha ormai abbandonato il mondo delle convenzioni. Quelle stesse convenzioni che fino a poco tempo prima definivano la sua esistenza di moglie rispettabile e benestante non hanno più alcun potere su di lei. Non si tratta di una ribellione ideologica, ma di qualcosa di più profondo: l’ingresso in una dimensione dove il giudizio sociale non conta più. Margherita vive ormai in un’atmosfera di candido sogno, nella quale persino ciò che dovrebbe apparire sconveniente perde ogni volgarità e si trasforma in una manifestazione della libertà ritrovata.

Diavolo di una pesidente!

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Diavolo di una presidente!

Manderà i dragamine a sminare il Golfo Persico. Ma quello che ci sta dietro è tutto da scoprire e ridicolizzerà i più acuminati critici. La sua politica estera deve essere di nuovo valutata e finalmente rivalutata. I topi di fogna del falso interesse nazionale (in testa Bonelli e Fratoianni) dovranno togliersi il cappello dalla grigia peluria della testa.

Mai come in questa evenienza un presidente del Consiglio ha mostrato la capacità machiavellica di utilizzare le forze preponderanti di paesi minacciosi per asservirli all’interesse nazionale, di questo Bel Paese che finalmente ha ritrovato la sua buona stella.

Era una diecina di anni che in materia di mine marittime l’industria italiana lavorava a ritmi serrati. Divenuta il primo fornitore al mondo, le sue punzonature viaggiano nelle acque di tutti gli oceani, dovunque gli attriti fra diversi stati hanno reso necessario minare le acque.

Il Made in Italy nel settore mine è primato incontestato. C’era, però, chi temeva una flessione di produzione e vendita, sia in genere per l’esaurimento del mercato, sia in particolare per la fine di questa bella guerra, intensa e scoppiettante di mine, tra USA-Israele – Iran.

Le contingenze del mercato hanno spesso contrastato buone politiche. Ma non con Giorgia al comando!

Finita la grande fornitura di mine, che molte imbarcazioni e fior di marinai ha mandato all’oltretomba, sta cominciando la saga dei dragamine e del necessario sminamento del Golfo Persico. E quale nazione può fornire i migliori dragamine, a pagamento, se non la nobile nazione italiana? Non ha partecipato alla guerra, ha venduto le proprie mine, ha i migliori dragamine perché sono prodotti dalle stesse fabbriche delle mine. Già nel Canale di Suez, negli anni Sessanta, furono brillantemente usati, a pagamento, per sminare quel tratto di mare dalle mine pure di fabbricazione italiana. Anche allora, al governo e al parlamento sedevano pezzi da novanta, Cossiga, Craxi, Saragat, Andreotti, per citarne alcuni. E ora che abbiamo la nostra Giorgia non siamo da meno. Continuiamo a rinnegare le guerre, vendiamo mine di ottima fattura ai guerreggianti e mandiamo poi i dragamine a sminare.

Incredibile benefico diavolo alla presidenza del Consiglio!

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I ritmi intestinali dei cani

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La precedente amministrazione comunale non aveva avuto un rapporto sempre buono con i cani. A dire il vero non aveva mai avuto ottimi rapporti con tutte le categorie di persone, animali e piante. Tanto vero che alla prova delle urne, è stata pesantemente sconfitta dall’avversaria. Naturalmente non tutti i confronti e i contrasti avuti dal sindaco con gli avversari hanno riguardato lo stesso problema. Ci sono stati i fascicoli riguardanti la pulizia della città, l’acqua corrente, l’illuminazione pubblica, la raccolta dei rifiuti e via di questo passo da servizio in servizio. C’è stato anche il fascicolo “cani”, che si è riempito di segnalazioni, sopralluoghi, referti, fotografie, passaggi in commissione, discussioni consiliari e decisioni di giunta. Alla fine, dicono gli specialisti di Tp 24, il suo peso ha avuto una misura nel risultato elettorale.

I cani, per la verità, transitavano in questa nuova amministrazione con il dente avvelenato dello sgambatoio, promesso, individuato, progettato, non realizzato. Una storia più lunga dei giri che di solito vengono fatti dagli animali sgambettando. Doveva essere realizzato, come previsto, nel tratto nord della villa di Piazza Marconi, riducendone la lunghezza di un terzo. Cominciarono presto le proteste degli ambientalisti e degli odoristi. Per chi non lo sapesse in città ci sono anche gli odoristi che vedono le cose, anche i ventilati progetti, con il naso, piuttosto che con gli occhi. Subito hanno annusato, prima ancora che si realizzasse, una puzza di escrementi di cane nel luogo dove sarebbe sorto, e poi per fortuna non sorse, lo sgambatoio.

Cosicché si decise di trasferire la nuova opera nel fanuso di Salinella, dove vanno a inserirsi e a morire i più nobili progetti. Non se ne ha più notizia, con grande disappunto dei cani. I quali ora stanno entrando in contrasto con l’amministrazione per una nuova decisione comunale che direttamente li riguarda e li lascia timorosi e perplessi. Sul marciapiede ovoidale nella ypsilon di via Sanità con via Stefano Bilardello è apparso un cartello che vieta ai cani di fare i bisogni. Finora in città si erano visti cartelli che invitavano i conducenti di animali al guinzaglio di munirsi di carta, paletta e sacchetto per ripulire il pavimento sporcato. Questo cartello, di diretto divieto ai cani di fare, è il primo a vedersi. E se l’amministrazione continuasse mettendone altri, molti altri in giro?

Un’affollata assemblea canina è stata convocata dal leader della categoria nella solita sala sottostante la sala consiliare. Dopo approfondita discussione è stato deciso di protestare altamente contro la temuta proliferazione dei cartelli di nuova prescrizione e regolarsi poi in seguito alle decisioni che saranno prese dal comune.

Sciolta la riunione, senza rilascio di comunicato stampa, nei giorni successivi proprio su quel tratto tra via Sanità e via Stefano Bilardello, su aiuole e camminamenti, le chiazze o i tronchetti di neri o marroni escrementi – a seconda della specie canina e soprattutto a seconda di quel che gli animali avevano mangiato – si sono moltiplicati, come se tutti i proprietari di cani e i cani stessi randagi si fossero dati riunione per defecare in compagnia.

La puzza enorme che saliva al cielo è stata notata subito dai residenti frontisti. Alcune famiglie si sono trasferite in campagna in anticipo. Altri capi famiglia o pater familias si sono recati a fare segnalazione all’Ufficio igiene. Che però è stato trovato chiuso, essendo andato il portiere in campagna pure lui, che risiedeva all’angolo di via Mazzini con via Sanità.

I vigili urbani prontamente al solito allertati sono corsi sul posto e non hanno potuto far altro che mettersi la mascherina per attutire la puzza, ma, non avendo calosce di servizio, si sono imbrattati di brutto scarpe e gambali. Di ritorno al Comando di Polizia hanno sporcato ingresso, corridoi e uffici prima di trovare la buona donna delle pulizie che gli ha tolto l’armamentario pedestre d’ordinanza.

Una delegazione di cani è stata convocata dal sindaco, Andreana Patti, per domani mattina alle 11. L’argomento sarà: “Regolamentazione dei ritmi intestinali dei cani”. Sembra che l’oggetto della convocazione non sia stato preso bene dai cani, che avanzano pretese libertarie di rilievo costituzionale.

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Categorie: satira