Ci fu un tempo in cui andava a dormire molto presto.
Quando la cena era finita, i genitori e gli zii sparecchiavano la tavola e accendevano il lume a petrolio. Per due o tre ore avrebbero giocato a carte, accompagnando le mani con poche parole e lunghi silenzi. Lui non amava quel rito. Accendeva il suo piccolo lume, saliva lentamente la scala di legno e raggiungeva la camera.
Sul comodino lo attendeva un libro.
Ogni sera gli sembrava diverso, anche quando era lo stesso della sera precedente. Leggeva finché gli occhi non gli chiedevano tregua. Allora spegneva il lume con un soffio. Dieci minuti dopo il sonno lo aveva già portato lontano.
Sempre nello stesso luogo.
Una rupe altissima dominava una valle sconosciuta. L’aria era limpida, quasi immobile. Bastava respirare profondamente, aprire le braccia e inclinare appena il corpo.
Il volo cominciava.
Non aveva mai saputo spiegarsi perché fosse tanto facile. Le braccia non battevano l’aria; sembravano piuttosto ricordare un movimento antico che il corpo aveva dimenticato da sveglio. Volava come un falco, come un gabbiano, qualche volta come una foglia che il vento rifiuta di far cadere.
Sorvolava montagne, fiumi, pianure gialle e boschi verdissimi. Non aveva paura dell’altezza. La terra, vista da lassù, perdeva ogni minaccia. Le case diventavano punti bianchi, gli uomini invisibili, il tempo stesso rallentava.
Prima dell’alba ritornava sempre sulla rupe.
Poi si svegliava nel suo letto.
Accadde così per molti anni.
Una mattina, però, il risveglio non avvenne.
Aprì gli occhi sulla pietra tiepida della rupe. Il sole stava sorgendo dietro le montagne e una leggera foschia saliva dal fondo della valle. Sentiva lontanissime le voci dei genitori che lo chiamavano dalle finestre della casa.
Le riconobbe subito.
Rispose anche, o almeno credette di farlo.
Ma la sua voce non attraversò quella distanza.
Provò a ricordare la strada del ritorno. Cercò la scala di legno, il lume sul comodino, il libro lasciato aperto la sera precedente.
Non trovò nulla.
La rupe era diventata il suo unico luogo possibile.
Le grida continuarono ancora per un poco. Poi si fecero sempre più deboli, come se appartenessero a un’altra epoca piuttosto che a un’altra distanza.
Quando cessarono, il silenzio non gli sembrò ostile.
Si distese sull’erba ancora umida.
L’aria del mattino aveva il tepore delle cose eterne.
Chiuse gli occhi.
Dormì.
Quella volta non sognò di volare.
Forse perché era finalmente arrivato nel luogo dal quale tutti i sogni prendono il volo e dal quale nessun sognatore riesce più a tornare.
Fra i racconti di Borges, *Il giardino dei sentieri che si biforcano* è forse uno dei più inquietanti. Sotto l’apparenza di una storia di spionaggio durante la prima guerra mondiale, l’autore costruisce una nuova idea del tempo.
Il tempo non procede in linea retta. A ogni decisione, a ogni avvenimento, esso si divide in numerosi sentieri. Tutte le possibilità continuano a esistere. In un mondo un uomo uccide il proprio amico; in un altro lo salva; in un altro ancora non lo incontra mai. Nessuna strada viene cancellata.
Il tempo diventa così un immenso labirinto.
L’uomo vi cammina senza sapere quale sia il percorso giusto, e forse nessun percorso è veramente quello giusto. Tutto si biforca, tutto si moltiplica, tutto continua a esistere contemporaneamente.
Leggendo Borges, però, viene spontaneo ricordare sant’Agostino.
Anche il vescovo di Ippona si interrogò sul tempo e si domandò che cosa fossero il passato, il presente e il futuro. Ma il suo tempo non possiede l’angoscia del labirinto. Esso è certamente misterioso, ma non è privo di significato.
Per Agostino la storia procede verso una meta. Dio vede simultaneamente tutti i tempi e ciò che agli uomini appare confuso si ricompone nell’eternità divina. Il tempo umano può essere tortuoso, ma la direzione esiste.
Fra Agostino e Borges sembra aprirsi la distanza fra due civiltà.
Nel mondo cristiano vi è una strada. L’uomo può smarrirsi, può peccare, può ritardare il suo cammino, ma esiste una retta via che conduce alla salvezza.
Nel mondo di Borges esistono invece soltanto sentieri.
Essi si dividono continuamente, si moltiplicano, si contraddicono. Nessuno può dire quale conduca alla verità, e forse tutte le verità convivono senza annullarsi.
L’inquietudine di Borges nasce forse proprio dall’assenza di un osservatore supremo. Nessun Dio sembra contemplare dall’alto il labirinto dei tempi. Gli uomini vi si muovono come i bibliotecari della Biblioteca di Babele, cercando un libro che forse esiste e che probabilmente non troveranno mai.
Il tempo di Agostino assomiglia a una strada.
Il tempo di Borges assomiglia a un giardino.
Nel primo si cammina verso una meta.
Nel secondo ci si perde.
Forse il fascino di Borges consiste proprio in questo: egli descrive il mondo dell’uomo moderno, che ha perduto le antiche certezze e si trova davanti a una molteplicità di possibilità. Ma il lettore che conserva una visione religiosa del tempo non può fare a meno di avvertire che oltre il labirinto potrebbe ancora esistere una via.
E forse il vero contrasto non è fra due scrittori, ma fra due speranze.
Da una parte l’infinito dei sentieri.
Dall’altra la fiducia che, nonostante tutte le biforcazioni, esista ancora una strada che conduce alla verità.
Fra tutti i racconti di Borges, La biblioteca di Babele è forse quello che più assomiglia a una descrizione dell’universo. Gli scaffali infiniti, le gallerie che si ripetono senza termine, le scale che salgono e scendono verso regioni sconosciute non sembrano soltanto una biblioteca, ma il cosmo stesso.
I bibliotecari vi abitano come noi abitiamo la Terra. Nascono in un esagono, percorrono alcuni corridoi, cercano un libro, formulano teorie, litigano con altri studiosi e infine muoiono. La Biblioteca, invece, continua a esistere.
Si è spesso detto che la Biblioteca rappresenti la totalità della conoscenza. In essa si troverebbero tutti i libri possibili, tutte le verità, tutti gli errori, le storie esatte del futuro e del passato, le biografie di ciascun uomo e le confutazioni di ogni biografia. Ma l’infinita abbondanza produce un effetto opposto a quello che ci si attenderebbe: l’uomo non diventa onnisciente, ma disperato.
Se tutto esiste, trovare il libro giusto diventa quasi impossibile.
I bibliotecari finiscono così per assomigliare agli uomini. Vi sono credenti, eretici, fanatici, pessimisti e visionari. Alcuni attendono il libro che spieghi tutti gli altri; altri cercano il catalogo dei cataloghi; altri ancora distruggono i volumi che ritengono inutili. In questo universo di carta si ritrovano tutte le passioni umane.
L’infinità, che dovrebbe consolare, finisce per annoiare.
Borges accenna a suicidi, a disperazioni, a lunghe peregrinazioni senza scopo. L’uomo scopre che l’universo è troppo grande per lui e che la verità, pur esistendo forse da qualche parte, resterà probabilmente irraggiungibile.
La Biblioteca appare allora come una figura dell’universo stesso. Noi viviamo sopra un piccolo pianeta, percorriamo alcuni corridoi del tempo, leggiamo qualche pagina e crediamo di comprendere il tutto. Ma il tutto continua a estendersi oltre di noi.
Viene allora un pensiero ancora più malinconico.
Se la Biblioteca è eterna e gli uomini sono mortali, potrà accadere un giorno che gli esagoni rimangano vuoti. Le generazioni dei bibliotecari potrebbero spegnersi una dopo l’altra, mentre gli scaffali continuerebbero a conservare tutti i libri, tutte le verità e tutti gli errori.
I volumi resterebbero al loro posto.
Nessuno aprirebbe più le pagine.
La spiegazione dell’universo continuerebbe a esistere accanto alle false spiegazioni; le biografie esatte degli uomini sarebbero conservate accanto alle loro versioni errate; i libri che raccontano il futuro attenderebbero lettori che non arriveranno mai.
Forse è questo il pensiero più vertiginoso del racconto di Borges. L’uomo non è il proprietario della Biblioteca, ma un visitatore temporaneo. Egli nasce in un esagono, percorre alcuni corridoi e poi scompare.
La Biblioteca resta.
E nell’eternità del tempo potrebbe giungere il giorno in cui l’ultimo bibliotecario chiuderà l’ultimo libro, spegnerà l’ultima lampada e morirà, lasciando dietro di sé milioni di volumi silenziosi che nessuno leggerà più.
Allora la Biblioteca, finalmente sola, continuerà a esistere nell’oscurità, infinita come l’universo e altrettanto indifferente ai suoi antichi lettori.
La Biblioteca comunale di Marsala gode da molti anni della protezione dell’Ispettorato regionale alle biblioteche. Gli ispettori, che visitano i locali con una periodicità variabile secondo la disponibilità delle automobili di servizio e l’umore degli assessori, si presentano di solito in autunno, quando l’umidità rende più leggibili le muffe dei manoscritti.
Durante una recente ispezione fu osservato, nella sala dell’archivio storico, un lieve abbassamento del secondo ripiano a destra, in fondo alla scala che conduce verso i sotterranei prossimi alla cripta dei Cappuccini. Alcuni volumi erano scivolati sul pavimento di mattoni maiolicati e giacevano aperti come animali addormentati.
Fra essi appariva un libro più grande degli altri, rivestito di pelle scamosciata e munito di lettere dorate ormai quasi illeggibili. Dopo lunga osservazione si riuscì a decifrare il titolo: “Historica veritas Mothie insulae”.
Nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Il volume non risultava registrato. La circostanza non destò particolare meraviglia, poiché una parte considerevole dei libri conservati nella biblioteca attende ancora la catalogazione e alcuni impiegati sostengono che i libri stessi cambino posto durante la notte, rendendo vano qualunque tentativo di ordinamento.
Gli impiegati più anziani dichiarano di conoscere a memoria la posizione di ogni volume; ma, quando vanno in pensione, la memoria si ritira insieme a loro e i libri devono essere nuovamente imparati dai successori.
Trasportato a Palermo, il manoscritto fu esaminato da valenti studiosi regionali, i quali giunsero a conclusioni che avrebbero dovuto modificare l’intera storia antica della Sicilia.
Secondo l’anonimo autore, Mozia non sarebbe stata distrutta da Dionisio di Siracusa nel 397 avanti Cristo.
Dionisio, partito da Siracusa con grande esercito e numerosi cuochi, sarebbe arrivato davanti all’isola trovandola già ridotta a un mucchio di cenere. I responsabili della distruzione sarebbero stati gli abitanti di Lilybeo, i quali, per motivi che gli storici moderni hanno sempre ignorato, avrebbero invaso Mozia alcuni mesi prima.
La causa della guerra viene spiegata nel capitolo tredicesimo del volume, purtroppo danneggiato dall’umidità.
Un giovane moziese, di straordinaria bellezza e di costumi incerti, si sarebbe innamorato della Sibilla Lilybetana, una vecchia maga che abitava presso Capo Boeo e che all’epoca aveva già superato i centovent’anni. Il giovane l’avrebbe rapita durante una notte di scirocco, trasportandola su una barca tipo lancia attraverso la laguna.
La Sibilla, che pare possedesse il dono di invecchiare e ringiovanire secondo le fasi della luna, trascorse alcuni mesi a Mozia insegnando ai giovani l’arte dell’oblio e agli anziani quella del sonno.
I Lilybetani, offesi dal rapimento, mossero guerra.
Il libro racconta che l’assedio durò quaranta giorni e quaranta notti e che, quando le mura cedettero, gli abitanti di Mozia si trasformarono in uccelli acquatici e presero il volo verso le Egadi.
Dionisio arrivò troppo tardi.
Non potendo conquistare una città già distrutta, tornò a Siracusa con le pive nel sacco. Durante il viaggio si fermò a Mazara del Vallo, dove consumò una quantità eccessiva di cuscus di pesce. Colpito da dissenteria, morì poco dopo, mentre pronunciava il nome della Sibilla, che non aveva mai conosciuto.
Il figlio Gerone continuò la storia di Siracusa.
La Sibilla Lilybetana ritornò invece a Capo Boeo e visse ancora molti secoli. Alcuni sostengono che abbia assistito all’arrivo dei Romani, dei Saraceni e persino dei turisti tedeschi.
Quanto al manoscritto, esso è scomparso.
Gli studiosi di Palermo sostengono di averlo restituito alla biblioteca di Marsala. I bibliotecari di Marsala affermano di non averlo mai ricevuto. Un impiegato in pensione ricorda di averlo visto sul terzo scaffale a sinistra; un altro giura che si trovasse accanto ai registri catastali del Seicento.
Ogni tanto, però, nella sala dell’archivio si ode un tonfo.
Qualche libro cade.
Gli impiegati si affacciano, raccolgono i volumi sparsi e li ricollocano al loro posto. Alcuni sostengono che il secondo ripiano a destra continui lentamente ad abbassarsi, come se non riuscisse a sopportare il peso di quel grande inesistente volume.
Forse la “’Historica veritas Mothie insulae” non è mai uscito dalla biblioteca.
Forse attende soltanto l’arrivo dei nuovi impiegati che finalmente dovrebbero catalogare tutti i libri vecchi e nuovi.
Fra i personaggi più curiosi inventati da Borges c’è Herbert Quain, scrittore irlandese del tutto inesistente, al quale l’autore argentino dedica un saggio che ha l’aria di una rigorosa scheda letteraria. Date, titoli, giudizi critici, trame, citazioni: tutto sembra appartenere al normale lavoro di uno studioso che si occupa di un autore dimenticato. E invece Quain non è mai esistito e i suoi libri non sono mai stati scritti. La prima reazione del lettore può essere quella di sentirsi preso in giro. E in effetti Borges si diverte a tendere una trappola. Il tono accademico, le informazioni precise e l’apparente serietà del discorso inducono a credere all’esistenza di quell’autore. Non pochi lettori, dopo avere letto il racconto, avranno probabilmente cercato il nome di Quain in un catalogo o in una biblioteca. Ma la burla non è rivolta soltanto ai lettori di buona fede. Borges sembra ironizzare soprattutto sul mondo della critica letteraria e sul prestigio delle citazioni erudite. Basta una bibliografia, una recensione, un apparato di note e di riferimenti per attribuire consistenza a un autore che non esiste. La critica, in certi casi, sembra precedere l’opera o addirittura sostituirla. I libri di Quain sono conosciuti soltanto attraverso i commenti che li accompagnano. Il lettore non può leggerli, ma soltanto ascoltare ciò che se ne dice. In questo modo Borges suggerisce che una parte della vita letteraria è costituita non dai libri, ma dai discorsi sui libri, dalle interpretazioni, dalle recensioni e dalle reputazioni. Forse vi è anche una riflessione più ampia. Spesso crediamo a ciò che è presentato con l’autorità del linguaggio colto. Una citazione, una nota a piè di pagina, un riferimento bibliografico producono un effetto di verità che raramente mettiamo in discussione. Borges mostra quanto sia fragile questa fiducia e quanto facilmente si possa costruire un autore dal nulla. Alla fine il lettore può sentirsi ingannato, ma si tratta di un inganno benevolo e intelligente. Borges ride un poco dei lettori, ma ride soprattutto dei critici, degli studiosi e dell’autorità che la cultura attribuisce ai suoi stessi riti. Herbert Quain, autore che non ha mai scritto nulla, finisce così per occupare un posto nella memoria letteraria, dimostrando che talvolta il commento può essere più duraturo dell’opera stessa.
Ho letto il primo racconto di Finzioni di Borges, “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”, e mi è sembrato uno di quei testi che continuano a crescere nella mente del lettore anche dopo l’ultima pagina. Apparentemente è un racconto fantastico: si scopre un paese inesistente, poi un pianeta immaginario, infine un’intera enciclopedia dedicata a un mondo che non esiste. Ma, come spesso accade in Borges, la fantasia è soltanto la porta d’ingresso.
Tlön è un mondo costruito dalle idee. Non conta la realtà materiale, ma il pensiero che la descrive. Poco alla volta quel mondo immaginario, ordinato e coerente, comincia a insinuarsi nel nostro fino a sostituirlo. Gli uomini finiscono per preferire Tlön alla realtà perché Tlön è più semplice, più comprensibile e meno contraddittorio.
Nelle ultime pagine Borges allude esplicitamente ai totalitarismi del suo tempo. Il racconto è del 1940 e lo scrittore ha davanti agli occhi le grandi ideologie del Novecento. Fascismo, comunismo e nazismo offrivano spiegazioni complete della storia e della società. Il loro successo derivava anche dalla capacità di trasformare la complessità del mondo in un sistema ordinato di idee. Tlön diventa così la metafora di ogni costruzione intellettuale che pretende di essere più vera della realtà.
A distanza di oltre ottant’anni il racconto sembra parlare anche di altro. Viene da pensare ai moderni mezzi di comunicazione, alle serie televisive, alle telenovelas e a quei mondi artificiali che occupano una parte crescente della nostra vita. Nelle telenovelas i personaggi sono riconoscibili, i conflitti hanno una causa precisa, le passioni seguono percorsi comprensibili e quasi sempre le vicende trovano una conclusione. La vita reale, invece, è confusa, irregolare e spesso priva di senso.
Naturalmente Borges non poteva prevedere le piattaforme televisive o i social network, ma aveva intuito un meccanismo umano fondamentale: la tendenza a sostituire il disordine del reale con una costruzione più rassicurante. Gli uomini, sembra dirci, preferiscono spesso una finzione ben organizzata a una realtà difficile da interpretare.
Per questo “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” non è soltanto un racconto fantastico o un gioco intellettuale. È anche una riflessione sul potere delle idee, delle ideologie e delle narrazioni. Quando un mondo inventato appare più coerente di quello vero, il rischio è che si finisca per abitarlo.
Forse Borges aveva compreso, con molti decenni di anticipo, che le finzioni non servono soltanto a evadere dalla realtà: talvolta possono sostituirla.
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Fra i racconti di Borges, *Pierre Menard, autore del Chisciotte* è forse uno dei più curiosi e, a prima lettura, uno dei più inutili. Il protagonista, uno scrittore francese del Novecento, si propone infatti un’impresa singolare: scrivere il *Don Chisciotte*. Non copiarlo, non tradurlo, non adattarlo ai tempi moderni, ma scriverlo nuovamente, parola per parola, fino a ottenere pagine identiche a quelle di Cervantes.
La prima reazione del lettore è inevitabile: a che serve? Il “Don Chisciotte” esiste già. Perché consumare anni di studio e di lavoro per rifare un libro che tutti possono leggere nella sua forma originale? L’impresa di Pierre Menard sembra il trionfo dell’inutilità letteraria.
Eppure Borges costruisce il suo paradosso proprio su questa apparente inutilità. Il narratore del racconto arriva a sostenere che le pagine di Menard siano persino superiori a quelle di Cervantes, benché siano identiche. Le stesse parole, scritte da un autore francese del Novecento, assumerebbero significati diversi da quelle composte da uno scrittore spagnolo del Seicento.
Il racconto può essere letto come una sottile ironia nei confronti della critica letteraria. Vi sono studiosi che sembrano attribuire più importanza ai commenti che alle opere, alle interpretazioni più che ai testi. Borges si diverte a immaginare un critico capace di trovare profondità straordinarie in pagine che esistono già da tre secoli.
Ma il racconto contiene anche un’idea molto seria. Ogni lettura di un classico è, in qualche misura, una riscrittura. Un lettore del Seicento, uno dell’Ottocento e uno del nostro tempo non leggono lo stesso “Don Chisciotte”. Cambiano la lingua, la storia, la sensibilità e l’esperienza del mondo. Le parole rimangono identiche, ma il loro significato si modifica.
In questo senso Pierre Menard porta all’estremo un fenomeno che avviene continuamente. Se un autore moderno riuscisse davvero a scrivere parola per parola un’opera antica, non produrrebbe una copia, ma un’opera nuova. Il tempo trascorso fra Cervantes e Menard, le guerre, le rivoluzioni, le idee e le trasformazioni della società cambierebbero inevitabilmente il significato di quelle stesse frasi.
Forse Borges vuole dirci che nessun grande libro è mai definitivamente concluso. Ogni generazione lo rilegge, lo interpreta e in qualche modo lo riscrive. Persino il lettore, aprendo un classico dopo secoli, ne diventa un nuovo autore.
L’impresa di Pierre Menard resta dunque contemporaneamente inutile e necessaria. Inutile perché il “Don Chisciotte” esiste già; necessaria perché nessun libro, attraversando il tempo, rimane davvero identico a sé stesso.
Forse è proprio questo il destino dei grandi classici: essere continuamente riscritti senza che nessuno cambi una sola parola.
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Fra i racconti di Borges, “Le rovine circolari” è forse uno dei più brevi e insieme uno dei più vertiginosi. L’intreccio può essere raccontato in poche righe. Un uomo giunge presso un antico tempio in rovina e si propone un’impresa straordinaria: sognare un altro uomo con tale precisione da farlo esistere realmente. Dopo lunghi tentativi, il sognatore riesce nell’opera. Il giovane prende vita e viene inviato nel mondo senza sapere di essere soltanto il prodotto di un sogno.
La sorpresa arriva nelle ultime pagine. Quando il protagonista attraversa il fuoco senza esserne bruciato, comprende improvvisamente di essere egli stesso il sogno di un altro uomo. Il creatore scopre di essere creatura. Il sognatore si rivela sognato.
Il titolo del racconto non allude soltanto alle rovine del tempio, ma alla struttura stessa della narrazione. Tutto procede in cerchio. Un uomo sogna un altro uomo; quel primo uomo è stato a sua volta sognato; e nulla impedisce di immaginare un terzo sognatore, e poi un quarto, e così via all’infinito. Non esiste un’origine certa, un primo anello della catena.
Borges recupera qui antiche tradizioni filosofiche. Il pensiero orientale si è spesso domandato se l’uomo sogni il mondo o il mondo sogni l’uomo. Alcuni filosofi idealisti hanno sostenuto che la realtà non sia altro che una rappresentazione. Ma Borges non costruisce un sistema filosofico: costruisce una favola metafisica.
La cosa più interessante è che il sogno non si arresta ai personaggi. Il mago sogna il giovane; Borges sogna il mago; il lettore, leggendo, ricrea nella propria mente entrambi. La letteratura stessa diventa un sogno sognato due volte o forse tre.
Si potrebbe aggiungere che il racconto, scritto molti decenni fa, anticipa anche il mondo contemporaneo. Oggi viviamo immersi in immagini, racconti, spettacoli, universi televisivi e virtuali che spesso finiscono per sostituire la realtà. Le telenovelas, le serie televisive, le narrazioni continue dei mezzi di comunicazione costruiscono mondi alternativi nei quali milioni di persone abitano per alcune ore ogni giorno. Talvolta il mondo ordinato della finzione appare più rassicurante del mondo disordinato dell’esperienza.
Alla fine il protagonista prova insieme sollievo e terrore. Sollievo perché il fuoco non lo distrugge; terrore perché comprende di non possedere un’esistenza autonoma. La sua vita, i suoi ricordi e il suo stesso progetto di creatore appartengono a un sogno altrui.
Forse è questa la grande intuizione di Borges: non che il mondo sia davvero irreale, ma che ogni uomo vive dentro costruzioni immaginarie, ricordi, ideologie, racconti e immagini che altri hanno sognato prima di lui. E la letteratura, lungi dall’essere una fuga dal reale, diventa il luogo nel quale la natura sognata della nostra esistenza appare con maggiore evidenza.
In questo senso “Le rovine circolari” non racconta soltanto il sogno di un uomo che crea un altro uomo. Racconta il sospetto, antico quanto l’umanità, che ciascuno di noi possa essere il personaggio di un sogno che non conosce il proprio sognatore.
Ci sono particolari apparentemente marginali che raccontano una città più di tanti discorsi ufficiali. Talvolta basta entrare in un circolo cittadino per comprendere il carattere di una comunità, le sue ambizioni, il rapporto che intrattiene con il proprio passato e persino il modo in cui guarda al futuro.
A Marsala esiste un’associazione che, prima della Repubblica, si chiamava “Circolo Nobili” e che oggi porta il più democratico nome di “Circolo Lilybeo”. Vi aderiscono alcune centinaia di soci, per lo più anziani. Si gioca a carte, si trascorre il tempo in conversazione, nella lettura dei giornali o anche solitariamente guardando fuori chi passa; si partecipa a qualche iniziativa culturale, gastronomica o mondana. È un luogo di incontro e di socialità, come tanti altri presenti nelle città siciliane.
Anche a Ragusa Ibla esiste, fin dai tempi borbonici, il “Circolo di Conversazione”. Le attività non sono molto diverse: conversazioni, giochi con le carte, incontri, momenti di vita associativa. Eppure, entrando nei due locali, si avverte una differenza che va oltre l’arredamento o il prestigio degli ambienti.
Il circolo ragusano appare come una vetrina della città, quasi un suo salotto; quello marsalese conserva invece un carattere più popolare e dimesso. Non si tratta di una questione di nobiltà o di censo, ma di attenzione verso ciò che una comunità considera rappresentativo di sé stessa.
Lo stesso confronto sembra riproporsi osservando le due città. Ragusa Ibla appare più ordinata, più curata, più consapevole del proprio valore estetico e storico. Marsala, pur possedendo molte risorse, spesso offre l’impressione di una ricchezza non pienamente valorizzata.
Le ragioni non vanno ricercate tanto nella storia remota. Entrambe sono città di antica nobiltà e di lunga tradizione. La differenza sembra piuttosto appartenere alla storia recente e alle scelte compiute negli ultimi decenni.
A Ragusa si è compreso che il turismo rappresenta una delle principali risorse economiche e culturali. La città si è organizzata per accogliere il visitatore, valorizzando monumenti, spazi urbani, percorsi e luoghi identitari. Non tutto è perfetto, naturalmente, ma esiste una consapevolezza diffusa del valore del proprio patrimonio.
A Marsala, invece, la risorsa turistica è spesso evocata nei discorsi pubblici e nei programmi amministrativi, ma con minore continuità nelle realizzazioni concrete. Luoghi civili e religiosi di grande interesse, edifici storici, spazi archeologici e testimonianze del passato non sempre ricevono l’attenzione che meriterebbero. Alcuni sono poco valorizzati, altri appaiono trascurati, altri ancora sembrano vivere in una sorta di dimenticanza collettiva.
Attribuire ogni responsabilità alle amministrazioni comunali sarebbe forse troppo semplice. Le amministrazioni, in fondo, riflettono la società che le esprime. Una città che considera il proprio patrimonio una ricchezza da custodire e mostrare finisce per pretendere interventi, cura e decoro. Una città che si abitua alla trascuratezza finisce invece per considerarla normale.
Forse il confronto tra Marsala e Ragusa non serve tanto a stabilire quale delle due sia migliore. Serve piuttosto a ricordare che il destino di una città non dipende soltanto dalla storia che ha ricevuto in eredità, ma anche dall’idea che i suoi abitanti hanno di essa. E qualche volta, per capire come una comunità vede sé stessa, basta sedersi per qualche minuto nei saloni del suo vecchio circolo cittadino.
La burocrazia come demonio: l’eredità di Gogol in Bulgakov
Esiste un filo rosso, tinto di umorismo nero e disperazione, che unisce la Pietroburgo ottocentesca di Gogol alla Mosca sovietica degli anni ’30 di Michail Bulgakov. Per entrambi gli autori, la macchina amministrativa e burocratica non è un semplice apparato umano difettoso, ma un’entità metafisica, mostruosa e disumanizzante. Se in Gogol l’individuo viene annullato dalla rigida “Tabella dei ranghi” zarista, dove un uomo vale meno del tessuto del suo cappotto, in Bulgakov (si pensi a Il Maestro e Margherita) la burocrazia sovietica diventa una gabbia kafkiana di timbri, tessere e permessi che decidono della vita e della morte dell’arte e dell’anima.
Il fantastico come unico tribunale possibile
Il vero parallelismo strutturale risiede nella risoluzione della satira. Sia Gogol che Bulgakov riconoscono l’impotenza dell’uomo comune di fronte al potere costituito. La giustizia terrena è cieca e corrotta; pertanto, l’unico modo per scardinare il sistema è l’intrusione dell’elemento soprannaturale e fantastico.
In Gogol, il povero Akakij Akakievic deve morire e trasformarsi in un fantasma vendicatore per poter terrorizzare i colletti bianchi e strappare i cappotti ai potenti. In Bulgakov, è necessario l’intervento del demonio in persona (Woland e il suo seguito) per mettere a ferro e fuoco la corrotta società letteraria e burocratica moscovita, smascherandone l’ipocrisia attraverso una giustizia paradossale ed extraterrena.
Il riso amaro
In entrambi gli autori, la satira si muove sul confine sottilissimo tra la risata comica e il pianto patetico. Non si ride mai con leggerezza. Il grottesco gogoliano deforma la realtà per mostrarne la miseria interiore; la satira bulgakoviana usa la fantasmagoria e il carnevalesco per gridare contro la censura e l’oppressione. La letteratura diventa così l’ultimo baluardo di resistenza: laddove la realtà censura e schiaccia, il grottesco fantastico libera.
Una volta, per tenere in vita i santi, bastavano le reliquie. Un dente, una falange, un pezzetto di veste e il santo continuava a fare miracoli nei secoli. Oggi, per tenere in vita i mafiosi, basta invece il giornale quotidiano.
Messina Denaro è morto da tempo, la giustizia se l’è preso, i medici pure, i becchini hanno fatto il loro dovere e tuttavia il personaggio continua a vivere con sorprendente vitalità. Ogni settimana spunta un nuovo tesoro, una nuova cassaforte, un nuovo pizzino, un nuovo mistero, un nuovo confidente, un nuovo amico d’infanzia, un nuovo favore, una nuova relazione sentimentale, una nuova proprietà.
Il defunto lavora più da morto che da vivo.
A leggere certi giornali locali si potrebbe credere che il capomafia, invece di essere sottoterra, passi ancora le giornate a organizzare patrimoni, contare denaro, spostare cassette di sicurezza e impartire ordini con una puntualità e una precisione che nemmeno un ragioniere diplomato a pieni voti.
Naturalmente la mafia esiste, è esistita e continuerà probabilmente a esistere, perché la delinquenza organizzata si adatta ai tempi meglio dei partiti politici. Si infiltra negli affari, nelle professioni, nelle amministrazioni e nelle relazioni umane. Questo lo sappiamo tutti.
Quello che non si capisce è se l’informazione quotidiana, martellante e ossessiva, serva davvero a combatterla.
Viene il dubbio che un’organizzazione criminale tragga un certo vantaggio dall’essere descritta ogni giorno come onnipotente, onnipresente, onnisciente. Se la Cupola si riunisse davvero, potrebbe forse arrivare alla conclusione che conviene apparire dieci volte più potente di quanto si sia realmente.
Nelle trattative, infatti, la forza spesso non è quella che si possiede ma quella che si riesce a far credere di possedere.
Così, mentre lo Stato rassicura i cittadini dicendo che la mafia è stata colpita duramente, alcuni giornali sembrano contemporaneamente impegnati a dimostrare che essa è dappertutto, vede tutto, controlla tutto, sa tutto e dispone di patrimoni inesauribili.
Il cittadino resta confuso. Da una parte la mafia sarebbe sconfitta; dall’altra sembra amministrare l’universo.
Nasce allora un sospetto malizioso. Non è che la Cupola, se ancora esiste, abbia compreso da tempo l’utilità della pubblicità gratuita? Non è che il racconto quotidiano della mafia finisca col costruire una leggenda più che descrivere una realtà?
Se un’organizzazione criminale dovesse scegliere fra il silenzio e dieci articoli al giorno sulla propria potenza, quale soluzione preferirebbe?
Naturalmente è originale pensare che i giornali siano finanziati dalla Cupola, ma come ipotesi ci sta pure. Sarebbe un’ipotesi eccessiva? Ma non è pure eccessivo parlare ogni giorno di mafia, pure quando non ci sono novità, così, per vendere più giornali o per riempirli?
La stagione dei giardinetti fronte mare, iniziata dall’amministrazione Grillo alla fine del suo mandato e completata con le inaugurazioni dall’amministrazione Patti dopo le elezioni amministrative, è durata, come si suol dire, lo spazio di un mattino o, per essere più precisi, una sola stagione. Quella delle speranze legate al rinnovo della costa meridionale per innestarla nel tessuto vivo della città.
Per fare ciò, addirittura è stato mutato il nome di un vecchio toponimo, facendolo diventare Quartiere Inglese. Un vasto manifesto esplicativo, di fronte alle cantine Florio, spiegava che là gli inglesi alla fine del Settecento avevano per primi prodotto in scala industriale il marsala, vino invecchiato, rubandone la denominazione ai locali vignaioli. Questo fu uno dei maggiori motivi portati avanti dagli interventisti italiani nella Prima guerra mondiale e poi anche nella Seconda.
Sul manifesto non era avvertito che chi volesse sedersi e ammirare il giorno o il tramonto seduto sugli apprestati sedili di marmo, avrebbe dovuto spalmarsi la crema di protezione 50 UV, almeno. Non al corrente di questa necessità, i marsalesi a frotte, dopo le inaugurazioni litoranee, sono corsi ai giardinetti, come fanno gli asineddri nel mare verso la rete (proprio per questa fisiologica vicinanza, i marsalesi sono stati chiamati “asineddri”).
Essendo in piena estate le mamme hanno portato i bambini con il costumino, loro stesse, sotto l’occhio permissivo del consorte, sono andate alle panchine.
Senza la crema solare, la pelle dei pargoli ma anche degli adulti ha subito danni da ricoveri ospedalieri. Il direttore sanitario non si capacitava di questa ondata di nuove bruciature e malattie della pelle, finché gli ispettori sanitari venuti da Palermo hanno risolto l’arcano, addebitando le cause al sole del lungomare e alle panchine messe sotto il sole.
Poiché non tutti i mali vengono per nuocere, la Regione, nell’imporre al comune la chiusura al pubblico dei giardinetti, ha dato in cambio al popolo marsalese l’istituzione della specializzazione in dermatologia solare. Si può dire che è il maggior lascito dell’amministrazione Grillo. Non era riuscito, come promesso cinque anni prima, a realizzare il padiglione ospedaliero delle malattie virologiche, ma ha fatto ottenere la specializzazione medica.