
Avevo letto con grande soddisfazione “Le storie di ordinaria follia” di Bukowski e, da sempre ritardatario come sono, ho visto ieri il film di Marco Ferreri, che ha lo stesso titolo della raccolta dei racconti. Ma i racconti sono dozzine, il film ne rappresenta solo tre.
Ferreri porta sullo schermo soprattutto il Bukowski che beve; nei racconti, invece, incontriamo uno scrittore che beve. Non è la stessa cosa.
Il film non tenta davvero di trasporre la varietà delle “Storie di ordinaria follia”. Questo comporta già una trasformazione decisiva: quarantadue racconti autonomi, con ambienti, toni e argomenti diversissimi, vengono ridotti a una specie di biografia esemplare del poeta maledetto.
Nei racconti l’alcol è continuamente presente, ma non è quasi mai una spiegazione sufficiente di ciò che accade. È un mezzo narrativo, un ambiente, qualche volta un acceleratore. Permette a Bukowski di portare i personaggi fuori dalle convenzioni sociali e di far emergere ciò che normalmente rimane nascosto: sesso, violenza, paura, competizione, povertà, solitudine, morte, vanità letteraria. La stessa raccolta contiene racconti sul giornalismo underground, sugli ospedali dei poveri, sui cavalli, sugli scrittori, sul carcere, sulla religione e naturalmente sulle donne e sull’alcol.
Nel film, invece, l’alcol diventa quasi la causa universale: Serking beve, barcolla, si infuria, fa sesso, litiga, ricomincia a bere. E così qualcosa si perde. Ferreri, secondo me, finisce per ridurre il personaggio a una figura molto unidimensionale, facendo scomparire parte delle contraddizioni del vero Bukowski.
Il vero Bukowski non fu semplicemente uno che visse in maniera sregolata. Fu uno che trasformò quella vita in una quantità impressionante di scrittura.
Perciò mostrare così poco “Bukowski che scrive” significa inevitabilmente deformarlo. La notte bukowskiana non era soltanto: bottiglia, donna, lite, vomito, altra bottiglia. Era anche: bottiglia, corse di cavalli, musica classica, macchina da scrivere, pagina. Ed è proprio l’ultimo passaggio a trasformare un ubriacone qualsiasi in Charles Bukowski.
C’è persino un aspetto ancora più importante. Bukowski costruì accuratamente l’immagine dell’uomo poco colto, istintivo, nemico degli intellettuali; ma questa immagine era soltanto parzialmente vera. Ricordava di avere letto, da giovane, praticamente «un’intera biblioteca», e le sue lettere mostrano una conoscenza assai larga della narrativa e della poesia moderna. Quindi parlerei forse, più che di suo antiintellettualismo, di una sua profonda cultura letteraria antiaccademica. Sono due cose molto diverse.
Ed è precisamente questa che nel film quasi non arriva. Ferreri ha preso Bukowski e ne ha fatto un personaggio ferreriano: corpo, sesso, autodistruzione, emarginazione, rapporti estremi fra uomo e donna.
Da qui la predominanza della sessualità, della disperazione fisica, del gesto violento, della bottiglia. Sono tutti elementi autenticamente bukowskiani, certo; ma diventano falsi quando sono separati dal resto.
E il resto è proprio ciò che noi abbiamo trovato nei racconti che abbiamo letto: l’umorismo, l’ironia sulla letteratura, l’odio per le combriccole poetiche, la riflessione sulla morte, il rapporto con il padre, la pietà improvvisa per un fallito, la critica dell’America rispettabile, le considerazioni quasi filosofiche infilate dentro una battuta da bar. Tutto questo nel film è quasi inesistente.








