C’è stato un momento, tra fine Ottocento e primo Novecento, in cui il romanzo ha smesso di raccontare il mondo e ha cominciato a inseguire un fantasma: l’uomo.
Marcel Proust lo cerca nel passato, come si cerca una chiave smarrita sotto il divano del tempo. Crede ancora che qualcosa si possa salvare: basta ricordare bene, scrivere meglio, e il caos prende forma. È l’ultimo aristocratico della coscienza: elegante anche quando affoga.
James Joyce, invece, apre il cranio e ci infila dentro il lettore. Niente più storia, solo pensiero in diretta, senza filtri, senza pudore. Non racconta: trasmette. È il primo a capire che la mente non può essere raccontata, ma sentita come un rumore di fondo.
Poi arriva Italo Svevo, e con una calma quasi burocratica ti dice: guardate che siete malati. Non tragici, non eroici: semplicemente inetti. L’uomo moderno non agisce, si giustifica. Non vive, si analizza. E soprattutto: mente.
Infine Louis-Ferdinand Céline spegne la luce. Niente memoria, niente coscienza, niente analisi: solo fango. Il linguaggio si rompe, la realtà si deforma, l’uomo si riduce a una smorfia. Non c’è più niente da capire, perché non c’è niente da salvare.
Messi in fila, sembrano una parabola discendente: prima si crede nella memoria,
poi si affoga nella mente, poi ci si scopre malati, infine si ride — male — nel buio.
Il Novecento non nasce: deraglia. E loro quattro sono il referto.