“Scoppiato in seguito a uno scoop”

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Ogni tanto compro il Fatto Quotidiano, come ogni tanto vedo Report per sentire, come si dice, l’altra campana e farmi un’idea propria sui fatti e sui commenti. Ma a questo punto non so se lo comprerò più, per non sostenerlo economicamente. Sono un liberale da sempre, anche ora che non vedo più in giro la bandiera del PLI. Sono convinto che la libertà di stampa è fra le più importanti da difendere. Senza libertà di stampa non si può essere sicuri che esistano le altre libertà. I giornalisti, come usa dire, sono i cani di guardia del potere, nel senso che lo proteggono dalle storture e dalle anomalie dandone avviso alla comunità.

Detto questo, esiste un limite tra la libertà di stampa e la libertà di diffamare. Questo limite il Fatto Quotidiano l’ha superato spesso e, quest’ultimo mese, continua a superarlo in modo eclatante.

Un gentile atto giuridico del presidente della Repubblica, la grazia prevista dalla Costituzione, è stato preso di petto per buttare fango sulla magistratura milanese e veneziana, sul ministro della Giustizia e sul presidente della Repubblica stesso. Oltre che sulla madre e sul padre adottivi di un bambino per l’età sua innocente, ma dilaniato nel tritacarne della macchina infamante diretta dall’esangue – a guardarlo – Marco Travaglio, che invece è sanguigno e carnivoro come una iena. Gli sembrava che uno scoop avesse potuto essere accolto in sede giudiziaria e potesse far aumentare le vendite del suo foglio. Per l’aumento delle vendite, non so, gli allocchi che comprano i peggiori giornali si trovano sempre. Ma sul fronte istituzionale lo scoop si è tramutato per chi l’ha fatto in un vero e proprio disastro.

La magistratura ha rifatto le indagini contestate e ha ripetuto che gli elementi per concedere la grazia all’ex igienista dentale di Berlusconi ci sono tutti. Le notizie riportate dal Fatto non corrispondono al vero, ha scritto nero su bianco.

Adesso, il Fatto Quotidiano, Report, Carta Bianca, che diffusero le false notizie, ne risponderanno di fronte ai giudici cui si erano appellati: 250 milioni di dollari è il conto del risarcimento chiesto dai legali americani di Cipriani e Minetti per risarcimento dei danni materiali e morali.

Anche se la cifra dovesse alla fine essere ridotta, ne resterebbe tanta da far chiudere il giornale. Sull’epitaffio funebre potrebbe essere inciso: “Scoppiato in seguito a uno scoop”.

Coerenza politica

Ci sono persone nate per la politica, che non demordono mai nemmeno dopo le sconfitte. È il caso di Massimo Grillo, sindaco non rieletto, che non è andato nemmeno al ballottaggio con la sindaca eletta.

Ci si sarebbe pure aspettato che, deposte le armi, avesse dichiarato la volontà di ritirarsi a vita privata. Invece, annuncia che guiderà l’opposizione, con la mal celata speranza di poter tornare in sella quando sarà.

D’altra parte, cosa potrebbe fare fuori della politica? Non sappiamo di alcun lavoro che abbia mai svolto nel civile. Prima portaborse di papà, influente politico marsalese e regionale, poi lui stesso avviato sulla via paterna e, salendo per tutti i gradini, consigliere comunale, deputato regionale, assessore regionale, deputato al parlamento nazionale, sindaco infine in questa città. Ha mangiato, se si può dire, pane e politica.

Anche se maturo, è giovanile. Non ce ne siamo liberati. Accompagnerà ancora la nostra città. La sua è coerenza, non sappiamo fino a che punto dannosa. Della sua trentennale carriera politica, una sola cosa si ricorda. A Palazzo dei Normanni fu tra i firmatari della legge sull’elezione diretta dei sindaci. Questa legge ha messo al riparo i sindaci eletti dalla mozione di sfiducia dei consiglieri. Se approvata, cadrebbe tutto il consiglio e quale consigliere sarebbe disposto a cadere lui stesso facendo cadere il sindaco? Così, con quella legge, le peggiori amministrazioni comunali arrivano indenni alla fine del mandato.

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Don Chisciotte, Avellaneda, Dorè e Dalì

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Don Chisciotte, Avellaneda, Doré e Dalí

Ho letto il Don Chisciotte anni fa e in seguito l’ho riletto a pezzi numerose volte. Mi sono fatto un’opinione mia.

La prima parte mi sembra un’opera originale e compiuta, una delle più riuscite parodie della letteratura mondiale. Cervantes prende di mira i romanzi cavallereschi, allora diffusissimi, ma finisce per creare qualcosa che va oltre la semplice caricatura. Don Chisciotte è ridicolo e insieme nobile; è pazzo e insieme lucido; sbaglia tutto, ma continua a inseguire un ideale. È difficile non sorridere delle sue avventure e, nello stesso tempo, non provare simpatia per lui. Anche perché l’opera contiene molte ironie volute.

Se dovessi muovere un appunto alla prima parte, direi che avrei preferito meno racconti inseriti nel racconto. Cervantes interrompe spesso le avventure del cavaliere e di Sancho per narrarci vicende sentimentali, pastorali o avventurose che, per quanto ben scritte, finiscono col rallentare il ritmo. Forse era un gusto dell’epoca; il lettore moderno, però, è tentato di saltare molte pagine per tornare al più presto sulla strada polverosa della Mancia, in compagnia del cavaliere errante e del suo scudiero.

Quanto alla seconda parte, confesso di non averla mai sentita necessaria quanto la prima. Oggi le due vengono quasi sempre pubblicate insieme, come se costituissero un’unica opera. Eppure, tra la pubblicazione dell’una e dell’altra trascorsero dieci anni. I lettori del 1605 lessero il Don Chisciotte come un romanzo autonomo e completo. Solo in seguito arrivò la seconda parte.

Perché Cervantes attese tanto? Probabilmente per più ragioni. C’è chi pensa che il successo del libro gli suggerisse già da tempo di continuare le avventure del suo eroe. Poi comparve il seguito apocrifo di Avellaneda, scrittore mediocre ma abbastanza intraprendente da appropriarsi del personaggio altrui. È possibile che Cervantes stesse già lavorando alla seconda parte e che la pubblicazione di Avellaneda gli abbia fornito l’accelerazione decisiva. C’è forse anche un motivo meno nobile ma molto umano: il successo editoriale. Un autore che aveva finalmente trovato un libro capace di vendere non poteva ignorare l’opportunità di riproporlo al pubblico.

In ogni caso, penso che le due parti siano sostanzialmente autonome. La prima è una grande parodia cavalleresca; la seconda è un romanzo più riflessivo e malinconico. La prima ride; la seconda medita. La prima guarda ai libri di cavalleria; la seconda guarda a sé stessa. Sono parenti stretti, ma non gemelli.

Anche l’iconografia del Don Chisciotte racconta qualcosa di questa duplice natura. Le incisioni di Gustave Doré hanno fissato nell’immaginario collettivo il volto del cavaliere. Quando pensiamo a Don Chisciotte, spesso lo vediamo senza accorgercene attraverso gli occhi di Doré: magro, allampanato, malinconico, in sella a un Ronzinante quasi scheletrico.

Diverso è il caso di Salvador Dalí. Le sue tavole colorate sono tra le più attraenti che io abbia visto dedicate al romanzo. Doré illustra le avventure; Dalí illustra il sogno. Le sue figure sembrano dissolversi nella luce, i contorni diventano incerti, il cavaliere appare come un’ombra poetica più che come un uomo in carne e ossa. Non è il Don Chisciotte che vedono i contadini della Mancia; è il Don Chisciotte visto dal surrealista Dalì.

Forse è proprio qui il segreto della sua immortalità. Ognuno trova nel personaggio ciò che cerca. Il lettore amante della comicità vi trova una satira irresistibile. Il romantico vi trova un eroe sconfitto. Il filosofo vi trova una riflessione sul rapporto tra realtà e immaginazione. L’artista vi trova un simbolo.

E il povero Don Chisciotte continua da quattro secoli a cavalcare tra le pagine, inseguito dai critici, dagli illustratori e dai lettori, senza sapere di aver vinto la più ardua battaglia: quella contro l’oblio.

La pallina da tennis e l’orologio del disastro

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Sul numero 1 dei giornali on-line italiani, le prime cinque notizie, con il testo sotto, riguardano il tennis. Solo dopo, se vogliamo farci la bocca buona possiamo leggere che Trump ha dato per pazzo a Netanyahu – fra loro si riconoscono –. Si può anche apprendere, scendendo sotto con il “topo”, che forse il presidente americano e il teocrate di Teheran si incontreranno per concludere l’auspicato accordo. Ma non è sicuro che Khamenei si faccia vedere da Trump. L’ultima volta che si è fatto vedere in giro è rimasto gravemente paralizzato dalle bombe e i suoi stretti parenti sono morti. Meglio stare alla larga dall’infedele.

Ma la pallina del tennis salva la giornata. Ce ne possiamo andare a letto tranquilli se continuerà a farci roteare gli occhi a destra e a manca nelle sfide mondiali e milionarie. Che c’è di più atletico che muovere la cervice per un’ora o più di seguito per vedere i tennisti nei loro iconici costumini, le tenniste con il gonnellino a fior di natiche e la pallina che va e viene e tutto fa dimenticare: guerre, emergenze climatiche, futuro della Terra. A proposito, l’orologio del disastro completo e totale dell’umanità è arrivato agli ultimi rintocchi, ce lo comunica lo scienziato Rovelli.

Ma finché c’è pallina che va avanti e indietro nel campo artificiale o di terra battuta, chi se ne frega. Batti e ribatti, non cambia mai niente.

I passaggi a livello

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Stamattina un centinaio di auto in colonna dall’una e l’altra parte del passaggio a livello di via Lipari – anche io tra loro – mi hanno fatto inveire contro il comune e naturalmente il sindaco. Ma questo sindaco non c’entra niente, non essendo nemmeno consigliere comunale nella vecchia amministrazione. Le abitudini, però, sono lente a cambiare. Abbiamo inveito sempre per questo motivo e continueremo a farlo fin quando la nuova amministrazione non risolverà il problema.

La sindaca ci scusi, la colpa non è sua e speriamo che lei riesca a fare quello che numerose amministrazioni precedenti non hanno saputo fare, nonostante l’avessero inserito nei loro programmi elettorali. Ben gli stia a buona parte dei consiglieri comunali che non sono stati rieletti e anche al sindaco che non ha saputo dirigerli.

Speriamo senza illusioni in questa amministrazione.

Se vi ricordate, i passaggi a livello che si sarebbero dovuti eliminare negli anni scorsi erano tre e tutti e tre sono rimasti fra le promesse mancate. In effetti, Massimo Grillo portò le decisioni in consiglio ma non riuscì a farle passare. Benché le Ferrovie fossero favorevoli, molti consiglieri non lo erano e affossarono le pratiche. Come mai? Non certo per interesse della collettività, favorevole, ma per i pochi interessi di privati che si sono opposti e hanno tirato la giacca ai consiglieri.

La situazione negativa potrebbe ripetersi con la proposta di  eliminare i passaggi a livello e l’opposizione della maggioranza consiliare. Vedremo se questo sindaco e questo consiglio saranno migliori dei precedenti.

Editing e editor

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Nel gran numero delle parole inglesi entrate nel linguaggio italiano, da letterato mi imbatto spesso in editing e editor. Il primo termine indica il lavoro di revisione di un testo prima della pubblicazione; il secondo indica la persona che lo compie. Un tempo, diciamo nell’800, lo scrittore faceva tutto lui. Penso al maggiore romanziere italiano, Alessandro Manzoni. Scriveva il testo, lo rileggeva, anche più volte, e lo correggeva. Spesso leggeva le pagine abbozzate agli amici fidati letterati per sentirne il gradimento o ascoltarne i consigli. Ma chi lavorava sulla sua bozza era soltanto lui. Quando finalmente dopo mesi o anni si sentiva soddisfatto e voleva pubblicarlo, portava il manoscritto in tipografia, dando consigli di impaginazione e sorvegliandola spesso, se non ogni giorno. A mano a mano che i fogli uscivano dalla macchina stampatrice, l’autore li rileggeva ancora e, notati svarioni o lapsus, chiedeva che fossero ristampati eliminando gli errori.

Il romanzo alla fine pubblicato, I promessi sposi, era tutto suo a parte l’opera dello stampatore. Non esisteva l’autopubblicazione tipo Amazon.

Ma ora? Il curatore dell’opera diverso dall’autore, l’editor, mette mente e mani nel testo a lui pervenuto. Fa correzioni grammaticali, stilistiche, di struttura contenutistica e decide anche l’impaginazione. L’autore a volte è interpellato, ma talvolta non è decisivo sul lavoro dell’editor, salvo che non voglia rinunciare alla pubblicazione per mezzo della casa editrice, pagando anche compensi o sanzioni.

Il passaggio dalla bozza consegnata dall’autore all’editore comprende variazioni che mutano intere pagine o capitoli. Questa è la minestra se l’autore vuole essere pubblicato da un editore classico.

Mi è capitato di conoscere un autore che ha pubblicato un libro che si fa leggere discretamente dopo essere stato curato da un editor. Ma quell’autore, quando scrive  senza l’assistenza dell’editor, vale molto di meno. Sul suo libro dovrebbe figurare, sotto il nome dell’autore, anche quello dell’editor.

Oggi, un autore che vuole fare tutto da solo può utilizzare il sistema dell’autopubblicazione, per esempio Amazon. Con questo sistema, può fare stampare il suo libro senza l’intervento di alcuno e senza spendere niente. Una volta stampato, il libro potrà essere da lui acquistato a prezzo ridotto rispetto al prezzo di copertina.

Utilizzando l’autopubblicazione, non c’è dietro una casa editrice autonoma che possa promuovere il libro. E questo è un grosso inconveniente, perché senza pubblicità editoriale non si vendono libri.

I danni di una banana

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Una banana che fa tanto male

Quando si dice che un piccolo gesto può provocare conseguenze imprevedibili.

A Parigi era esposta la celebre banana di Maurizio Cattelan, l’opera d’arte che consiste in una banana fissata al muro con un nastro adesivo. Come è noto, il frutto, essendo soggetto a un certo decadimento biologico, deve essere sostituito periodicamente secondo un rigoroso protocollo museale. Un po’ come si fa con le pile di un telecomando, ma con maggior prestigio culturale.

Quando i dipendenti del museo si sono recati a eseguire la sostituzione prevista, hanno però scoperto che la banana era scomparsa. Sparita. Volatilizzata. Al suo posto, il muro e il nastro adesivo apparivano affranti.

Le telecamere hanno ripreso un individuo incappucciato che si sarebbe impossessato del prezioso frutto, ma la sua identità rimane ignota. Le indagini sono in corso e gli investigatori non escludono alcuna pista: dal collezionista d’arte concettuale al pensionato afflitto da improvvisa carenza di potassio.

A prima vista sembrerebbe il furto più insignificante del secolo. In fondo, si tratta di una banana. E invece no.

L’opera risultava assicurata per dieci milioni di dollari. Dieci milioni. Per una cifra simile, in alcune regioni del mondo si possono acquistare terreni, alberghi, piccoli eserciti privati o perfino qualche squadra di calcio in difficoltà. Qui invece si trattava di una banana.

Ed è a questo punto che la vicenda assume una dimensione tragica e insieme sublime.

La compagnia assicuratrice, ricevuta la richiesta di risarcimento, avrebbe immediatamente compreso che il destino stava per presentarle il conto. Pagare dieci milioni per una banana rubata non rientrava nelle previsioni più pessimistiche dei suoi attuari. I bilanci hanno cominciato a tremare. Gli azionisti hanno iniziato a fissare il vuoto. I revisori dei conti hanno chiesto ferie anticipate.

Nel giro di poche ore si è diffusa la voce che la società fosse sull’orlo del fallimento.

Da qui, secondo una ricostruzione ancora frammentaria, si sarebbe innescata una catena di eventi degna di una tragedia greca scritta da un ragioniere. Il presidente della compagnia, sconvolto dalla prospettiva di dover spiegare agli azionisti come una banana avesse distrutto decenni di prudente amministrazione, avrebbe deciso di abbandonare questa valle di lacrime.

La sua scomparsa avrebbe a sua volta trasferito parte delle responsabilità ad altre società coinvolte nella complessa architettura delle riassicurazioni. E così un altro presidente, constatato che il proprio destino era ormai appeso a un frutto tropicale, avrebbe preferito lasciare il mondo prima dell’approvazione del prossimo bilancio.

Nel frattempo, gli economisti francesi stanno cercando di comprendere se il PIL nazionale possa essere influenzato dall’andamento del mercato delle banane artistiche, mentre il governo valuta l’istituzione di un Ministero per la Sicurezza Ortofrutticola.

Gli esperti restano divisi. Alcuni ritengono che il sistema finanziario francese sia sufficientemente robusto da sopravvivere alla scomparsa di una banana. Altri ricordano che tutti gli imperi sembrano solidissimi fino al giorno prima del loro crollo.

Resta il fatto che una banana attaccata a un muro, dopo avere sfidato per anni la logica, il buon senso e l’acquolina in bocca dei visitatori, sta ora minacciando anche la stabilità assicurativa e il tasso di mortalità dei dirigenti d’azienda.

Karl Marx non l’aveva previsto. Adam Smith nemmeno.

Maurizio Cattelan, forse, sì.

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I quattro in pizzeria

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Mentre ai Bucanieri gli avversari festeggiavano, in una non distante pizzeria, a un tavolo riservato d’angolo, seminascosto da un separé, quattro personaggi affondavano la delusione davanti a quattro pizze che non tutti avrebbero mangiato. Avrebbero bevuto un poco di più perché nel vino si suole affogare le amarezze.

Tutti e quattro i personaggi erano arrivati quella sera, dopo l’avvenuta proclamazione della sindaca, Andreana Patti, alla conclusione più sconclusionata della loro fortunata esistenza. Per migliorarne l’esito e renderlo onorevole sarebbe bastato non partecipare all’ultima campagna elettorale. L’illusione di poter ancora vincere li ha avviluppati con una corda fatale che ogni movimento di uno ha danneggiato gli altri.

Era pietoso vederli all’ultima cena prima della scomparsa. Uno, deputato in carica all’Assemblea Regionale, potrebbe teoricamente risorgere alle prossime regionali, ma chi ci crede più? Dopo quasi cinque anni di inutile frequentazione di Palazzo dei Normanni, aveva rinunciato all’ardito proposito iniziale di “risolvere la Questione Meridionale”. Troppo complicata gli è sembrata e, forse, di impossibile soluzione. Scesa la mira più in basso, aveva individuato nella candidata sindaca Giulia Adamo, di anni 76,  “il nuovo” che lui avrebbe sostenuto andandole incontro. Anche questa bella intenzione è stata un flop. Come poteva addentare la pizza quella sera?

Nemmeno la neotrombata candidata, chiamata dai sollazzi di Parigi alla contesa lilibetana, aveva voglia di mangiare, ma noblesse oblige e metteva nell’amara bocca pezzettini di pizza innaffiandoli con rinfrescanti calici di bollicine. Cominciava a maturare l’idea che era stata lo zimbello manovrato da amici incapaci e infedeli. Se non si fosse candidata, lei e il suo porto inesistente sarebbero rimasti nell’immaginario collettivo come una speranza mancata. Ora, purtroppo, prendevano le sembianze del disastro compiuto. Un altro calice di giallo paglierino Chardonnay portato alle labbra l’aiutava a non piangere.

Vicino a lei, l’intrepida direttrice didattica, proveniente dalla Vucciria e Ballarò, reagiva all’interno tormento con forchetta ben infissa nella pizza tagliata decisamente con la lama del coltello brandito. Nemmeno il ministro Salvini, venuto appositamente per lei, ha recuperato i voti agognati. La rabbia le monta a danno della inerme pizza. Ormai anche a lei — tutta la città ne è convinta – sarà precluso l’ultimo arco di trionfo. Lei che era stata, da giovane, la più giovane maestra nei luoghi palermitani più rischiosi, non mai quanto il cortile maledetto di questa città. Il suo spazio politico sembra a lei stessa più difficoltoso del futuro del partito cui ultimamente ha aderito. Quasi quasi – pensa – crolli la Lega con Salvini e tutto il ponte! Determinata com’è, affonda decisa la lama nel cuore della pizza farcita di olive nere. Nere pure le olive, una congiura!

Il quarto commensale, fra tutti sembra il più sereno. Quasi quasi in questo risultato ci sperava. Le promesse sempre più eclatanti che aveva dovuto fare per mantenere buoni i cittadini che, ogni santo giorno sulle auto, a ogni sobbalzo inveivano contro il comune e lui personalmente, non avrebbe potuto mantenerle. E se gli esagitati cittadini fossero passati dalle ingiurie e imprecazioni alle vie di fatto? Il prefetto non l’aveva proposto per la scorta. Che pure lui, sotto sotto, cospirasse? Meglio che tutto sia finito, come è finito. La colpa della sconfitta si può tranquillamente dare al centrodestra che Dio ne scambi!

L’ex sindaco mangiava con dignità e serena consapevolezza del buon tentativo fatto con le illusorie promesse di rinascita. Portando in bocca l’ultimo boccone, pensava ai prossimi cinque anni di partecipazione al consiglio. Una sinecura da non disdegnare, con i gettoni di presenza come zuccherini sui vitalizi e buonuscite di legge. Come giusto, l’indomani avrebbe portato un cero alla Madonna.

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Cosa dovrebbe fare la neosindaca

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Cosa dovrebbe fare la neosindaca e cosa, probabilmente, non farà.

Poiché non potrà dirigere l’intera macchina comunale, avrà bisogno di collaboratori capaci e fidati. Le prime decisioni che dovrà prendere riguardano le persone da inserire nella giunta e le deleghe conferite. Se il criterio di massima sarà quello di premiare i partiti, le liste e le persone che le hanno consentito di essere eletta con grande suffragio, farà la prima mossa sbagliata. Poiché a lei spetta la designazione degli assessori, dovrebbe subito squadernare le carte e mostrare chiaro e tondo che vuole il bene della città e non la premiazione dei galoppini. Non sempre, anzi raramente, le persone capaci di amministrare un ente pubblico sono tesserati di partiti o rappresentanti di organizzazioni nate in previsione della campagna elettorale.

La sindaca dovrebbe avere una vista chiara e lunga. Se nelle forze politiche che l’hanno appoggiata non si trovano le persone giuste, dovrebbe andare oltre e non temere di poterle trovare in campi da lei distanti o nella pura società civile. La domanda che sorge a questo punto è: “Ma come potrà deludere le aspettative di chi si è sacrificato a raccogliere i voti e ha messo pure mano al portafogli per sostenere la campagna elettorale”.

La domanda è preoccupante, ma il capo dell’amministrazione dovrebbe avere il coraggio di mostrare quanto sia più importante l’interesse collettivo rispetto a quello particolare. I “non ricompensati” se ne faranno una ragione e se i collaboratori scelti saranno buoni, non avranno di che lagnarsi: nessuno gli darebbe ascolto.

Alla fine, si torna sempre, vuoi o non vuoi, al dilemma millenario riguardante l’interesse collettivo e gli interessi particolari. In questo contesto si costruisce una buona amministrazione o il seguito di scadenti tradizioni marsalesi.

Comicità, umorismo, ironia e satira

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Comicità, umorismo, ironia, satira

Spesso si usano come sinonimi parole che sinonime non sono: comicità, umorismo, ironia, satira. Appartengono tutte alla stessa famiglia, ma ciascuna ha un carattere diverso.

Achille Campanile, Totò ed Ennio Flaiano possono servire da guida per orientarsi in questo piccolo labirinto.

Campanile praticò una comicità coltissima. Non aveva bisogno di colpire qualcuno né di denunciare alcunché. Gli bastava giocare con le parole, con i luoghi comuni, con gli equivoci della lingua. Umberto Eco osservò che la sua comicità appare quasi fine a sé stessa. È probabilmente in questo che consiste la sua originalità: non vuole insegnare, non vuole correggere il mondo, non vuole convertire nessuno. Vuole semplicemente produrre quel sorriso intelligente che nasce dall’assurdo.

Totò appartiene a una tradizione diversa. La sua comicità è popolare, talvolta popolaresca nel senso migliore del termine. Nei suoi film il corpo, il gesto, la smorfia, il malinteso e la battuta diventano strumenti di una risata immediata e collettiva. Il pubblico non deve interpretare: ride e basta. E non c’è nulla di diminutivo in questo. Far ridere milioni di persone è un’arte difficile quanto far riflettere poche centinaia di lettori.

Flaiano occupa una posizione ancora diversa. Il suo territorio naturale è l’ironia. Egli osserva il mondo come uno scienziato osserva un fenomeno curioso. Cerca la contraddizione nascosta nelle convenzioni, l’anomalia che si nasconde dietro le certezze più diffuse. La sua ironia non esplode in una risata fragorosa; produce piuttosto un sorriso pensoso. È quasi un atteggiamento filosofico. Il mondo appare strano proprio dove pretende di essere normale.

E la satira?

Qui il discorso cambia. Il satirico non è mosso soltanto dal desiderio di divertire. È spinto soprattutto da una pulsione etica. Dietro il suo testo vive sempre un altro testo invisibile. Dietro la caricatura di un politico, di un costume sociale o di un’istituzione, si nasconde l’idea di come le cose dovrebbero essere.

La comicità, l’umorismo e l’ironia si esauriscono generalmente nel mondo che rappresentano. La satira, invece, rinvia sempre a qualcosa che non si vede. Contiene un metatesto. Ogni satira sottintende una domanda: perché la realtà è così lontana da un elementare concetto di giustizia?

Per questo il satirico ride, ma non ride soltanto. Dietro il sorriso c’è quasi sempre una delusione morale.

Forse il primo grande satirico della letteratura occidentale fu Petronio. Non a caso la sua opera si intitola Satyricon. Attraverso personaggi grotteschi e situazioni paradossali egli raccontò una società che aveva smarrito misura e valori. Da allora la satira non ha mai smesso di accompagnare la storia umana. Cambiano i bersagli, ma non cambia il meccanismo.

Quanto al celebre saggio di Pirandello sull’umorismo, resta una lettura importante. Tuttavia, non può essere considerato definitivo. È figlio del suo tempo e si arresta inevitabilmente alla soglia del Novecento. Dopo Pirandello sono venuti Campanile, Flaiano, Guareschi, Longanesi e molti altri. La riflessione sul comico si è fatta più complessa, più articolata e più consapevole.

Forse la distinzione più semplice è questa: la comicità vuole far ridere; l’ironia vuole far pensare sorridendo; l’umorismo vuole comprendere le contraddizioni umane; la satira vuole correggerle.

Naturalmente non sempre ci riesce. Ma almeno ci prova.