La ministra dimissionata

Con le dimissioni forzate della ministra Daniela Santanchè è stato ribaltato, anche stavolta, il principio costituzionale della non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Non è il primo caso che avviene; a volte è capitato per gli esponenti di destra, altre volte per gli esponenti di sinistra. La Costituzione, da tutti sempre invocata, viene stravolta nelle interessate interpretazioni. In questo caso, non è nemmeno un’interpretazione sbagliata, ma la violazione pura e semplice di un articolo, il 27.

Anche in questo caso conviene ribadire quel che è ovvio, senza speranza che in futuro possa succedere di meglio e diverso.

Nessuno può essere considerato colpevole fini a sentenza definitiva. Quindi, per i padri costituenti era chiaro che senza l’accertata colpevolezza non si potesse limitare l’attività di nessuno. La ministra dimessa ha nei suoi confronti alcuni procedimenti penali e civili, ma ancora la magistratura non ha emesso su di lei sentenze definitive. Pure, è stata costretta a dimettersi e abbandonare quell’incarico che le era stato conferito dal presidente della Repubblica dietro proposta del capo del governo.

Si tratta anche di un affronto al popolo sovrano, della cui sovranità tutti si riempiono la bocca, salvo dimenticarsene quando fa comodo. La dimissionaria aveva il doppio incarico di parlamentare, eletta direttamente dal popolo, e ministra, nominata dal presidente della Repubblica. Il popolo sovrano due volte, in questo caso, ha subito uno schiaffo. Un suo rappresentante è stato reso inagibile disapplicando la prescrizione costituzionale.

Ha vinto l’altro Paese

Nella sua prima intervista dopo le dimissioni da presidente dell’ANM, Cesare Parodi riconosce che alcune modifiche sono necessarie, soprattutto riguardo ai criteri di nomina negli uffici direttivi dei magistrati.

Null’altro: tutto il resto, evidentemente, per lui andrebbe bene.

Se anche gli altri magistrati aderenti alla sua associazione o i magistrati tutti ritenessero che bastino queste poche modifiche, vuol dire che non hanno capito quanto siano distanti dalle aspettative dello stato democratico.

Ma hanno vinto, si dirà. Certo, hanno vinto contro il Paese migliore, che non voleva penalizzare la magistratura, ma voleva migliorarla e renderla più moderna e vicina alle grandi liberaldemocrazie occidentali.

Ha vinto la parte più ottusa e retrograda del Paese, e l’esito di questo referendum peserà ancora a lungo, come palla al piede della nazione.

Fra poche ore

Mentre scrivo non ho notizie di exit poll vietati e attendo con una certa apprensione l’esito del voto, dopo le 15. Intanto, penso. Spero, ma non ne sono sicuro, che vinca il Sì. Sostenevano che se l’affluenza fosse maggiore il Sì avrebbe più chance. Spero, allora.

Si tratta di un referendum che può spezzare un’epoca lunga più di un secolo e mezzo, quanto ne passa dall’Unità d’Italia ad oggi. L’unicità delle carriere dei magistrati inquirenti e dei magistrati giudicanti esisteva nel regime postunitario ed ha attraversato indenne il Fascismo e la Repubblica. Mentre, in tempi più o meno antichi, gli altri stati europei sceglievano la separazione delle carriere, il nostro Paese è rimasto fermo; con esso, in Europa, solo la Grecia.

Teoricamente, a giuristi avveduti e non falsi, la riforma Nordio dovrebbe apparire il completamento del processo accusatorio introdotto con il nuovo cpp.

Perché non si fece allora, nel 1989? Sopraggiunse Tangentopoli e non fu più possibile, data la rottura che si verificò tra la politica e la magistratura, che invase platealmente il campo della politica. La procura della Repubblica di Milano condizionò i governi, il Parlamento e fece dimettere ministri. Stabiliva essa, con i magistrati rossi, cosa il Parlamento potesse approvare.

Passata Tangentopoli, nel mirino della magistratura rossa entrò Berlusconi e per altri decenni non si poté completare il quadro del processo accusatorio, che anche la sinistra auspicava. Ora, l’iniziativa di modificare la giustizia in certi suoi aspetti l’ha presa il centrodestra e alla sinistra è sembrato uno scorno. Per gelosia e stupidità si è opposta.

Fra poche ore sapremo se crolleranno i privilegi di un secolo e mezzo di certi magistrati impuniti, o se il Bel Paese diventerà anche in questo liberaldemocratico.

Confronto televisivo sul referendum

In un raro confronto televisivo abbastanza  obiettivo tra tre famosi giornalisti, sul sito del corriere.it, Massimo Franco, Antonio Polito e il direttore Luciano Fontana hanno spiegato le ragioni del sì e del no al referendum sulla giustizia.

Il  primo ha evidenziato che il sorteggio per l’elezione dei togati nel CSM risponde al criterio grillino dell’uno vale uno e non può essere accettato in questo particolare campo. Come non sarebbe lo stesso, per un malato, farsi operare da un chirurgo scelto a sorte invece che da un altro di sua fiducia.

Antonio Polito, invece, si è chiesto quale sia il danno minore, tra il sorteggio dei magistrati e l’attuale politicizzazione, dannosa ed eccessiva, del CSM.

Secondo il giornalista, facendo un confronto, il danno della politicizzazione sembra maggiore di quello paventato per il sorteggio.

Anche Luciano Fontana ha accettato, concludendo il dibattito, la tesi di Polito e, in più, ha aggiunto che la riforma, con la separazione delle carriere dei magistrati, è stata sempre nei programmi della sinistra, che adesso invece la respinge.

Umberto Bossi exit

È morto Umberto Bossi e si scatena la valanga dei “coccodrilli”, i pezzi preparati in anticipo nelle redazioni dei grandi giornali. L’ultimo ritocco viene fatto a morto ancora caldo, sull’ultimo malore. Mi sembra giusto che un personaggio importante abbia sùbito gli aedi, ma per capire la personalità del defunto nel suo tempo occorrono ancora molti anni, finché gli storici potranno farlo.

Noi, che storici non siamo e nemmeno aedi, possiamo raccontare una certa aria che lo ha avvolto nell’arco della sua lunga vita, divisa in due parti dall’ictus che lo relegò a casa nel 2005.

È stato il fondatore della Lega – movimento e non partito, specificava – nel 1984. L’ha avviata a un grande destino, sia all’opposizione sia nei diversi governi di centro destra e di centro  sinistra. Il movimento aveva nel DNA la specialità e l’autonomia della Padania, questa regione intorno a Po, che lui ha tratto dalle definizioni geografiche e ha fatto assurgere a caratteristica socio-culturale. Contro la Lega c’era il governo centrale corrotto, la Roma ladrona.

Credo che sia stato il primo movimento populista della Repubblica, omessi i partiti della pastasciutta e qualunquisti del dopoguerra.

La carriera pimpante del Senatùr s’intrecciò con alterne vicende con quella del Cavaliere, anche lui lombardo, padano, ma soprattutto quest’ultimo in giacca e cravatta, l’altro in canottiera e maglioni sovrabbondanti.

Il Bossi portò il movimento a una notevole consistenza ideologica e di voti soprattutto nella sua area settentrionale. Dopo, i nuovi venuti, da lui allevati, proposero e ottennero il cambiamento del simbolo e il mutamento della base elettorale, estesa adesso a tutta la penisola. Il malore del 2005 non gli permise di dissentire. In dissenso dal nuovo segretario Salvini, il leader Bossi non avrebbe messo al centro del suo programma la costruzione del ponte sullo Stretto; al massimo, la costruzione di una nuova autostrada per l’Europa.

Viva la guerra!

Un sito specializzato ha fatto il conto di quanto abbia incassato la Corea del Nord per la vendita di proiettili e armi alla Federazione Russa: circa 14 miliardi, che rappresenta quasi metà del prodotto interno lordo, come se l’industria, il commercio e l’agricoltura avessero raddoppiato in un anno la loro produzione. Invece, l’aumento dei ricavi è venuto semplicemente dall’industria bellica e per la guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Questo è un conto venuto allo scoperto, ma ce ne sono altri meno noti e diffusi equamente tra i continenti. Le industrie belliche di tutti i paesi industrializzati hanno fatto il boom, come se tutti producessero cannoni, bombe e proiettili e alla fine fanno tutti boom!

Anche nel nostro Paese, non guerrafondaio da quando è stata approvata la Costituzione, si producono armi che vengono cedute a Israele e all’Ucraina. Di recente abbiamo pure sentito di transazioni di materiale bellico spedito dall’Italia all’Arabia Saudita, che ne ha bisogno per la difesa dai missili iraniani.

L’Iran ha riempito i suoi arsenali con prodotti di fabbricazione nazionale, ma anche con massicci acquisti dalla Russia e dalla Cina. Quest’ultima ha fornito componenti dual use, adatti a uso civile e militare, alla Russia, che li ha usati soprattutto per la componentistica di aerei e carri armati. Ha anche acquistato a buon prezzo il petrolio e il gas siberiano, che in seguito alle sanzioni occidentali è sceso di prezzo.

Potremmo fermarci qui, ma un accenno ai leader è d’obbligo. Da quando si è insediato di nuovo alla Casa Bianca, il patrimonio del tycoon e quello familiare sono lievitati di molto.

Il presidente Putin e i suoi oligarchi, da parte loro, hanno immensi beni personali sia in Russia sia in Europa.

Di quel che avviene in Cina si sa poco, ma si è appreso che un alto ufficiale dell’esercito e del Comitato centrale del Partito è stato messo da parte da Xi Jinping per frodi nelle forniture per l’esercito e truffa ai danni dello Stato. Non si sa altro, ma potrebbe essere il picco dell’iceberg che si vede galleggiare sopra una massa di ghiaccio che non si vede.

E poiché tutto questo avviene in questi tempi di guerre, si può affermare che, almeno per certe industrie e per i leader, finché c’è guerra c’è speranza di fare buoni affari.

Autoflagellazione della sinistra

La premier ha dichiarato a Milano che se dovesse vincere il NO non si dimetterebbe. Per il NO si batte strenuamente la sinistra. Così, se dovesse vincere otterrebbe un governo avverso ancora in carica e la giustizia impantanata nei suoi privilegi di casta. Non c’è che dire, bene che vada sarà un disastro.

Le dimissioni di Cirielli

L’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo Aleksej Vladimirovič Paramonov, la feluca di Putin e Lavrov a Roma ha suscitato nelle opposizioni un mare di critiche. La sinistra accusa il governo di essere double face: apertamente contro la politica aggressiva della Russia e segretamente in amichevoli rapporti. Non c’è , fra le persone serie, chi non veda la pretestuosità delle critiche al viceministro, che non ha fatto altro che ricevere il rappresentante russo dietro sua richiesta e l’incontro è stato alla presenza di funzionari italiani che hanno verbalizzato.

Nonostante la strumentalità delle critiche, le opposizioni, come d’uso, hanno chiesto le dimissioni di Cirielli. Questa richiesta si somma a tutte le altre richieste di dimissioni rivolte alla , premier, ai ministri di questo governo, ai suoi alti funzionari, ai suoi parlamentari e a chi ne ha, più ne metta.

Se a ogni richiesta di dimissioni gli interessati dovessero davvero dimettersi si realizzerebbero crisi governative e vuoti di poteri e funzioni da far crollare la struttura dello Stato. Difatti non si dimette nessuno.

Il figlio adottivo di Raffaella Carrà

La vita delle persone è qualcosa di sconosciuto anche se si tratta di persone pubbliche. Perfino i recessi della nostra vita sono a volte poco noti a noi stessi e ce ne meravigliamo se per caso ne veniamo a conoscenza. Per questo, a distanza di anni dalla morte, ci giunge inaspettata la notizia che Raffaella Carrà aveva un figlio adottivo segreto, il quale è diventato noto per una vicenda, come spesso capita, di interessi economici.

Il figlio adottivo ha difeso presso il tribunale i diritti d’immagine e artistici della madre ed è venuto allo scoperto. È nato nel 1964, non ha importanza come si chiami. Era considerato uno dei suoi più stretti collaboratori.

La Carrà era nata nel 1943 ed ha avuto una vita artistica favolosa, due lunghe relazioni amorose e innamoramenti più brevi. Ora si vocifera anche che questo suo figlio adottivo, cui è andata la maggior parte del suo patrimonio, sia stato qualcosa di più di un fedele collaboratore e anche qualcosa di diverso da un figlio.

Nulla si può escludere, ma che cambierebbe? Abbiamo detto nel preambolo che la vita è così complicata che tutte le sue sfaccettature non le conosceremo mai, nemmeno le nostre.