Herzog, di Bellow

Herzog appartiene a quella grande famiglia di personaggi della letteratura moderna che possiedono una straordinaria ricchezza intellettuale e una debole capacità di tradurla in azione.

Herzog, protagonista del romanzo Herzog, è un uomo che pensa incessantemente. Scrive lettere che non spedisce mai, discute mentalmente con filosofi, politici, amici, nemici e perfino con i morti. La sua mente è un laboratorio in continua attività, ma proprio questa abbondanza di riflessione finisce per paralizzarlo. Ogni decisione viene scomposta, analizzata, rimessa in discussione, rinviata, ritardata.

In questo senso ricorda molto Zeno Cosini di Italo Svevo. Anche Zeno è un uomo intelligente, ironico e consapevole delle proprie contraddizioni. È incapace di aderire completamente a una scelta, a un amore, a un progetto. La sua vita procede tra rinvii, autoanalisi e giustificazioni.

La differenza principale è che Zeno appare spesso come un borghese impacciato che osserva sé stesso con umorismo, mentre Herzog possiede una dimensione più tragica e più ampia culturalmente. Herzog porta sulle spalle il peso della filosofia, della storia, della cultura occidentale; Zeno soprattutto quello della propria nevrosi personale.

Si potrebbero aggiungere alla stessa famiglia altri personaggi:

Oblomov, paralizzato dall’inerzia.

Leopold Bloom, che attraversa il mondo più osservandolo che modificandolo.

Josef K., travolto dagli eventi senza riuscire a dominarli.

Sono personaggi che la letteratura moderna ha spesso preferito agli eroi tradizionali. L’eroe classico agisce; questi personaggi riflettono. L’eroe antico cambia il mondo; loro cercano di capire il mondo e, nel frattempo, finiscono per smarrirsi dentro sé stessi.

Forse il fascino di Herzog e di Zeno nasce proprio da questo: il lettore moderno si riconosce più facilmente nei loro dubbi che nelle certezze di un eroe. Non sono uomini che conquistano, ma uomini che cercano di comprendere, e la loro sconfitta pratica diventa spesso una vittoria conoscitiva.

Il cap. 22 del Maestro e Margherita

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Nel capitolo ventiduesimo Margherita appare ormai completamente immersa nella nuova dimensione fantastica che ha sostituito la sua esistenza precedente. La donna rispettabile, legata alle convenzioni e alle forme della vita sociale, sembra ormai appartenere a un passato remoto. La sua principale preoccupazione non è più ciò che penseranno gli altri, ma riuscire a soddisfare le aspettative di Woland. Emblematica è la scena in cui, temendo una nuova improvvisa apparizione di uno degli ospiti evocati dal diavolo, si stringe al suo ginocchio dolorante. Il gesto rivela una familiarità che nel mondo ordinario sarebbe apparsa impensabile. Ma ormai Margherita vive secondo altre regole. Il fantastico è diventato la sua nuova normalità. Anche Woland, pur restando una figura misteriosa e potente, viene percepito attraverso aspetti quasi umani e quotidiani. È uno dei tanti momenti in cui Bulgakov riesce a rendere naturale l’assurdo e credibile l’incredibile, trascinando il lettore in un sogno che possiede una sua limpida coerenza interna.

Il volo di Margherita

Nel capitolo del volo di Margherita colpisce una breve scena che in altri autori sarebbe diventata facilmente scandalosa o maliziosa. Un uomo appare completamente nudo davanti alla protagonista. In un primo momento Margherita reagisce con il disagio e l’offesa che le imporrebbero le convenzioni del mondo ordinario. Ma il suo atteggiamento cambia quasi subito. Con leggerezza gli suggerisce di rivestirsi, e l’uomo riappare addirittura in frac. La nudità perde ogni carattere provocatorio e diventa un elemento del gioco fantastico che domina il capitolo. È come se Bulgakov volesse mostrare che Margherita ha ormai abbandonato il mondo delle convenzioni. Quelle stesse convenzioni che fino a poco tempo prima definivano la sua esistenza di moglie rispettabile e benestante non hanno più alcun potere su di lei. Non si tratta di una ribellione ideologica, ma di qualcosa di più profondo: l’ingresso in una dimensione dove il giudizio sociale non conta più. Margherita vive ormai in un’atmosfera di candido sogno, nella quale persino ciò che dovrebbe apparire sconveniente perde ogni volgarità e si trasforma in una manifestazione della libertà ritrovata.

Diavolo di una pesidente!

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Diavolo di una presidente!

Manderà i dragamine a sminare il Golfo Persico. Ma quello che ci sta dietro è tutto da scoprire e ridicolizzerà i più acuminati critici. La sua politica estera deve essere di nuovo valutata e finalmente rivalutata. I topi di fogna del falso interesse nazionale (in testa Bonelli e Fratoianni) dovranno togliersi il cappello dalla grigia peluria della testa.

Mai come in questa evenienza un presidente del Consiglio ha mostrato la capacità machiavellica di utilizzare le forze preponderanti di paesi minacciosi per asservirli all’interesse nazionale, di questo Bel Paese che finalmente ha ritrovato la sua buona stella.

Era una diecina di anni che in materia di mine marittime l’industria italiana lavorava a ritmi serrati. Divenuta il primo fornitore al mondo, le sue punzonature viaggiano nelle acque di tutti gli oceani, dovunque gli attriti fra diversi stati hanno reso necessario minare le acque.

Il Made in Italy nel settore mine è primato incontestato. C’era, però, chi temeva una flessione di produzione e vendita, sia in genere per l’esaurimento del mercato, sia in particolare per la fine di questa bella guerra, intensa e scoppiettante di mine, tra USA-Israele – Iran.

Le contingenze del mercato hanno spesso contrastato buone politiche. Ma non con Giorgia al comando!

Finita la grande fornitura di mine, che molte imbarcazioni e fior di marinai ha mandato all’oltretomba, sta cominciando la saga dei dragamine e del necessario sminamento del Golfo Persico. E quale nazione può fornire i migliori dragamine, a pagamento, se non la nobile nazione italiana? Non ha partecipato alla guerra, ha venduto le proprie mine, ha i migliori dragamine perché sono prodotti dalle stesse fabbriche delle mine. Già nel Canale di Suez, negli anni Sessanta, furono brillantemente usati, a pagamento, per sminare quel tratto di mare dalle mine pure di fabbricazione italiana. Anche allora, al governo e al parlamento sedevano pezzi da novanta, Cossiga, Craxi, Saragat, Andreotti, per citarne alcuni. E ora che abbiamo la nostra Giorgia non siamo da meno. Continuiamo a rinnegare le guerre, vendiamo mine di ottima fattura ai guerreggianti e mandiamo poi i dragamine a sminare.

Incredibile benefico diavolo alla presidenza del Consiglio!

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I ritmi intestinali dei cani

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La precedente amministrazione comunale non aveva avuto un rapporto sempre buono con i cani. A dire il vero non aveva mai avuto ottimi rapporti con tutte le categorie di persone, animali e piante. Tanto vero che alla prova delle urne, è stata pesantemente sconfitta dall’avversaria. Naturalmente non tutti i confronti e i contrasti avuti dal sindaco con gli avversari hanno riguardato lo stesso problema. Ci sono stati i fascicoli riguardanti la pulizia della città, l’acqua corrente, l’illuminazione pubblica, la raccolta dei rifiuti e via di questo passo da servizio in servizio. C’è stato anche il fascicolo “cani”, che si è riempito di segnalazioni, sopralluoghi, referti, fotografie, passaggi in commissione, discussioni consiliari e decisioni di giunta. Alla fine, dicono gli specialisti di Tp 24, il suo peso ha avuto una misura nel risultato elettorale.

I cani, per la verità, transitavano in questa nuova amministrazione con il dente avvelenato dello sgambatoio, promesso, individuato, progettato, non realizzato. Una storia più lunga dei giri che di solito vengono fatti dagli animali sgambettando. Doveva essere realizzato, come previsto, nel tratto nord della villa di Piazza Marconi, riducendone la lunghezza di un terzo. Cominciarono presto le proteste degli ambientalisti e degli odoristi. Per chi non lo sapesse in città ci sono anche gli odoristi che vedono le cose, anche i ventilati progetti, con il naso, piuttosto che con gli occhi. Subito hanno annusato, prima ancora che si realizzasse, una puzza di escrementi di cane nel luogo dove sarebbe sorto, e poi per fortuna non sorse, lo sgambatoio.

Cosicché si decise di trasferire la nuova opera nel fanuso di Salinella, dove vanno a inserirsi e a morire i più nobili progetti. Non se ne ha più notizia, con grande disappunto dei cani. I quali ora stanno entrando in contrasto con l’amministrazione per una nuova decisione comunale che direttamente li riguarda e li lascia timorosi e perplessi. Sul marciapiede ovoidale nella ypsilon di via Sanità con via Stefano Bilardello è apparso un cartello che vieta ai cani di fare i bisogni. Finora in città si erano visti cartelli che invitavano i conducenti di animali al guinzaglio di munirsi di carta, paletta e sacchetto per ripulire il pavimento sporcato. Questo cartello, di diretto divieto ai cani di fare, è il primo a vedersi. E se l’amministrazione continuasse mettendone altri, molti altri in giro?

Un’affollata assemblea canina è stata convocata dal leader della categoria nella solita sala sottostante la sala consiliare. Dopo approfondita discussione è stato deciso di protestare altamente contro la temuta proliferazione dei cartelli di nuova prescrizione e regolarsi poi in seguito alle decisioni che saranno prese dal comune.

Sciolta la riunione, senza rilascio di comunicato stampa, nei giorni successivi proprio su quel tratto tra via Sanità e via Stefano Bilardello, su aiuole e camminamenti, le chiazze o i tronchetti di neri o marroni escrementi – a seconda della specie canina e soprattutto a seconda di quel che gli animali avevano mangiato – si sono moltiplicati, come se tutti i proprietari di cani e i cani stessi randagi si fossero dati riunione per defecare in compagnia.

La puzza enorme che saliva al cielo è stata notata subito dai residenti frontisti. Alcune famiglie si sono trasferite in campagna in anticipo. Altri capi famiglia o pater familias si sono recati a fare segnalazione all’Ufficio igiene. Che però è stato trovato chiuso, essendo andato il portiere in campagna pure lui, che risiedeva all’angolo di via Mazzini con via Sanità.

I vigili urbani prontamente al solito allertati sono corsi sul posto e non hanno potuto far altro che mettersi la mascherina per attutire la puzza, ma, non avendo calosce di servizio, si sono imbrattati di brutto scarpe e gambali. Di ritorno al Comando di Polizia hanno sporcato ingresso, corridoi e uffici prima di trovare la buona donna delle pulizie che gli ha tolto l’armamentario pedestre d’ordinanza.

Una delegazione di cani è stata convocata dal sindaco, Andreana Patti, per domani mattina alle 11. L’argomento sarà: “Regolamentazione dei ritmi intestinali dei cani”. Sembra che l’oggetto della convocazione non sia stato preso bene dai cani, che avanzano pretese libertarie di rilievo costituzionale.

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Margherita entra in scena

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Per quasi metà del “Maestro e Margherita” il lettore è trascinato da una giostra impazzita. Il diavolo e il suo seguito seminano il caos nella Mosca sovietica, i burocrati perdono la testa, gli scrittori ufficiali vengono ridicolizzati, la realtà sembra dissolversi in una successione di episodi grotteschi. Poi arriva il capitolo diciannovesimo, il primo della seconda parte, e il romanzo cambia volto.

Entra finalmente in scena Margherita.

La cosa curiosa è che Bulgakov non la presenta come una donna perseguitata dalla miseria o dall’emarginazione. Al contrario, possiede tutto ciò che normalmente viene associato a una vita riuscita: una bella casa, una posizione sociale rispettabile, sicurezza economica. Eppure è infelice. Ha perso il Maestro e con lui ha perso il senso stesso della propria esistenza.

In poche pagine il romanzo abbandona la satira sociale e si avvicina a qualcosa di più intimo. Bulgakov sembra suggerire che il benessere materiale può rendere confortevole la vita, ma non necessariamente felice. La felicità di Margherita dipende da un’altra cosa, molto più fragile e molto più difficile da definire: l’amore.

Ciò che colpisce nel capitolo è anche il coraggio della protagonista. Quando Azazello le si avvicina con una proposta oscura e misteriosa, Margherita comprende che sta entrando in un territorio sconosciuto e probabilmente pericoloso. Tuttavia accetta. Non per avidità, non per ambizione, non per curiosità, non per lascivia. Accetta perché intravede una possibilità, anche minima, di ritrovare il Maestro.

È una motivazione che la distingue dalla maggior parte dei personaggi incontrati fino a quel momento. Nella prima parte del romanzo molti cadono nelle trappole di Woland per interesse personale, per vanità o per cupidigia. Margherita è mossa da qualcosa di completamente diverso.

Ma c’è un altro elemento che rende memorabile questo capitolo: la straordinaria naturalezza dei dialoghi.

Se si guarda alla situazione in sé, essa è assolutamente assurda. Una donna disperata incontra un enigmatico emissario del diavolo che le offre una crema magica e le propone di partecipare a un misterioso evento. In mano a molti scrittori una scena simile sarebbe diventata enfatica, solenne, carica di spiegazioni simboliche, o semplicemente ridicola. Bulgakov sceglie invece la strada opposta.

I personaggi parlano come persone vere. Azazello non assume il tono di un demone uscito da una tragedia medievale; spesso appare brusco, pratico, persino ironico. Margherita reagisce con diffidenza, intelligenza e spontaneità. Il loro dialogo possiede una freschezza sorprendente. Si ha quasi l’impressione di ascoltare una conversazione quotidiana, non un incontro con le forze dell’oltretomba.

Forse è proprio questo il segreto della grandezza del romanzo. Bulgakov riesce a rendere credibile l’incredibile. Il fantastico non viene imposto al lettore attraverso effetti speciali letterari; entra nella narrazione con la semplicità delle cose normali. E così il soprannaturale finisce per apparire più vero della realtà stessa.

Con il capitolo dedicato a Margherita il romanzo smette di essere soltanto una brillante satira della società sovietica e diventa una storia d’amore, di fedeltà e di speranza. È il momento in cui il lettore comprende che dietro le burle del diavolo e il caos di Mosca si nasconde qualcosa di più profondo: la ricerca di ciò che dà significato alla vita.

E Margherita, con il suo dolore e il suo coraggio, ne diventa improvvisamente il centro.

La dichiarazione di antifascismo

La decisione della direzione della fiera “Più libri più liberi” di escludere dalla partecipazione quegli editori che non sottoscrivono una dichiarazione antifascista, fa sorridere come se fosse una boutade e invece è la realtà del clima censorio che si ripete ormai spesso nel paese. Qualcosa di simile è avvenuto in altre manifestazioni librarie; ricordo che a volte certi negozi di libri hanno escluso dalle loro vetrine testi in odore di fascismo. Ho sentito giorni fa — e qualcosa di simile avevo letto un anno fa — che in un comune di sinistra, per ottenere una concessione o autorizzazione, si doveva provare con dichiarazione giurata il proprio antifascismo.

Ricordo quando, con le riforme Bersani e Bassanini degli anni Novanta, si iniziò ad accettare richieste accompagnate da dichiarazioni sottoscritte sotto la propria responsabilità, compresa, per le procedure delle opere pubbliche, la dichiarazione dell’impresario di non essere mafioso. E ricordo parimente — ero segretario comunale — che nessun mafioso aveva ostacoli nel dichiarare la propria estraneità alla mafia.

Ugualmente può avvenire nelle fiere letterarie o nelle autorizzazioni comunali: i fascisti nell’animo dichiareranno di non esserlo per essere ammessi o autorizzati.

Le censure, nella storia, non hanno mai raggiunto lo scopo che si prefiggevano i censori; anzi, spesso hanno creato interesse sulle idee vietate.

Che dopo l’insegnamento della storia, oggi, XXI secolo dell’era cristiana, si continui nell’errore di voler ostacolare le idee degli altri — oggi il fascismo, domani la foggia dell’abito indossato o il modo di salutare un conoscente — rimette in discussione l’insegnamento del passato e la positività di precedenti esperienze.

Non si può non affermare, con grande delusione, che sono proprio i cosiddetti progressisti a proporre e ad applicare simili stupide censure.

La battaglia di Lilybeo

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Il cambio di amministrazione è la cosa più bella del mondo. Dopo cinque anni stufa tutto, perfino la moglie o il marito. Intorno a questo numero di anni cominciano le crepe matrimoniali che portano alla separazione e al divorzio.

A Marsala abbiamo cambiato cavallo, amministrazione, sindaco, primo cittadino. Insomma, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo grati a tutti gli attori, per lo più politici o sostenitori di politici, che per quattro mesi di campagna elettorale ci hanno fatto ridere a crepapelle. C’è stato chi – si dice il peccato ma non il peccatore – si è offerto di entrare nella coalizione vincente senza chiedere nulla in cambio per puro spirito di amore cittadino. Tutti sapevano però che, essendo stato estromesso dalla giunta, aveva il dente avvelenato e dolorante e tentava di rifarsi una verginità e un avvenire passando alla parte opposta.

C’è stato chi non le è parso vero poter rientrare nell’agone politico dopo dodici anni di astinenza forzata. Solo lei pensava di poter di nuovo diventare sindaco. La gente non ci credeva più e non le ha dato i voti nemmeno per andare al ballottaggio.

C’è stato chi pensava di tornare a vivere da protagonista a fianco della candidata sindaca di centrodestra e assieme a lei ha fatto naufragio: tutti affogati nella presunta Grande Armata di FdI, FI, Lega, compresi i deputati regionali imbarcatisi sull’Ammiraglia e pure loro affogati nella battaglia di Lilybeo.

C’è stato chi – il sindaco uscente – si è sforzato negli ultimi tempi di avviare lavori straordinari di pulizia e costruzioni di giardinetti, mentre tutti avevano sotto gli occhi la scarsa o assente manutenzione delle opere esistenti. Davanti a ogni nuovo lavoro, ogni giorno un gruppo di persone si fermava a guardare e commentava: “Ma se non sanno manutenere l’esistente come faranno a curare le nuove aiuole? Nemmeno si vedono parcheggi per poter venire a passeggiare in questi luoghi lontani dal centro ma anche dalla periferia”.

Questi malumori non hanno consentito all’uscente sindaco di poter arrivare al ballottaggio: trombato letteralmente al primo turno.

Finita la campagna elettorale ed eletta la nuova amministrazione, dobbiamo adesso cambiare i destinatari dei nuovi improperi quando l’acqua non arriva o l’auto sobbalza sulle buche. Ma c’è tempo, possiamo, almeno per sei mesi, continuare a imprecare contro i precedenti amministratori, dovendo dare tempo ai nuovi di impratichirsi.

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L’orologio di Ghali

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Ghali indossava un Patek Philippe Grande Sonnerie referenza 6301P, un segnatempo dal valore di 1 milione e 524 mila euro al momento del lancio. Oggi, come usato, può costare di più essendo pezzo da collezione. Con quest’orologio al polso, se vuole può guardare l’ora, ma anche se non l’avesse potrebbe guardare l’ora su un poco costoso telefonino, o anche su un affidabile orologio di poche centinaia di euro, salvo non usare nessuno strumento e chiedere l’ora al suo vicino.

Cosa dire? Ghali è un cantante di ultima generazione famoso e ha la possibilità di spendere un sacco di soldi per un oggetto inutile.

Si può anche dire che la sua visione del mondo – ammesso che ne abbia oltre quella di ammirare il suo orologio – pone lui stesso e il suo orologio al centro dell’universo. Difatti, si vede che alza il braccio per far vedere l’orologio.

Non so quanti siano i suoi estimatori, io ho saputo della sua esistenza guardando le notizie. Penso che il mondo sia arrivato a un punto di decadenza da non riuscire più a capire l’importanza o la stupidità di certe cose. E questa incertezza di base mina tutto quello che sta sopra la Terra.

Qualcuno mi potrebbe osservare: “Ma tu allora vorresti che la tecnica di misurazione del tempo si arrestasse ai vecchi modelli? Vorresti far perdere il mercato più ricco? O niente niente vorresti far chiudere le fabbriche di orologi costosi e anche quelle di automobili velocissime che non possono viaggiare sulle strade per il limite di velocità? Dillo chiaro cosa vuoi! Vorresti cambiare il mondo e frenare il progresso?”

“Ma no! Vorrei semplicemente evitare l’offesa arrecata a centinaia di milioni di poveri che non posseggono nemmeno un orologio, avendo impegnato il lascito paterno per sostenere la famiglia e sé stessi. Se dico una fesseria, scusatemi.”

Taccuino

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Taccuino

Il presidente americano, Trump, per telefono al premier israeliano Netanyahu: “Ma sei un pazzo!”

Fra di loro si riconoscono.

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La Procura di Milano conferma il suo ok alla grazia a Minetti: «Notizie di stampa non corrispondenti al vero».

Le notizie erano state diffuse in abbondanza e per settimane dal Fatto Quotidiano.

È un giornale che si vanta di essere indipendente e veritiero. Per questo non accetterebbe contributi statali. Le notizie su Minetti sono state l’ultimo suo scoop finito in bolla di sapone. Intanto, tanti lettori ci hanno creduto. Inutile sperare che il direttore e lo scoopista facciano ammenda riconoscendo di aver esagerato. Non sono tipi di tal sorta. Probabilmente, tenteranno di camuffare la smentita come se il tribunale non avesse fatto accertamenti migliori o più completi. Con le parole si può dire tutto, ma non si possono cambiare i fatti.

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Emanuele Pozzolo folgorato da Vannacci: «Come de Gaulle». Intanto, ieri è uscito fuori strada con il suo SUV. La polizia intervenuta sul luogo dell’incidente: “Tasso alcolico doppio”. Patente ritirata.

Quando ha aderito al nuovo partito di Vannacci non gli è stato fatto l’esame alcolometrico?

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Aggressione a un bracciante nelle campagne di Marsala, convocato un tavolo istituzionale, ma hanno dimenticato di mandare l’ambulanza.

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