Lo spostamento della panchina a San Giovanni

serene lakeside bench with shadow patterns
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La nuova politica delle panchine in città sta uscendo dal limitato perimetro di piazza Giacomo Matteotti, dove è stata applicata la settimana scorsa, e sta investendo, per motivi simili ma non identici, altre location.

È avvenuto infatti che la rimozione delle panchine dalla piazza abbia spostato la comunità popolare e ribelle in prossimità di altre panchine. Una, in particolare, è diventata molto appetibile, sia per i suoi colori e per la composizione materica quasi artistica, sia per la posizione di fronte al mare, che offre un bello spettacolo e promette venticello di ponente.

È la panchina dedicata alla memoria di Giulio Regeni.

Era stata installata, con una cerimonia videoripresa da Tp24, poco prima che venissero eliminate le panchine di piazza Matteotti. È stato quindi naturale che il popolo godereccio e chiassoso si trasferisse sulla panchina del povero Giulio Regeni.

E fossero andati là a ricordare, commemorare, discutere dei diritti civili calpestati! No. Sulla panchina dedicata alla vittima del regime egiziano sono andati a compiere le stesse schifose porcherie per le quali erano stati cacciati dal centro.

Sedute normalmente non ci stanno più di tre o quattro persone; ma, sistemandosi l’uno sull’altro o l’altra sull’uno, a volte riescono a starci anche in sei. Sbevazzano vino e birra, si sbaciucchiano e sono stati visti perfino accoppiarsi in gruppi affiatati.

Nemmeno questa panchina del ricordo e del dolore è dunque rimasta esente dalla turpitudine marsalese, che la nuova amministrazione si propone di eradicare.

Anche questa panchina, pertanto, è stata divelta dal provvido Comune. Avendo però un valore ideale e storico, non è stata portata ad arredare le ville di loschi impiegati comunali o consiglieri. Il sindaco in persona ha deciso di trasferirla dentro la chiesa di San Giovanni.

Collocata lungo il muro di sinistra e transennata, affinché non venga usata ma soltanto guardata e venerata, può essere visitata nei pochi giorni prescritti dell’anno in cui la chiesa rimane aperta.

I marsalesi e i turisti, passando davanti alla panchina protetta, restano di solito imbambolati, non conoscendone la storia. Si fanno comunque un rispettoso segno di croce e scendono poi i gradini dell’angusta scala scavata nel tufo, per andare a chiedere lumi alla Sibilla Lilibetana.

La quale, come si sa, è spesso ambigua nei responsi e talvolta non ne dà affatto, se non dietro pagamento della regolare tariffa.

Un turista ha versato il dovuto, e così si è potuta ascoltare la spiegazione:

«Non tutte le panchine sono fatte per sedersi. Alcune servono per ricordare, altre per dimostrare che il Comune vigila. Quando poi la gente continua a comportarsi male, basta togliere la panchina: il problema rimane, ma senza il comodo della panchina».

Il turista ha ringraziato, ha risalito la scala ed è uscito dalla chiesa. Fuori ha trovato sei persone sedute per terra, davanti al mare, che bevevano, gridavano e si accoppiavano senza danneggiare alcuna panchina comunale. La nuova politica dell’arredo urbano poteva dunque considerarsi pienamente riuscita.

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Ermanno Cavazzoni nel giudizio dei critici

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Ermanno Cavazzoni non occupa, nel giudizio comune, il posto riservato agli autori considerati “maggiori”. Una parte della critica tende a confondere la serietà dell’opera con la seriosità del tono. Un libro che parla apertamente di Dio, della morte, della colpa, della storia o della crisi dell’uomo viene facilmente riconosciuto come “profondo”. Un libro che affronta la vita attraverso l’assurdo, il riso, le manie quotidiane e personaggi insignificanti rischia invece di essere relegato nella categoria del divertimento.

Ma Cavazzoni non è affatto uno scrittore superficiale. I suoi idioti, i suoi pensatori solitari e i suoi scrittori falliti mostrano l’uomo alle prese con fissazioni, illusioni, ambizioni e ragionamenti che sembrano assurdi, ma che spesso sono soltanto l’esagerazione dei nostri comportamenti normali. La comicità nasce proprio dal fatto che quei personaggi sono lontanissimi da noi e, nello stesso tempo, ci assomigliano. Anche la critica ha riconosciuto in lui una “controepopea dei marginali” e una letteratura nella quale il piccolo mondo provinciale e i grandi sistemi filosofici vengono posti ironicamente sullo stesso piano.

La piacevolezza, inoltre, non dovrebbe essere considerata un difetto. Scrivere in modo limpido, leggero e divertente è spesso più difficile che scrivere in modo oscuro. Il lettore può avere l’impressione che il testo sia nato facilmente; ma quella facilità è quasi sempre il risultato di una precisa arte narrativa. Cavazzoni racconta fatti impossibili con il tono tranquillo di chi sta compilando un verbale: proprio questo contrasto produce il suo particolare umorismo.

Direi dunque che la critica accademica non rifiuta necessariamente Cavazzoni, ma tende talvolta a premiare maggiormente le opere che offrono materiali facilmente traducibili in grandi categorie: metafisica, ideologia, trauma, storia, identità. Cavazzoni è più difficile da solennizzare. Fa ridere, procede per raccontini, cataloghi e false classificazioni; sembra occuparsi di sciocchezze. Eppure, sotto quelle sciocchezze, mette in discussione la presunta razionalità della vita ordinaria e perfino l’utilità sociale dello scrittore.

Forse il punto essenziale è questo: non tutta la profondità guarda verso l’alto. Esiste anche una profondità che guarda in basso, verso le piccole manie, le umiliazioni, le fantasticherie e le assurdità quotidiane. La critica paludata rischia di non riconoscerla perché cerca le grandi domande già formulate come grandi domande. Cavazzoni, invece, le nasconde dentro le vite degli idioti. E proprio per questo riesce a farcele leggere senza stancarci.

L’ultima beffa di Bulgakov

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Terminata la lettura del Maestro e Margherita, molti ricordano il grande ballo di Satana, l’ironia irresistibile con cui Woland e il suo seguito mettono a nudo la miseria morale della Mosca sovietica, oppure la commovente storia d’amore tra il Maestro e Margherita. Eppure, a distanza di qualche giorno, è spesso l’epilogo a lasciare l’impressione più profonda.

Dopo aver accompagnato il lettore in un universo in cui il diavolo passeggia per Mosca, Ponzio Pilato ritrova finalmente la pace e un romanzo sembra modificare il destino di un uomo vissuto duemila anni prima, Bulgakov compie un gesto inatteso: richiude tutto.

Le indagini ufficiali non approdano a nulla. Gli avvenimenti vengono spiegati come allucinazioni, coincidenze, suggestioni collettive. Mosca continua la propria esistenza quasi indisturbata. I personaggi ritornano alla vita ordinaria, e ciò che è accaduto sembra destinato a dissolversi come un sogno.

È qui che il romanzo cambia natura.

Per seicento pagine il lettore ha creduto di assistere a eventi soprannaturali. Nell’epilogo, invece, Bulgakov non conferma né smentisce nulla. Non dice che Woland sia realmente esistito, ma neppure che sia stato soltanto il prodotto della fantasia. Semplicemente sottrae ogni prova.

L’effetto è sorprendente. L’opera non si conclude con una rivelazione, ma con un dubbio.

È possibile leggere il romanzo in due modi opposti, senza che l’autore privilegi apertamente uno dei due. Da una parte, tutto è realmente accaduto: il diavolo è venuto a Mosca, Pilato è stato liberato e il Maestro ha ottenuto il riposo eterno insieme a Margherita. Dall’altra, tutto potrebbe essere stato il frutto dell’immaginazione, della follia o della straordinaria potenza creatrice della letteratura.

Bulgakov non sceglie. E proprio questo rifiuto di scegliere costituisce forse la sua ultima beffa.

L’epilogo sembra infatti suggerire che la verità non sia dimostrabile. I fatti eccezionali, una volta conclusi, vengono riassorbiti dalla normalità della vita quotidiana. Gli uffici continuano a funzionare, gli investigatori archiviano i fascicoli, la città riprende il proprio ritmo. Il mistero non lascia documenti, ma soltanto memoria.

Rimane un unico testimone privilegiato: Ivan. Ogni anno, nelle notti di plenilunio, egli rivive in sogno la vicenda di Pilato e di Yeshua. Non possiede alcuna prova della sua verità, ma non riesce nemmeno a dimenticarla. È il destino di chi ha intravisto qualcosa che sfugge alle spiegazioni razionali.

Forse è proprio questo il significato ultimo del romanzo. Non dimostrare l’esistenza del soprannaturale, né negarla, ma ricordare che la letteratura può creare mondi così potenti da continuare a vivere nella coscienza del lettore anche quando ogni prova è svanita.

L’ultima pagina del Maestro e Margherita non dice che tutto è stato un sogno. Dice qualcosa di ancora più inquietante: che, dopo aver chiuso il libro, nessuno sarà più in grado di stabilire con certezza dove finisca la realtà e dove cominci la fantasia.

È forse questa, più ancora della satira politica o delle riflessioni religiose, la vera grandezza del romanzo di Bulgakov.

Cominciamo bene!

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Non sapevamo che togliere alcune panchine potesse costituire la ripartenza della città verso quel futuro migliore da tutti auspicato.

Una delle prime mosse di questa amministrazione comunale è stata quella di togliere alcune panchine da una delle principali piazze, piazza Matteotti. A quando la decisione di far togliere pure le panchine da piazza Loggia? Resterebbe ancora da decidere la data della rimozione delle panchine da piazza Pizzo. Per fortuna, piazza del Popolo e piazza Marconi sono prive di panchine e non temono di esserne private.

Si dà il caso che, dove le panchine non ci sono, manchi pure lo «spazio di incontro, gioco, socialità, integrazione, prevenzione, inclusione e cultura» (cito dal comunicato della sindaca).

Se ho ben capito, le panchine costituirebbero, a piazza Matteotti, l’ostacolo alla socializzazione e alla convivenza felice.

Sembra che siano stati i gestori dei bar a farne richiesta alla sindaca, che, però, non ha chiesto che cosa ne pensassero tutti gli altri cittadini. I quali non hanno accettato la rimozione e, di loro iniziativa, ne hanno fatta un’altra: quella dei vasi di fiori che la sindaca aveva fatto mettere al posto delle panchine e sui gradoni dei marciapiedi.

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Categorie: satira

Le digressioni in Sterne

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A metà dell’ultimo volume di Tristram Shendy, il narratore – ma è lo stesso autore – comincia una lunga riflessione sul fatto che le digressioni non sono un difetto del racconto, ma la sua stessa forza vitale. Sostiene, paradossalmente, che sono proprio le deviazioni a far procedere il romanzo. Il lettore pensa: “Adesso finirà la teoria e torneremo alla storia.” Invece Sterne fa esattamente il contrario. Mentre parla delle digressioni… digredisce.

Ricorda il viaggio compiuto anni prima con lo zio Toby, abbandonando completamente la scena dell’assedio alla casa della vedova. È un capolavoro di coerenza artistica: la forma dimostra ciò che il contenuto afferma.

È come se un musicista, mentre tiene una conferenza sulla fuga di Bach, improvvisasse una fuga davanti al pubblico. Oppure come un pittore che spiegasse la prospettiva dipingendo nello stesso momento un quadro.

Questa è la grande differenza fra Sterne e molti altri scrittori del Settecento. Gli altri espongono le proprie idee; Sterne le mette in scena. Per questo il Tristram Shandy appare così moderno. Non è un romanzo che parla della digressione: è un romanzo che pensa per digressioni. La teoria e la pratica coincidono perfettamente.

Aggiungerei un’ultima osservazione. Quella digressione sul viaggio con Toby arriva proprio quando il lettore è al massimo dell’attesa per l’incontro con la vedova. Sterne interrompe deliberatamente il momento culminante. È una sfida al lettore: «Tu credi che il piacere del romanzo stia nello scioglimento della vicenda; io ti dimostrerò che può stare anche nel rinvio dello scioglimento». È un’idea narrativa sorprendentemente moderna, che anticipa tecniche che diventeranno comuni solo due secoli dopo.

La diffusa sensualità di Tristram Schendy

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La diffusa sensualità di Tristram Shendy

Uno degli aspetti più sorprendenti del Tristram Shandy è il suo costante, malizioso sensualismo. Benché Tristram si consideri un uomo perseguitato dalla sfortuna, possiede – o, meglio, la possiede il suo autore, Laurence Sterne – la straordinaria capacità di raccontare situazioni apparentemente innocenti in modo da caricarle di un’allusione erotica sottile e mai esplicita.

Spesso l’erotismo non è nelle parole, ma nello spazio che le parole lasciano all’immaginazione. Sterne non descrive: suggerisce. E il lettore, quasi involontariamente, completa ciò che il testo si limita ad accennare.

Vi sono però casi ancora più interessanti, nei quali nemmeno Tristram sembra introdurre un’intenzione maliziosa. È il lettore stesso, ormai educato dal continuo gioco delle allusioni, a proiettare sul racconto un’aspettativa erotica. Un esempio significativo sono i ricorrenti “letti di giudizio” (Beds of Justice) di Walter e della signora Shandy. Nel testo non sono altro che il luogo in cui i coniugi discutono le decisioni più importanti della famiglia. Eppure, dopo tante pagine in cui Sterne ha abituato il lettore a diffidare dell’innocenza delle parole, anche quel letto sembra promettere qualcosa di diverso. Non accade nulla: resta soltanto un dialogo coniugale. Ma ormai è il lettore a essere diventato più malizioso dell’autore.

È forse questa una delle maggiori raffinatezze di Sterne: l’allusione erotica non viene mai imposta. Nasce nella mente del lettore, che finisce per collaborare con lo scrittore e, inconsapevolmente, diventa il vero autore dei sottintesi.

L’errore iniziale

Sulla testata di la Repubblica leggo che il fondatore è stato Eugenio Scalfari. Ora ho scoperto l’errore di fondo.

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Categorie: pensieri

Il metodo Ranucci

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IL METODO RANUCCI

Quando il giornalista diventa la notizia

PREMESSA

Questo articolo nasce da una domanda semplice, che non riguarda soltanto Sigfrido Ranucci e nemmeno la trasmissione *Report*. Riguarda il giornalismo.

Esiste un principio che possa valere sempre, indipendentemente dalla persona coinvolta? Oppure i principi cambiano quando cambia il protagonista della vicenda?

Per quasi trent’anni *Report* ha rappresentato uno dei punti di riferimento del giornalismo investigativo italiano. Ha costruito la propria identità attraverso un linguaggio riconoscibile, fondato sulla ricerca documentale, sulla ricostruzione dei fatti e sulla convinzione che l’interesse pubblico possa giustificare la pubblicazione di notizie che, in altri contesti, rimarrebbero riservate.

È stato un modo di intendere il giornalismo che ha raccolto consensi e critiche. Molti hanno visto in *Report* un esempio di servizio pubblico capace di affrontare argomenti che altri evitavano. Altri hanno sostenuto che il programma, pur partendo da fatti reali, tendesse talvolta a costruire un impianto narrativo nel quale i documenti finivano per confermare una tesi già delineata.

Quando un metodo giornalistico diventa tanto riconoscibile da essere identificato con una persona e con una trasmissione, cessa di appartenere soltanto ai suoi autori. Diventa parte del dibattito pubblico e, come ogni metodo che esercita una funzione pubblica, può essere osservato, discusso, apprezzato o criticato. È ciò che è accaduto al cosiddetto “metodo Ranucci”.

Per molti anni Sigfrido Ranucci ha raccontato la vita pubblica degli altri. Ha ricostruito relazioni, confrontato testimonianze, utilizzato documenti, registrazioni, atti giudiziari e informazioni provenienti dalle fonti più diverse. Era il suo lavoro. Poi è accaduto qualcosa di insolito: altri giornalisti hanno rivolto lo stesso sguardo verso di lui.

Sono comparsi articoli, ricostruzioni, polemiche, riferimenti alla sua autobiografia, alle sue relazioni professionali e personali e alle iniziative giudiziarie da lui intraprese. Ranucci non era più soltanto l’autore dell’inchiesta: era diventato uno dei protagonisti del racconto giornalistico.

Da qui nasce la domanda che attraversa questo approfondimento: le regole rimangono identiche quando cambia il soggetto dell’inchiesta? Oppure ciò che appariva legittimo quando riguardava altri diventa discutibile quando riguarda chi quel metodo ha contribuito a costruire?

Non è una domanda rivolta soltanto a Sigfrido Ranucci. È una domanda rivolta al giornalismo.

IL METODO

La cronaca registra ciò che è accaduto. L’inchiesta prova a ricostruirne le cause, i collegamenti e le responsabilità. Raccoglie documenti, ascolta testimonianze, confronta versioni differenti e mette in relazione episodi che, considerati separatamente, potrebbero sembrare privi di significato. Non si limita a esporre i fatti: costruisce un percorso interpretativo che conduce il lettore o lo spettatore verso una conclusione.

È qui che nasce la forza dell’inchiesta, ma anche la responsabilità di chi la realizza. Un documento isolato dice qualcosa; accostato ad altri può suggerire molto di più. Una frase può cambiare significato a seconda di ciò che la precede o la segue. In televisione intervengono inoltre le immagini, le pause, le espressioni dei protagonisti, la musica, il montaggio e la scelta delle inquadrature. Sono strumenti legittimi del racconto televisivo, ma possono orientare la percezione dello spettatore prima ancora che tutti gli elementi siano stati valutati.

Quanto più una narrazione è efficace, tanto maggiore dovrebbe essere il rigore con cui vengono stabiliti i collegamenti tra i fatti.

Su questo terreno si è sviluppato negli anni il dibattito intorno a *Report*. Giovanni Minoli ha distinto tra l’inchiesta che nasce da una notizia e quella che parte da un’ipotesi da verificare. Aldo Grasso ha richiamato l’attenzione sul rischio che il linguaggio televisivo produca una convinzione prima dell’esistenza di una prova definitiva. Altri critici hanno parlato di “giornalismo d’accusa”.

Ranucci ha sempre respinto queste contestazioni, sostenendo che le puntate del programma nascano da documenti, verifiche rigorose e confronti con i soggetti interessati. Non è necessario, in questa sede, stabilire quale delle due interpretazioni sia corretta. È sufficiente riconoscere che il metodo adottato da *Report* è diventato esso stesso oggetto di discussione.

La questione ha assunto un significato particolare quando tecniche abitualmente utilizzate dalla trasmissione sono state applicate al suo direttore.

Per anni *Report* ha considerato legittima, in presenza di un interesse pubblico, la pubblicazione di atti d’indagine, registrazioni, testimonianze, documenti riservati e notizie riguardanti rapporti personali o professionali. Quando articoli e ricostruzioni hanno cominciato a riguardare Ranucci, sono stati invece richiamati con forza il diritto alla riservatezza, la tutela della persona, il rischio di diffamazione e la possibile diffusione illecita di atti giudiziari.

Si tratta di principi fondamentali, che nessuna esigenza giornalistica può cancellare. Il problema non è contestarne il valore, ma comprendere se vengano applicati con il medesimo equilibrio a tutti i soggetti coinvolti.

Il caso delle relazioni personali rende evidente questa difficoltà. Amicizie, affetti e frequentazioni appartengono normalmente alla vita privata e non dovrebbero interessare il pubblico. Possono però acquistare rilievo quando aiutano a comprendere una decisione, un comportamento, un conflitto d’interessi o un possibile rapporto d’influenza.

È un criterio utilizzato abitualmente dal giornalismo investigativo. Una relazione non costituisce una prova e non può essere presentata come tale, ma può rappresentare un elemento di contesto. Proprio per questo molte inchieste non si limitano a esaminare singoli fatti: ricostruiscono anche la rete di rapporti entro la quale quei fatti sono maturati.

Negli ultimi mesi quotidiani e settimanali hanno applicato lo stesso criterio a Ranucci, occupandosi di alcune sue relazioni professionali e personali. Non compete a questo articolo stabilire se ogni ricostruzione pubblicata sia fondata. Ciò che interessa è la reazione prodotta dal ribaltamento dei ruoli. Il dibattito si è concentrato non soltanto sull’esattezza delle notizie, ma sulla legittimità stessa di esaminare quei rapporti.

Un problema analogo riguarda il ricorso alla magistratura. Ogni cittadino ha il diritto di difendere la propria reputazione e di chiedere tutela quando ritiene di essere stato diffamato. Ranucci ha esercitato questo diritto e nessuno può contestarglielo. Tuttavia, per molti anni, *Report* ha raccontato vicende nelle quali politici, amministratori e imprenditori avevano reagito alle inchieste con querele o richieste di risarcimento, sostenendo che le iniziative giudiziarie non dovessero limitare il diritto di informare.

La libertà di stampa richiede certamente che il giornalista non venga intimidito attraverso azioni temerarie. Allo stesso tempo, una querela non rende automaticamente corretta la notizia contestata, così come non dimostra necessariamente la volontà di censurare chi l’ha pubblicata. Ogni caso dovrebbe essere valutato per ciò che è, senza trasformare il ruolo professionale dei protagonisti in una presunzione di ragione o di torto.

Quando è il giornalista a rivolgersi ai giudici, il suo diritto non cambia. Resta però da comprendere se quella scelta venga interpretata secondo gli stessi criteri utilizzati quando a compierla erano i soggetti delle sue inchieste.

È qui che la vicenda supera la dimensione personale. Non si tratta di stabilire se Ranucci debba rinunciare alla propria riservatezza o alla tutela giudiziaria in nome del mestiere che esercita. Nessuno potrebbe ragionevolmente sostenerlo. Si tratta piuttosto di verificare se il giornalismo adotti principi generali o giudizi variabili secondo il ruolo occupato, di volta in volta, dalle persone coinvolte.

Un metodo credibile deve saper distinguere tra interesse pubblico e curiosità, tra collegamento documentato e semplice suggestione, tra critica legittima e aggressione personale. Ma deve compiere questa distinzione sempre, non soltanto quando serve a proteggere chi esercita la funzione di controllo.

IL PRINCIPIO

Il giornalismo investigativo svolge una funzione essenziale nelle democrazie: controlla il potere, solleva domande, individua relazioni e porta alla luce fatti che altrimenti potrebbero rimanere nascosti. Proprio per questa ragione non può sottrarsi alla verifica dei propri criteri.

Chi controlla gli altri deve accettare di essere controllato. Ciò non significa che ogni notizia pubblicata sul suo conto sia vera, che ogni intrusione nella sua vita privata sia lecita o che debba rinunciare alla possibilità di difendersi. Significa soltanto che la valutazione dell’interesse pubblico, della riservatezza, della correttezza delle fonti e dell’uso degli strumenti giudiziari non può dipendere dalla simpatia, dal prestigio o dalla funzione professionale della persona interessata.

Il caso Ranucci è dunque significativo non perché permetta di emettere una sentenza sul direttore di *Report*, ma perché obbliga il giornalismo a misurarsi con una questione che spesso preferisce rivolgere agli altri: la coerenza tra i principi dichiarati e i comportamenti adottati.

Non basta chiedere trasparenza. Occorre accettarla nei limiti in cui la si pretende dagli altri. Non basta rivendicare la libertà d’inchiesta. Occorre riconoscere quella stessa libertà anche quando l’inchiesta riguarda chi abitualmente la esercita.

Un metodo non diventa autorevole perché viene applicato molte volte o perché gode di un largo consenso. Diventa autorevole quando conserva le proprie regole anche nel momento in cui il soggetto osservato coincide con colui che quelle regole ha contribuito ad affermare.

CRONOLOGIA ESSENZIALE

1997 – Nasce Report, sviluppando l’esperienza televisiva avviata da Milena Gabanelli con Professione Reporter. Negli anni la trasmissione diventa uno dei principali programmi italiani di giornalismo investigativo.

2017 – Sigfrido Ranucci assume la conduzione e la responsabilità editoriale della trasmissione dopo l’uscita di Milena Gabanelli.

2025-2026 – Si sviluppa un intenso dibattito pubblico intorno ad alcune vicende riguardanti il direttore di Report. Quotidiani, periodici e trasmissioni televisive pubblicano articoli, interviste e ricostruzioni sulla sua attività professionale, sulle sue relazioni e su alcuni aspetti della sua vita privata. Nello stesso periodo Ranucci contesta pubblicamente numerose ricostruzioni giornalistiche e intraprende iniziative giudiziarie a tutela della propria reputazione. La vicenda assume così un significato più ampio del singolo caso e riapre la discussione sui criteri con cui il giornalismo investigativo osserva gli altri e sé stesso.

Il successo di Tristram Shandy

vintage leather bound books on wooden shelf
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 A sue spese Laurence Sterne pubblicò i due primi volumi della sua fantasiosa biografia  Vita e opinioni di Tristram Shandy (York, 1759). Ne fece stampare un numero imprecisato, forse 200, forse 400. Ebbero un grande e immediato successo. 

Nel marzo 1760 lo stampatore Dodsley acquistò i diritti dei primi due volumi per 250 sterline e promise altre 380 sterline per i volumi terzo e quarto.

Come vicario di Sutton, Sterne percepiva circa 80 sterline l’anno. La letteratura era dunque diventata improvvisamente assai più redditizia della sua attività ecclesiastica.

Il successo determinò anche il ritmo della continuazione:

volumi I e II: dicembre 1759;

III e IV: gennaio 1761;

V e VI: dicembre 1761;

VII e VIII: gennaio 1765;

IX: gennaio 1767.

L’opera non era stata progettata fin dall’inizio come un romanzo di nove volumi. Sterne procedeva per coppie di tomi, reagendo all’accoglienza del pubblico, e condizionato dalle proprie condizioni di salute.

È molto plausibile che, se le prime poche centinaia di copie fossero rimaste invendute, Sterne difficilmente avrebbe continuato per altri otto anni proprio lungo quella strada. Aveva già scoperto la propria vocazione comica con A Political Romance, 1759, e probabilmente avrebbe scritto ancora; ma avrebbe potuto cercare un’altra forma e un’altra storia. Non possiamo sapere quale opera sarebbe nata, ma quasi certamente il Tristram Shandy di nove volumi esiste perché i primi due trovarono immediatamente il loro pubblico.

L’irritazione dei cani

close up shot of a dog
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Una certa aria di irritazione si nota fra la popolazione canina di Marsala. L’amministrazione comunale, che stavolta si chiama Patti, ha intenzione di completare e di inaugurare lo sgambatoio canino sito nell’area verde di Piazza Marconi.

Il progetto era stato avviato dalla precedente amministrazione, che si chiamava Grillo, e derivava da un’idea balzana di alcuni consiglieri comunali, che, se non avessero dato quel consiglio, avrebbero fatto meglio.

Poiché la nuova amministrazione ha tanti problemi importanti che non sa affrontare, pensa di dare un segno di esistenza con l’inaugurazione dello sgambatoio. Infatti, è più facile completare e inaugurare una piccola, inutile opera che affrontare argomenti di maggiore consistenza. Per questo il sindaco Patti e tutta la giunta stanno concentrando le loro energie sulla prossima inaugurazione.

Sembra che il segretario comunale li abbia avvisati di quell’incontro che c’era stato tra l’allora sindaco Grillo e la delegazione degli amici a quattro zampe, avvenuto in Comune un anno fa. In quell’incontro, di cui il segretario stese verbale, gli animali manifestarono la loro contrarietà e il sindaco sembrò accoglierne le ragioni. Che erano queste:

1. Il progettato sgambatoio è poco esteso e la sgambata non può essere fatta a dovere;

2. Anche l’inizio di una piccola sgambata richiede una preventiva evacuazione. Dato il numero consistente dei cani che dovrebbero essere là condotti, dopo la prima evacuazione si sarebbero tutti impiastricciati le zampe di ***;

3. Il fetore proveniente dallo sgambatoio avrebbe appestato l’intera piazza. Ne avrebbero negativamente risentito i residenti e le attività commerciali.

Per questi motivi i cani chiedevano al sindaco di spostare il progetto al Salato, dove gli ampi spazi avrebbero reso l’opera più efficiente e gradita.

La voglia della nuova amministrazione di essere operativa le ha fatto trascurare questi rilievi, che, provenendo dai cani, hanno una razionalità maggiore delle decisioni amministrative.

La popolazione canina, come già l’altra volta, avuta notizia della prossima inaugurazione dell’opera, si è sentita trascurata e presa sottogamba. Gli amici dell’uomo, ma non degli amministratori, nel pieno della notte abbaiano e ululano dappertutto in città e, con il caldo estivo, rendono insopportabili le nottate agli umani.

Non si sa quale decisione i cani possano, a questo punto, adottare. Si dice che stiano preparando una manifestazione di protesta davanti al Municipio, con l’intenzione di lasciare agli amministratori un ricordo tangibile del loro dissenso. Sarebbe, del resto, la prima protesta cittadina destinata a produrre più concime che chiacchiere.

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