Quattro modi di perdere l’uomo

C’è stato un momento, tra fine Ottocento e primo Novecento, in cui il romanzo ha smesso di raccontare il mondo e ha cominciato a inseguire un fantasma: l’uomo.

Marcel Proust lo cerca nel passato, come si cerca una chiave smarrita sotto il divano del tempo. Crede ancora che qualcosa si possa salvare: basta ricordare bene, scrivere meglio, e il caos prende forma. È l’ultimo aristocratico della coscienza: elegante anche quando affoga.

James Joyce, invece, apre il cranio e ci infila dentro il lettore. Niente più storia, solo pensiero in diretta, senza filtri, senza pudore. Non racconta: trasmette. È il primo a capire che la mente non può essere raccontata, ma sentita come un rumore di fondo.

Poi arriva Italo Svevo, e con una calma quasi burocratica ti dice: guardate che siete malati. Non tragici, non eroici: semplicemente inetti. L’uomo moderno non agisce, si giustifica. Non vive, si analizza. E soprattutto: mente.

Infine Louis-Ferdinand Céline spegne la luce. Niente memoria, niente coscienza, niente analisi: solo fango. Il linguaggio si rompe, la realtà si deforma, l’uomo si riduce a una smorfia. Non c’è più niente da capire, perché non c’è niente da salvare.

Messi in fila, sembrano una parabola discendente: prima si crede nella memoria,
poi si affoga nella mente, poi ci si scopre malati, infine si ride — male — nel buio.

Il Novecento non nasce: deraglia. E loro quattro sono il referto.

Prust e il tempo che ricomincia quando finisce

Di Marcel Proust si citano sempre due cose: la madeleine e la lunghezza.
Ma in realtà la cosa è più complicata.

All’inizio, in Dalla parte di Swann, c’è un uomo che non dorme. Sta lì, nel letto, e il tempo gli si scompone addosso. Non sa più dove è stato, chi è, dove finisce il sogno e dove comincia il ricordo. E torna all’infanzia: il bacio della madre, atteso come una grazia. Già si capisce che l’amore, da queste parti, non sarà mai una cosa semplice.

Infine, la famosa madeleine. Un dolcetto nel tè — e il passato gli salta addosso intero, senza invito. Non è lui che ricorda: è il ricordo che decide.

Nel mezzo, come un avvertimento, c’è Swann, che si innamora, soffre, si rovina.
E quando tutto finisce capisce una cosa devastante: non era nemmeno il suo tipo.

Ne Il tempo ritrovato, dopo sei libri di tempo perduto, si arriva alla fine senza consolazione. Le persone sono cambiate, invecchiate, quasi irriconoscibili. Il tempo non è passato: ha lavorato.

E succede una cosa strana. L’iniziale madeleine assaporata, se ne materializzano altre molte, simili e diverse, piccoli urti della realtà che riaccendono il passato.

E allora il protagonista capisce: il tempo non si recupera vivendo. Si recupera scrivendo. La vita che ti è sfuggita può tornare trasformata. Il resto, circa duemila pagine, servono solo a dimostrarlo.

Proust e il segreto peggiore

Di Marcel Proust si dicono molte cose: il genio, lo stile, le frasi interminabili.
Si dice meno, o si dice male, del resto: la sua omosessualità. Non perché fosse un mistero, ma perché era una di quelle verità che, all’epoca, si dovevano gestire, non dichiarare. Proust non era un militante, non faceva bandiere. Faceva una cosa più sottile: trasformava.

Nella “Alla ricerca del tempo perduto” molti amori sono mascherati. Uomini diventano donne, desideri cambiano genere, le storie si travestono. Non per pudore letterario, ma per necessità sociale. E anche, forse, per un gusto personale: complicare ciò che è già complicato.

Il risultato è curioso: l’omosessualità è ovunque, ma mai completamente allo scoperto. E quando emerge, non è mai rassicurante. È fatta di gelosia, controllo, sospetto. Più che libertà, somiglia a una prigionia elegante.

Proust non difende, non accusa. Osserva. E nel farlo smonta sia l’ipocrisia sociale sia quella privata. Alla fine resta una sensazione un po’ scomoda: che il problema non sia quello che si desidera, ma quanto si è disposti a dirlo — e a dirselo.

E su questo, ieri come oggi, non siamo migliorati molto.

Marcel Proust

C’è uno, Marcel Proust, che ha passato la vita chiuso in una stanza a scrivere frasi lunghissime su una cosa che non si può fermare: il tempo. Eppure da lì è uscito “Alla ricerca del tempo perduto”, uno dei libri più importanti di sempre.

La sua scoperta è semplice: il passato non lo richiami, ti sorprende. Basta un odore, un sapore, e ti ritrovi altrove, senza volerlo. La memoria non obbedisce, colpisce.

Intanto intorno c’è il teatro sociale: aristocratici, salotti, apparenze. Tutti recitano. Lui osserva e smonta.

E l’amore? Non consola: complica. È fatto di gelosia, immaginazione, fraintendimenti.

Alla fine resta una verità: la vita la capisci dopo. Quando è già passata. E allora scrivere diventa l’unico modo per rimettere insieme i pezzi.

**

Diciamolo: Marcel Proust oggi verrebbe scartato da qualsiasi editor con un “troppo lungo, troppo lento, troppo tutto”. Uno che scrive migliaia di pagine su ricordi, sensazioni, dettagli inutili. E invece ha scritto “Alla ricerca del tempo perduto”, cioè un libro che ancora ci riguarda.

Il punto è che Proust fa esattamente il contrario di quello che si pretende oggi: non semplifica, non accorcia, non rende “veloce”. Scava. E trova che la memoria non è sotto controllo, l’amore è una nevrosi elegante e la società è una recita permanente.

Oggi vogliamo tutto subito, chiaro, digeribile. Proust invece ti costringe a rallentare, e quindi a pensare. Ed è proprio per questo che dà fastidio.

Perché alla fine ti mette davanti a una verità semplice: non vivi davvero mentre vivi. Capisci dopo. E spesso troppo tardi.

**

Marcel Proust (1871–1922), scrittore francese, nasce a Parigi in una famiglia borghese colta: padre medico affermato, madre raffinata e determinante per la sua formazione. Fin da giovane soffre di asma, che ne condiziona la vita, rendendolo incline all’isolamento. Dopo studi brillanti ma senza una direzione precisa, frequenta ambienti aristocratici e salotti letterari, costruendo più relazioni che opere. Il suo esordio, I piaceri e i giorni, passa quasi inosservato.

Per anni appare un autore incerto, diviso tra mondanità e ambizioni letterarie. Solo dopo la morte dei genitori si ritira progressivamente dalla vita sociale. Traduce Ruskin, scrive saggi, abbozza progetti incompiuti. Intorno ai quarant’anni avvia il lavoro che lo definirà: “Alla ricerca del tempo perduto”.

Scrive in condizioni fisiche precarie, soprattutto di notte, isolato. Il primo volume viene inizialmente rifiutato dagli editori. Il riconoscimento arriva tardi, con il premio Goncourt nel 1919. Muore nel 1922, senza aver pubblicato interamente l’opera, che verrà pubblicata in parte postuma.

Più che un uomo d’azione, Marcel Proust resta uno scrittore che ha trasformato l’inattività, la malattia e l’ossessione per il ricordo nel centro della propria letteratura.