Confronto televisivo sul referendum

In un raro confronto televisivo abbastanza  obiettivo tra tre famosi giornalisti, sul sito del corriere.it, Massimo Franco, Antonio Polito e il direttore Luciano Fontana hanno spiegato le ragioni del sì e del no al referendum sulla giustizia.

Il  primo ha evidenziato che il sorteggio per l’elezione dei togati nel CSM risponde al criterio grillino dell’uno vale uno e non può essere accettato in questo particolare campo. Come non sarebbe lo stesso, per un malato, farsi operare da un chirurgo scelto a sorte invece che da un altro di sua fiducia.

Antonio Polito, invece, si è chiesto quale sia il danno minore, tra il sorteggio dei magistrati e l’attuale politicizzazione, dannosa ed eccessiva, del CSM.

Secondo il giornalista, facendo un confronto, il danno della politicizzazione sembra maggiore di quello paventato per il sorteggio.

Anche Luciano Fontana ha accettato, concludendo il dibattito, la tesi di Polito e, in più, ha aggiunto che la riforma, con la separazione delle carriere dei magistrati, è stata sempre nei programmi della sinistra, che adesso invece la respinge.

Umberto Bossi exit

È morto Umberto Bossi e si scatena la valanga dei “coccodrilli”, i pezzi preparati in anticipo nelle redazioni dei grandi giornali. L’ultimo ritocco viene fatto a morto ancora caldo, sull’ultimo malore. Mi sembra giusto che un personaggio importante abbia sùbito gli aedi, ma per capire la personalità del defunto nel suo tempo occorrono ancora molti anni, finché gli storici potranno farlo.

Noi, che storici non siamo e nemmeno aedi, possiamo raccontare una certa aria che lo ha avvolto nell’arco della sua lunga vita, divisa in due parti dall’ictus che lo relegò a casa nel 2005.

È stato il fondatore della Lega – movimento e non partito, specificava – nel 1984. L’ha avviata a un grande destino, sia all’opposizione sia nei diversi governi di centro destra e di centro  sinistra. Il movimento aveva nel DNA la specialità e l’autonomia della Padania, questa regione intorno a Po, che lui ha tratto dalle definizioni geografiche e ha fatto assurgere a caratteristica socio-culturale. Contro la Lega c’era il governo centrale corrotto, la Roma ladrona.

Credo che sia stato il primo movimento populista della Repubblica, omessi i partiti della pastasciutta e qualunquisti del dopoguerra.

La carriera pimpante del Senatùr s’intrecciò con alterne vicende con quella del Cavaliere, anche lui lombardo, padano, ma soprattutto quest’ultimo in giacca e cravatta, l’altro in canottiera e maglioni sovrabbondanti.

Il Bossi portò il movimento a una notevole consistenza ideologica e di voti soprattutto nella sua area settentrionale. Dopo, i nuovi venuti, da lui allevati, proposero e ottennero il cambiamento del simbolo e il mutamento della base elettorale, estesa adesso a tutta la penisola. Il malore del 2005 non gli permise di dissentire. In dissenso dal nuovo segretario Salvini, il leader Bossi non avrebbe messo al centro del suo programma la costruzione del ponte sullo Stretto; al massimo, la costruzione di una nuova autostrada per l’Europa.

Viva la guerra!

Un sito specializzato ha fatto il conto di quanto abbia incassato la Corea del Nord per la vendita di proiettili e armi alla Federazione Russa: circa 14 miliardi, che rappresenta quasi metà del prodotto interno lordo, come se l’industria, il commercio e l’agricoltura avessero raddoppiato in un anno la loro produzione. Invece, l’aumento dei ricavi è venuto semplicemente dall’industria bellica e per la guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Questo è un conto venuto allo scoperto, ma ce ne sono altri meno noti e diffusi equamente tra i continenti. Le industrie belliche di tutti i paesi industrializzati hanno fatto il boom, come se tutti producessero cannoni, bombe e proiettili e alla fine fanno tutti boom!

Anche nel nostro Paese, non guerrafondaio da quando è stata approvata la Costituzione, si producono armi che vengono cedute a Israele e all’Ucraina. Di recente abbiamo pure sentito di transazioni di materiale bellico spedito dall’Italia all’Arabia Saudita, che ne ha bisogno per la difesa dai missili iraniani.

L’Iran ha riempito i suoi arsenali con prodotti di fabbricazione nazionale, ma anche con massicci acquisti dalla Russia e dalla Cina. Quest’ultima ha fornito componenti dual use, adatti a uso civile e militare, alla Russia, che li ha usati soprattutto per la componentistica di aerei e carri armati. Ha anche acquistato a buon prezzo il petrolio e il gas siberiano, che in seguito alle sanzioni occidentali è sceso di prezzo.

Potremmo fermarci qui, ma un accenno ai leader è d’obbligo. Da quando si è insediato di nuovo alla Casa Bianca, il patrimonio del tycoon e quello familiare sono lievitati di molto.

Il presidente Putin e i suoi oligarchi, da parte loro, hanno immensi beni personali sia in Russia sia in Europa.

Di quel che avviene in Cina si sa poco, ma si è appreso che un alto ufficiale dell’esercito e del Comitato centrale del Partito è stato messo da parte da Xi Jinping per frodi nelle forniture per l’esercito e truffa ai danni dello Stato. Non si sa altro, ma potrebbe essere il picco dell’iceberg che si vede galleggiare sopra una massa di ghiaccio che non si vede.

E poiché tutto questo avviene in questi tempi di guerre, si può affermare che, almeno per certe industrie e per i leader, finché c’è guerra c’è speranza di fare buoni affari.

Alì Larijani e il suo Kant

L’ultimo morto eccellente, ammazzato dagli israeliani, si chiamava Alì Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran. Abbiamo appreso che era uno studioso di Kant.

Del grande filosofo si ricorda la frase molto fascinosa, di alto valore etico: “Il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi”. Sembra incredibile come la legge morale possa venire variamente interpretata, da diventare quasi o completamente immorale.

Se diamo una scorsa alle biografie di grandi dittatori restiamo meravigliati dai loro studi e amori intellettuali. Per esempio, Hitler portò con sé nell’ultimo bunker qualcosa come 16.000 volumi, cui era molto legato. E amava tanto Nietzsche, da regalare all’alleato Benito Mussolini l’opera omnia, in tedesco, del filosofo. Se il Duce abbia avuto il tempo di leggerla, durante gli arroventati mesi di Salò, non sappiamo.

Di Stalin si sa che era un attento lettore. Possedeva una biblioteca di 20.000 libri, e alcuni erano da lui annotati a margine con matita. Mao addirittura lavorava alla biblioteca universitaria di Pechino, traendone grande stimolo. Pol Pot, il sanguinario cambogiano – il numero dei suoi morti ammazzati gareggia con quello di Hitler e Stalin  -, aveva studiato alla Sorbona prima di avviarsi alla brillante carriera di macellaio in patria.

E che dire di Saddam Hussein scrittore di romanzi? Ma non dimentichiamoci di Khamenei, che andava in sollucchero per la poesia.

 L’amore per le scienze umanistiche può trasformarsi in odio per l’umanità.

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I morti si rivoltano nelle tombe

Non passa giorno senza che vengano richiamati i morti. Sulla Costituzione, sulla giustizia, sulla magistratura, sull’esecutivo è tutta una ridda di riferimenti a defunti eccellenti, che avrebbero dato manforte, secondo gli attuali propagandisti del Sì e del No, se fossero ancora vivi, alle loro rispettive tesi. Senonché non è sicuro che possano essere ancora vivi, perché uno che è deceduto già anziano negli anni Cinquanta, adesso dovrebbe avere, per testimoniare da vivo, centocinquant’anni.

Non solo si evoca da parte dei pubblicitari: “Oh, se fosse ancora vivo! quanta forza potrebbe dare alle nostre tesi!”, ma anche si racconta che certi nobili defunti si stanno rivoltando nella tomba nel sentire le ragioni del Sì, per alcuni, e del No, per gli altri.

Queste giornaliere evocazioni degli spiriti illustri della Repubblica, unitamente alla constatazione che si rivolterebbero nella tomba, un certo effetto lo stanno facendo nei cimiteri più accreditati: parlo del Monumentale di Milano o di quello storico di Pisa, nel Campo dei Miracoli.

Poiché non tutto si riduce a carne e ossa, ma le aspirazioni umane e l’infinito amore possono fare miracoli che la scienza non riesce a spiegare, i nobili giuristi nelle casse da morto vibrano e si rivoltano creando, per l’intensità dei movimenti e per la grandezza dell’illustre costituzionalista, movimenti sussultori che si trasferiscono come onde per centinaia di metri. Come onde di terremoto investono chilometri quadrati nei cimiteri più grandi e più onorati dalle celebrità. E capita che le tombe oscure dei comuni defunti, dentro loculi non antisismici, vengano investite e dirupate come fuscelli al vento della Storia e della Politica.

Un nuovo capitolo di spesa, nelle città maggiori, deve essere istituito nei bilanci, con il titolo: riparazioni urgenti di parti cimiteriali abbattute dal referendum. Fra tutti gli altri problemi, questo ha pure la sua importanza.

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Ilaria Salis e Mimmo Lucano a Cuba

Ilaria Salis e Mimmo Lucano, i due miti della sinistra attivista e movimentista italiana, si erano imbarcati a Malpensa con destinazione Cuba per dare manforte al governo dell’isola minacciato dalle pretese strozzine dell’U.S.A. (leggi: Donald Trump). Senonché, non erano al corrente degli ultimi avvenimenti nell’isola caraibica.

La gente stanca del degrado sociale e delle privazioni in cui la loro terra è da tempo immersa per la politica comunista della famiglia Castro, comincia a far sentire la sua voce ribelle. E da una parte dell’isola sorgono comitati spontanei che assaltano i depositi di cibarie governative; da un’altra parte vengono incendiati i distretti di polizia. A Cuba stessa è stato applicato il coprifuoco con lo scopo di prevenire rivolte notturne.

Proprio quando l’aereo dei nostri eroi – Salis e Lucano – è atterrato all’aeroporto, un gruppo antiregime ne aveva preso momentaneo possesso. Quanto è bastato per far prigionieri i due rappresentanti della sinistra più a sinistra, comunemente etichettata vetero-comunista.

Dei due idealisti fuori misura non si hanno, da ieri l’altro, notizie.

Il problema è soprattutto loro, ma le opposizioni ne fanno carico a noi, basandosi sul dovere della Patria di proteggere due italiani rappresentanti del popolo sovrano al Parlamento di Bruxelles l’una, e l’altro primo cittadino del glorioso comune di Riace.

Il solerte ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha interloquito telefonicamente con il suo omologo castrista, ma non ne è venuta una immediata soluzione, poiché i ribelli, che detengono i due italiani, non dipendono dal governo. Il quale governo era un tempo rappresentante dei ribelli, essendo poi passato al governo e diventato governativo. Mentre la nuova palma della ribellione è stata presa da altri. Più o meno questo è stato il cambio dei ruoli nell’isola e, pertanto, l’unica speranza che resta di poter riabbracciare i due missionari è quella di ottenerne la liberazione dandogli in cambio altri due nomi di peso (nomi cui dovrebbero corrispondere persone in carne e ossa).

Ma chi usare come compenso? Qui il governo italiano, notoriamente fascioleghista, avrebbe pensato di spedire Elly Schlein e Giuseppe Conte, che effettivamente rompono le scatole a tutti.

Chiesta, democraticamente, la loro disponibilità, si sono sentiti rispondere un secco No, nemmeno fossimo già dentro la cabina elettorale del referendum.

Non si sa più, a questo punto, come liberare i due navigatori atlantici. Ma ci si sta facendo l’abitudine alla loro assenza e, anzi, qualcuno ha notato che la loro assenza rende meno confusa la politica e, in fondo, è auspicabile. Che stiano, quindi, a lungo e in buona salute all’Avana.

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Autoflagellazione della sinistra

La premier ha dichiarato a Milano che se dovesse vincere il NO non si dimetterebbe. Per il NO si batte strenuamente la sinistra. Così, se dovesse vincere otterrebbe un governo avverso ancora in carica e la giustizia impantanata nei suoi privilegi di casta. Non c’è che dire, bene che vada sarà un disastro.

Le dimissioni di Cirielli

L’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo Aleksej Vladimirovič Paramonov, la feluca di Putin e Lavrov a Roma ha suscitato nelle opposizioni un mare di critiche. La sinistra accusa il governo di essere double face: apertamente contro la politica aggressiva della Russia e segretamente in amichevoli rapporti. Non c’è , fra le persone serie, chi non veda la pretestuosità delle critiche al viceministro, che non ha fatto altro che ricevere il rappresentante russo dietro sua richiesta e l’incontro è stato alla presenza di funzionari italiani che hanno verbalizzato.

Nonostante la strumentalità delle critiche, le opposizioni, come d’uso, hanno chiesto le dimissioni di Cirielli. Questa richiesta si somma a tutte le altre richieste di dimissioni rivolte alla , premier, ai ministri di questo governo, ai suoi alti funzionari, ai suoi parlamentari e a chi ne ha, più ne metta.

Se a ogni richiesta di dimissioni gli interessati dovessero davvero dimettersi si realizzerebbero crisi governative e vuoti di poteri e funzioni da far crollare la struttura dello Stato. Difatti non si dimette nessuno.

Il figlio adottivo di Raffaella Carrà

La vita delle persone è qualcosa di sconosciuto anche se si tratta di persone pubbliche. Perfino i recessi della nostra vita sono a volte poco noti a noi stessi e ce ne meravigliamo se per caso ne veniamo a conoscenza. Per questo, a distanza di anni dalla morte, ci giunge inaspettata la notizia che Raffaella Carrà aveva un figlio adottivo segreto, il quale è diventato noto per una vicenda, come spesso capita, di interessi economici.

Il figlio adottivo ha difeso presso il tribunale i diritti d’immagine e artistici della madre ed è venuto allo scoperto. È nato nel 1964, non ha importanza come si chiami. Era considerato uno dei suoi più stretti collaboratori.

La Carrà era nata nel 1943 ed ha avuto una vita artistica favolosa, due lunghe relazioni amorose e innamoramenti più brevi. Ora si vocifera anche che questo suo figlio adottivo, cui è andata la maggior parte del suo patrimonio, sia stato qualcosa di più di un fedele collaboratore e anche qualcosa di diverso da un figlio.

Nulla si può escludere, ma che cambierebbe? Abbiamo detto nel preambolo che la vita è così complicata che tutte le sue sfaccettature non le conosceremo mai, nemmeno le nostre.

Previsioni di Calenda sul referendum

Non farei l’analisi pessimistica che fa Calenda sul risultato del referendum del 22 e 23 prossimi. Lui darebbe per scontato che vincerà il No perché il Paese è sempre bloccato nel conservatorismo, sia che l’innovazione venga da destra, come in questo caso, sia che venga da sinistra, in altri casi.

Non mi sembra che il suo discorso sia fondato. Quando gli elettori sono stati chiamati nei referendum più importanti a dare il loro voto, hanno quasi sempre votato per la proposta innovativa. Nel 1946 vinse la Repubblica sulla Monarchia; nel 1974 fu confermato il divorzio; nel 1981 la maggioranza volle l’aborto; nel 1987 la responsabilità civile dei giudici e lo stop alle centrali nucleari. Quest’ultima non fu una decisione saggia, ma era allora innovativa rispetto al passato.

I voti a favore in tutti questi casi furono abbondanti e non di poco, dal 70 per cento a oltre l’80 per cento dei votanti.

Perché stavolta, di fronte a un’innovazione del sistema giudiziario, oggetto di critiche da decenni, il popolo dovrebbe votare per la conservazione dello status quo?

Questa possibilità mi sembra remota.