
Don Chisciotte, Avellaneda, Doré e Dalí
Ho letto il Don Chisciotte anni fa e in seguito l’ho riletto a pezzi numerose volte. Mi sono fatto un’opinione mia.
La prima parte mi sembra un’opera originale e compiuta, una delle più riuscite parodie della letteratura mondiale. Cervantes prende di mira i romanzi cavallereschi, allora diffusissimi, ma finisce per creare qualcosa che va oltre la semplice caricatura. Don Chisciotte è ridicolo e insieme nobile; è pazzo e insieme lucido; sbaglia tutto, ma continua a inseguire un ideale. È difficile non sorridere delle sue avventure e, nello stesso tempo, non provare simpatia per lui. Anche perché l’opera contiene molte ironie volute.
Se dovessi muovere un appunto alla prima parte, direi che avrei preferito meno racconti inseriti nel racconto. Cervantes interrompe spesso le avventure del cavaliere e di Sancho per narrarci vicende sentimentali, pastorali o avventurose che, per quanto ben scritte, finiscono col rallentare il ritmo. Forse era un gusto dell’epoca; il lettore moderno, però, è tentato di saltare molte pagine per tornare al più presto sulla strada polverosa della Mancia, in compagnia del cavaliere errante e del suo scudiero.
Quanto alla seconda parte, confesso di non averla mai sentita necessaria quanto la prima. Oggi le due vengono quasi sempre pubblicate insieme, come se costituissero un’unica opera. Eppure, tra la pubblicazione dell’una e dell’altra trascorsero dieci anni. I lettori del 1605 lessero il Don Chisciotte come un romanzo autonomo e completo. Solo in seguito arrivò la seconda parte.
Perché Cervantes attese tanto? Probabilmente per più ragioni. C’è chi pensa che il successo del libro gli suggerisse già da tempo di continuare le avventure del suo eroe. Poi comparve il seguito apocrifo di Avellaneda, scrittore mediocre ma abbastanza intraprendente da appropriarsi del personaggio altrui. È possibile che Cervantes stesse già lavorando alla seconda parte e che la pubblicazione di Avellaneda gli abbia fornito l’accelerazione decisiva. C’è forse anche un motivo meno nobile ma molto umano: il successo editoriale. Un autore che aveva finalmente trovato un libro capace di vendere non poteva ignorare l’opportunità di riproporlo al pubblico.
In ogni caso, penso che le due parti siano sostanzialmente autonome. La prima è una grande parodia cavalleresca; la seconda è un romanzo più riflessivo e malinconico. La prima ride; la seconda medita. La prima guarda ai libri di cavalleria; la seconda guarda a sé stessa. Sono parenti stretti, ma non gemelli.
Anche l’iconografia del Don Chisciotte racconta qualcosa di questa duplice natura. Le incisioni di Gustave Doré hanno fissato nell’immaginario collettivo il volto del cavaliere. Quando pensiamo a Don Chisciotte, spesso lo vediamo senza accorgercene attraverso gli occhi di Doré: magro, allampanato, malinconico, in sella a un Ronzinante quasi scheletrico.
Diverso è il caso di Salvador Dalí. Le sue tavole colorate sono tra le più attraenti che io abbia visto dedicate al romanzo. Doré illustra le avventure; Dalí illustra il sogno. Le sue figure sembrano dissolversi nella luce, i contorni diventano incerti, il cavaliere appare come un’ombra poetica più che come un uomo in carne e ossa. Non è il Don Chisciotte che vedono i contadini della Mancia; è il Don Chisciotte visto dal surrealista Dalì.
Forse è proprio qui il segreto della sua immortalità. Ognuno trova nel personaggio ciò che cerca. Il lettore amante della comicità vi trova una satira irresistibile. Il romantico vi trova un eroe sconfitto. Il filosofo vi trova una riflessione sul rapporto tra realtà e immaginazione. L’artista vi trova un simbolo.
E il povero Don Chisciotte continua da quattro secoli a cavalcare tra le pagine, inseguito dai critici, dagli illustratori e dai lettori, senza sapere di aver vinto la più ardua battaglia: quella contro l’oblio.
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