
Comicità, umorismo, ironia, satira
Spesso si usano come sinonimi parole che sinonime non sono: comicità, umorismo, ironia, satira. Appartengono tutte alla stessa famiglia, ma ciascuna ha un carattere diverso.
Achille Campanile, Totò ed Ennio Flaiano possono servire da guida per orientarsi in questo piccolo labirinto.
Campanile praticò una comicità coltissima. Non aveva bisogno di colpire qualcuno né di denunciare alcunché. Gli bastava giocare con le parole, con i luoghi comuni, con gli equivoci della lingua. Umberto Eco osservò che la sua comicità appare quasi fine a sé stessa. È probabilmente in questo che consiste la sua originalità: non vuole insegnare, non vuole correggere il mondo, non vuole convertire nessuno. Vuole semplicemente produrre quel sorriso intelligente che nasce dall’assurdo.
Totò appartiene a una tradizione diversa. La sua comicità è popolare, talvolta popolaresca nel senso migliore del termine. Nei suoi film il corpo, il gesto, la smorfia, il malinteso e la battuta diventano strumenti di una risata immediata e collettiva. Il pubblico non deve interpretare: ride e basta. E non c’è nulla di diminutivo in questo. Far ridere milioni di persone è un’arte difficile quanto far riflettere poche centinaia di lettori.
Flaiano occupa una posizione ancora diversa. Il suo territorio naturale è l’ironia. Egli osserva il mondo come uno scienziato osserva un fenomeno curioso. Cerca la contraddizione nascosta nelle convenzioni, l’anomalia che si nasconde dietro le certezze più diffuse. La sua ironia non esplode in una risata fragorosa; produce piuttosto un sorriso pensoso. È quasi un atteggiamento filosofico. Il mondo appare strano proprio dove pretende di essere normale.
E la satira?
Qui il discorso cambia. Il satirico non è mosso soltanto dal desiderio di divertire. È spinto soprattutto da una pulsione etica. Dietro il suo testo vive sempre un altro testo invisibile. Dietro la caricatura di un politico, di un costume sociale o di un’istituzione, si nasconde l’idea di come le cose dovrebbero essere.
La comicità, l’umorismo e l’ironia si esauriscono generalmente nel mondo che rappresentano. La satira, invece, rinvia sempre a qualcosa che non si vede. Contiene un metatesto. Ogni satira sottintende una domanda: perché la realtà è così lontana da un elementare concetto di giustizia?
Per questo il satirico ride, ma non ride soltanto. Dietro il sorriso c’è quasi sempre una delusione morale.
Forse il primo grande satirico della letteratura occidentale fu Petronio. Non a caso la sua opera si intitola Satyricon. Attraverso personaggi grotteschi e situazioni paradossali egli raccontò una società che aveva smarrito misura e valori. Da allora la satira non ha mai smesso di accompagnare la storia umana. Cambiano i bersagli, ma non cambia il meccanismo.
Quanto al celebre saggio di Pirandello sull’umorismo, resta una lettura importante. Tuttavia, non può essere considerato definitivo. È figlio del suo tempo e si arresta inevitabilmente alla soglia del Novecento. Dopo Pirandello sono venuti Campanile, Flaiano, Guareschi, Longanesi e molti altri. La riflessione sul comico si è fatta più complessa, più articolata e più consapevole.
Forse la distinzione più semplice è questa: la comicità vuole far ridere; l’ironia vuole far pensare sorridendo; l’umorismo vuole comprendere le contraddizioni umane; la satira vuole correggerle.
Naturalmente non sempre ci riesce. Ma almeno ci prova.