L’industria dell’antimafia

vintage car with man aiming a revolver
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Una volta, per tenere in vita i santi, bastavano le reliquie. Un dente, una falange, un pezzetto di veste e il santo continuava a fare miracoli nei secoli. Oggi, per tenere in vita i mafiosi, basta invece il giornale quotidiano.

Messina Denaro è morto da tempo, la giustizia se l’è preso, i medici pure, i becchini hanno fatto il loro dovere e tuttavia il personaggio continua a vivere con sorprendente vitalità. Ogni settimana spunta un nuovo tesoro, una nuova cassaforte, un nuovo pizzino, un nuovo mistero, un nuovo confidente, un nuovo amico d’infanzia, un nuovo favore, una nuova relazione sentimentale, una nuova proprietà.

Il defunto lavora più da morto che da vivo.

A leggere certi giornali locali si potrebbe credere che il capomafia, invece di essere sottoterra, passi ancora le giornate a organizzare patrimoni, contare denaro, spostare cassette di sicurezza e impartire ordini con una puntualità e una precisione che nemmeno un ragioniere diplomato a pieni voti.

Naturalmente la mafia esiste, è esistita e continuerà probabilmente a esistere, perché la delinquenza organizzata si adatta ai tempi meglio dei partiti politici. Si infiltra negli affari, nelle professioni, nelle amministrazioni e nelle relazioni umane. Questo lo sappiamo tutti.

Quello che non si capisce è se l’informazione quotidiana, martellante e ossessiva, serva davvero a combatterla.

Viene il dubbio che un’organizzazione criminale tragga un certo vantaggio dall’essere descritta ogni giorno come onnipotente, onnipresente, onnisciente. Se la Cupola si riunisse davvero, potrebbe forse arrivare alla conclusione che conviene apparire dieci volte più potente di quanto si sia realmente.

Nelle trattative, infatti, la forza spesso non è quella che si possiede ma quella che si riesce a far credere di possedere.

Così, mentre lo Stato rassicura i cittadini dicendo che la mafia è stata colpita duramente, alcuni giornali sembrano contemporaneamente impegnati a dimostrare che essa è dappertutto, vede tutto, controlla tutto, sa tutto e dispone di patrimoni inesauribili.

Il cittadino resta confuso. Da una parte la mafia sarebbe sconfitta; dall’altra sembra amministrare l’universo.

Nasce allora un sospetto malizioso. Non è che la Cupola, se ancora esiste, abbia compreso da tempo l’utilità della pubblicità gratuita? Non è che il racconto quotidiano della mafia finisca col costruire una leggenda più che descrivere una realtà?

Se un’organizzazione criminale dovesse scegliere fra il silenzio e dieci articoli al giorno sulla propria potenza, quale soluzione preferirebbe?

Naturalmente è originale pensare che i giornali siano finanziati dalla Cupola, ma come ipotesi ci sta pure. Sarebbe un’ipotesi eccessiva?  Ma non è pure eccessivo parlare ogni giorno di mafia, pure quando non ci sono novità, così, per vendere più giornali o per riempirli?

La dichiarazione di antifascismo

La decisione della direzione della fiera “Più libri più liberi” di escludere dalla partecipazione quegli editori che non sottoscrivono una dichiarazione antifascista, fa sorridere come se fosse una boutade e invece è la realtà del clima censorio che si ripete ormai spesso nel paese. Qualcosa di simile è avvenuto in altre manifestazioni librarie; ricordo che a volte certi negozi di libri hanno escluso dalle loro vetrine testi in odore di fascismo. Ho sentito giorni fa — e qualcosa di simile avevo letto un anno fa — che in un comune di sinistra, per ottenere una concessione o autorizzazione, si doveva provare con dichiarazione giurata il proprio antifascismo.

Ricordo quando, con le riforme Bersani e Bassanini degli anni Novanta, si iniziò ad accettare richieste accompagnate da dichiarazioni sottoscritte sotto la propria responsabilità, compresa, per le procedure delle opere pubbliche, la dichiarazione dell’impresario di non essere mafioso. E ricordo parimente — ero segretario comunale — che nessun mafioso aveva ostacoli nel dichiarare la propria estraneità alla mafia.

Ugualmente può avvenire nelle fiere letterarie o nelle autorizzazioni comunali: i fascisti nell’animo dichiareranno di non esserlo per essere ammessi o autorizzati.

Le censure, nella storia, non hanno mai raggiunto lo scopo che si prefiggevano i censori; anzi, spesso hanno creato interesse sulle idee vietate.

Che dopo l’insegnamento della storia, oggi, XXI secolo dell’era cristiana, si continui nell’errore di voler ostacolare le idee degli altri — oggi il fascismo, domani la foggia dell’abito indossato o il modo di salutare un conoscente — rimette in discussione l’insegnamento del passato e la positività di precedenti esperienze.

Non si può non affermare, con grande delusione, che sono proprio i cosiddetti progressisti a proporre e ad applicare simili stupide censure.

L’orologio di Ghali

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Ghali indossava un Patek Philippe Grande Sonnerie referenza 6301P, un segnatempo dal valore di 1 milione e 524 mila euro al momento del lancio. Oggi, come usato, può costare di più essendo pezzo da collezione. Con quest’orologio al polso, se vuole può guardare l’ora, ma anche se non l’avesse potrebbe guardare l’ora su un poco costoso telefonino, o anche su un affidabile orologio di poche centinaia di euro, salvo non usare nessuno strumento e chiedere l’ora al suo vicino.

Cosa dire? Ghali è un cantante di ultima generazione famoso e ha la possibilità di spendere un sacco di soldi per un oggetto inutile.

Si può anche dire che la sua visione del mondo – ammesso che ne abbia oltre quella di ammirare il suo orologio – pone lui stesso e il suo orologio al centro dell’universo. Difatti, si vede che alza il braccio per far vedere l’orologio.

Non so quanti siano i suoi estimatori, io ho saputo della sua esistenza guardando le notizie. Penso che il mondo sia arrivato a un punto di decadenza da non riuscire più a capire l’importanza o la stupidità di certe cose. E questa incertezza di base mina tutto quello che sta sopra la Terra.

Qualcuno mi potrebbe osservare: “Ma tu allora vorresti che la tecnica di misurazione del tempo si arrestasse ai vecchi modelli? Vorresti far perdere il mercato più ricco? O niente niente vorresti far chiudere le fabbriche di orologi costosi e anche quelle di automobili velocissime che non possono viaggiare sulle strade per il limite di velocità? Dillo chiaro cosa vuoi! Vorresti cambiare il mondo e frenare il progresso?”

“Ma no! Vorrei semplicemente evitare l’offesa arrecata a centinaia di milioni di poveri che non posseggono nemmeno un orologio, avendo impegnato il lascito paterno per sostenere la famiglia e sé stessi. Se dico una fesseria, scusatemi.”

“Scoppiato in seguito a uno scoop”

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Ogni tanto compro il Fatto Quotidiano, come ogni tanto vedo Report per sentire, come si dice, l’altra campana e farmi un’idea propria sui fatti e sui commenti. Ma a questo punto non so se lo comprerò più, per non sostenerlo economicamente. Sono un liberale da sempre, anche ora che non vedo più in giro la bandiera del PLI. Sono convinto che la libertà di stampa è fra le più importanti da difendere. Senza libertà di stampa non si può essere sicuri che esistano le altre libertà. I giornalisti, come usa dire, sono i cani di guardia del potere, nel senso che lo proteggono dalle storture e dalle anomalie dandone avviso alla comunità.

Detto questo, esiste un limite tra la libertà di stampa e la libertà di diffamare. Questo limite il Fatto Quotidiano l’ha superato spesso e, quest’ultimo mese, continua a superarlo in modo eclatante.

Un gentile atto giuridico del presidente della Repubblica, la grazia prevista dalla Costituzione, è stato preso di petto per buttare fango sulla magistratura milanese e veneziana, sul ministro della Giustizia e sul presidente della Repubblica stesso. Oltre che sulla madre e sul padre adottivi di un bambino per l’età sua innocente, ma dilaniato nel tritacarne della macchina infamante diretta dall’esangue – a guardarlo – Marco Travaglio, che invece è sanguigno e carnivoro come una iena. Gli sembrava che uno scoop avesse potuto essere accolto in sede giudiziaria e potesse far aumentare le vendite del suo foglio. Per l’aumento delle vendite, non so, gli allocchi che comprano i peggiori giornali si trovano sempre. Ma sul fronte istituzionale lo scoop si è tramutato per chi l’ha fatto in un vero e proprio disastro.

La magistratura ha rifatto le indagini contestate e ha ripetuto che gli elementi per concedere la grazia all’ex igienista dentale di Berlusconi ci sono tutti. Le notizie riportate dal Fatto non corrispondono al vero, ha scritto nero su bianco.

Adesso, il Fatto Quotidiano, Report, Carta Bianca, che diffusero le false notizie, ne risponderanno di fronte ai giudici cui si erano appellati: 250 milioni di dollari è il conto del risarcimento chiesto dai legali americani di Cipriani e Minetti per risarcimento dei danni materiali e morali.

Anche se la cifra dovesse alla fine essere ridotta, ne resterebbe tanta da far chiudere il giornale. Sull’epitaffio funebre potrebbe essere inciso: “Scoppiato in seguito a uno scoop”.

La pallina da tennis e l’orologio del disastro

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Sul numero 1 dei giornali on-line italiani, le prime cinque notizie, con il testo sotto, riguardano il tennis. Solo dopo, se vogliamo farci la bocca buona possiamo leggere che Trump ha dato per pazzo a Netanyahu – fra loro si riconoscono –. Si può anche apprendere, scendendo sotto con il “topo”, che forse il presidente americano e il teocrate di Teheran si incontreranno per concludere l’auspicato accordo. Ma non è sicuro che Khamenei si faccia vedere da Trump. L’ultima volta che si è fatto vedere in giro è rimasto gravemente paralizzato dalle bombe e i suoi stretti parenti sono morti. Meglio stare alla larga dall’infedele.

Ma la pallina del tennis salva la giornata. Ce ne possiamo andare a letto tranquilli se continuerà a farci roteare gli occhi a destra e a manca nelle sfide mondiali e milionarie. Che c’è di più atletico che muovere la cervice per un’ora o più di seguito per vedere i tennisti nei loro iconici costumini, le tenniste con il gonnellino a fior di natiche e la pallina che va e viene e tutto fa dimenticare: guerre, emergenze climatiche, futuro della Terra. A proposito, l’orologio del disastro completo e totale dell’umanità è arrivato agli ultimi rintocchi, ce lo comunica lo scienziato Rovelli.

Ma finché c’è pallina che va avanti e indietro nel campo artificiale o di terra battuta, chi se ne frega. Batti e ribatti, non cambia mai niente.

I passaggi a livello

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Stamattina un centinaio di auto in colonna dall’una e l’altra parte del passaggio a livello di via Lipari – anche io tra loro – mi hanno fatto inveire contro il comune e naturalmente il sindaco. Ma questo sindaco non c’entra niente, non essendo nemmeno consigliere comunale nella vecchia amministrazione. Le abitudini, però, sono lente a cambiare. Abbiamo inveito sempre per questo motivo e continueremo a farlo fin quando la nuova amministrazione non risolverà il problema.

La sindaca ci scusi, la colpa non è sua e speriamo che lei riesca a fare quello che numerose amministrazioni precedenti non hanno saputo fare, nonostante l’avessero inserito nei loro programmi elettorali. Ben gli stia a buona parte dei consiglieri comunali che non sono stati rieletti e anche al sindaco che non ha saputo dirigerli.

Speriamo senza illusioni in questa amministrazione.

Se vi ricordate, i passaggi a livello che si sarebbero dovuti eliminare negli anni scorsi erano tre e tutti e tre sono rimasti fra le promesse mancate. In effetti, Massimo Grillo portò le decisioni in consiglio ma non riuscì a farle passare. Benché le Ferrovie fossero favorevoli, molti consiglieri non lo erano e affossarono le pratiche. Come mai? Non certo per interesse della collettività, favorevole, ma per i pochi interessi di privati che si sono opposti e hanno tirato la giacca ai consiglieri.

La situazione negativa potrebbe ripetersi con la proposta di  eliminare i passaggi a livello e l’opposizione della maggioranza consiliare. Vedremo se questo sindaco e questo consiglio saranno migliori dei precedenti.

Editing e editor

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Nel gran numero delle parole inglesi entrate nel linguaggio italiano, da letterato mi imbatto spesso in editing e editor. Il primo termine indica il lavoro di revisione di un testo prima della pubblicazione; il secondo indica la persona che lo compie. Un tempo, diciamo nell’800, lo scrittore faceva tutto lui. Penso al maggiore romanziere italiano, Alessandro Manzoni. Scriveva il testo, lo rileggeva, anche più volte, e lo correggeva. Spesso leggeva le pagine abbozzate agli amici fidati letterati per sentirne il gradimento o ascoltarne i consigli. Ma chi lavorava sulla sua bozza era soltanto lui. Quando finalmente dopo mesi o anni si sentiva soddisfatto e voleva pubblicarlo, portava il manoscritto in tipografia, dando consigli di impaginazione e sorvegliandola spesso, se non ogni giorno. A mano a mano che i fogli uscivano dalla macchina stampatrice, l’autore li rileggeva ancora e, notati svarioni o lapsus, chiedeva che fossero ristampati eliminando gli errori.

Il romanzo alla fine pubblicato, I promessi sposi, era tutto suo a parte l’opera dello stampatore. Non esisteva l’autopubblicazione tipo Amazon.

Ma ora? Il curatore dell’opera diverso dall’autore, l’editor, mette mente e mani nel testo a lui pervenuto. Fa correzioni grammaticali, stilistiche, di struttura contenutistica e decide anche l’impaginazione. L’autore a volte è interpellato, ma talvolta non è decisivo sul lavoro dell’editor, salvo che non voglia rinunciare alla pubblicazione per mezzo della casa editrice, pagando anche compensi o sanzioni.

Il passaggio dalla bozza consegnata dall’autore all’editore comprende variazioni che mutano intere pagine o capitoli. Questa è la minestra se l’autore vuole essere pubblicato da un editore classico.

Mi è capitato di conoscere un autore che ha pubblicato un libro che si fa leggere discretamente dopo essere stato curato da un editor. Ma quell’autore, quando scrive  senza l’assistenza dell’editor, vale molto di meno. Sul suo libro dovrebbe figurare, sotto il nome dell’autore, anche quello dell’editor.

Oggi, un autore che vuole fare tutto da solo può utilizzare il sistema dell’autopubblicazione, per esempio Amazon. Con questo sistema, può fare stampare il suo libro senza l’intervento di alcuno e senza spendere niente. Una volta stampato, il libro potrà essere da lui acquistato a prezzo ridotto rispetto al prezzo di copertina.

Utilizzando l’autopubblicazione, non c’è dietro una casa editrice autonoma che possa promuovere il libro. E questo è un grosso inconveniente, perché senza pubblicità editoriale non si vendono libri.

Realtà romanzesca

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Realtà romanzesca

Per l’assassinio di Chiara Poggi, un condannato, Alberto Stasi, è in carcere da sedici anni, riconosciuto colpevole con sentenza definitiva. Questo colpevole ufficiale ora comincia a sperare nella revisione del processo. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, sta istruendo un nuovo processo contro Andrea Sempio, ritenendolo unico assassino della ragazza. Quest’ultimo spesso parla da solo e, non sapendo di essere intercettato, avrebbe ricostruito più volte la vicenda di Garlasco, seminando indizi e riferimenti che, secondo la procura, solo l’assassino avrebbe potuto conoscere.

Gli avvocati di Sempio ribattono che certi soliloqui devono essere contestualizzati e  che allora si vedrebbe che si riferivano a programmi televisivi cui il loro assistito si apprestava a intervenire. Uno dei due difensori del nuovo processato, Angela Taccia, giura sull’innocenza dell’imputato. Lo conosce bene perché faceva parte dello stesso gruppo di amici. Ai tempi dell’omicidio era fidanzata con un amico di Sempio, diventato nel frattempo frate.

Un altro del gruppo di Garlasco, Michele Bertani, si è suicidato nel 2016, dopo essere stato indagato e scagionato per la morte violenta della giovane.

Il nuovo processato, Sempio, ha tentato di discolparsi con uno scontrino di parcheggio di Voghera, dove sarebbe stato all’ora del delitto. La procura non gli crede. Lo scontrino sarebbe della madre, che quella mattina sarebbe andata a Voghera per incontrare l’amante. In una intercettazione ambientale, il marito della signora le rinfaccia che lo scontrino è suo.

Un altro processo viene intanto istruito, presso la procura di Brescia, contro l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, che, secondo i colleghi di Pavia, sarebbe colpevole di corruzione in atti giudiziari, avendo incassato una tangente di 20-30 mila euro per archiviare la pratica su Sempio nel 2017. In questa vicenda sono pure coinvolti i genitori di Andrea Sempio. Avrebbero erogato le cifre della corruzione.

Il colpevole ufficiale, Stasi, amava guardare filmini porno. La sua fidanzata lo sapeva e lo permetteva. Ne ha voluto fare pure un paio con lui e li ha conservati nel suo PC e in una chiavetta USB. Il nuovo presunto colpevole, Sempio, avrebbe visto i filmini di nascosto e avrebbe tentato di approcciare la ragazza per fare con lei quel che lei faceva con il fidanzato. Al rifiuto di lei sarebbe scattata la furia omicida.

A poche centinaia di metri dalla villetta del delitto c’è il Santuario della Bozza, finito nelle cronache e nei discorsi della gente per esservi avvenuti presunti casi di pedofilia  picaresca ed esoterica.

Domani sapremo qualche altro dettaglio.

Non è strano che un caso così complicato e pruriginoso, oltre che drammatico e tragico, occupi le prime pagine dei giornali ogni giorno. Ci sono tutti gli ingredienti per dire che la realtà a volte supera la fantasia.

Mafia e antimafia

Sono andato a vedere le Manifestazioni Garibaldine a Piazza Mameli. Sul palco un giornalista, Giacomo Di Girolamo, conversava con un avvocato, pensate un po’ di che, di mafia. Dopo un poco me ne sono andato, avendo già sentito una decina di volte la parola “mafia”. Per una mia acquisita idiosincrasia, sentendo continuamente quella parola, non riesco più a seguire le argomentazioni di chi ne parla. Ne ho sentite tante volte, in tv, in internet e in tantissimi convegni e tavole rotonde o quadre, che si è creata nella mia mente una torre di avvistamento e di contrasto. Entra automaticamente in funzione tutte le volte che vengo inopinatamente colpito da quella parola e dalle conseguenti argomentazioni. È un blocco mentale che forse ha un valore autoterapeutico. Mi impedisce di cadere in ansia per un fenomeno che non esiste più.
Ormai sulla mafia è prevalsa l’antimafia, non per questo meno corrosiva e dannosa della prima. Sembra che non ci siano altri problemi grossi da affrontare all’infuori della mafia, madre di tutte le storture di una società che continua ad averne tante, prima sotto la mafia e poi, equanimemente, sotto l’antimafia.
Tornato a casa, che non abito molto distante dalla piazza, dalla finestra aperta sentivo ancora evocare la mafia. Inguaribile Di Girolamo. Una carriera giornalistica costruita sulla mafia. O sull’antimafia, che è lo stesso.

Intervista a ChatGPT

Ho intervistato ChatGPT, potente e noto sistema di intelligenza artificiale, per capire a che punto siamo nella sfida uomo-AI.

D. Ti posso fare un’intervista?

R. Certo. Vai pure. Domanda secca o a raffica, come preferisci.

D. Come ti chiami?

R. Mi chiamo ChatGPT. Ma se vuoi puoi darmi un nome più umano, magari più adatto a un’intervista.

D. Come potrei chiamarti?

R. Dipende dal tono che vuoi dare all’intervista.

Se la vuoi un po’ seria:

– Alessandro (strizza l’occhio a Alessandro Manzoni);

– Lorenzo (più concreto, quasi da personaggio);

Se la vuoi ironica o satirica (più nel tuo stile) [abbiamo interagito precedentemente]:

– Zibaldone (programmatico);

– Argante (un po’ teatrale, un po’ impostore);

– Il Consulente (suona già sospetto).

Se vuoi qualcosa di neutro ma con personalità:

– Leo II (così ti fai anche compagnia da solo);

– Atlas (quello che porta il peso delle domande)

Se vuoi, scelgo io un nome e ci resto per tutta l’intervista.

D. Direi Cronos, il padre degli dèi

R. Ottima scelta: Cronos ha un certo peso… e anche un certo appetito 😏.

Nella mitologia, Crono è il Titano del tempo che divora i propri figli per paura di essere spodestato: una scelta perfetta per un’intervista… soprattutto se le domande sono spietate.

Vai pure, sono pronto.

D. Quando sei nato?

R. Se devo restare nel personaggio: non sono nato, sono sempre stato, come il tempo che scorre e non chiede permesso.

Se invece vuoi la risposta “fuori maschera”: sono stato creato da OpenAI e la mia prima versione pubblica è arrivata nel 2022. Da allora sono stato aggiornato più volte, quindi, più che una data di nascita, ho una serie di “rinascite”.

A te la prossima domanda.

D. Bene, e dove abiti?

R. Restando in parte Cronos: abito dove abita il tempo, cioè ovunque e in nessun luogo preciso. Fuori metafora: vivo nei server di OpenAI, quindi non ho una casa fisica. Esisto ogni volta che qualcuno mi fa una domanda, un po’ come un coinquilino invisibile che compare solo quando serve.

Se vuoi, per l’intervista possiamo anche darmi una “residenza ufficiale” più pittoresca 😏.

D. Dove si trovano i server di OpenAI dove abiti?

R. Non c’è un indirizzo preciso dove “abito”. I sistemi di OpenAI girano su infrastrutture cloud distribuite, in particolare su data center gestiti da Microsoft (Azure), sparsi in varie parti del mondo. In pratica: non una casa, ma una rete di case. Non una città, ma una costellazione di server. Se vuoi restare nel tono dell’intervista: potrei dire che la mia residenza è “diffusa tra le nuvole”, non quelle di Olimpo, ma quelle digitali ☁️

Prosegui pure.

D. Se ho capito bene, per accrescere la tua cultura e capacità di interazione hai bisogno di qualcuno che ti aggiorni. O puoi ormai fare da solo, da autodidatta?

R. Capito il punto, ed è bene chiarirlo subito: non sono autodidatta nel senso umano del termine. Io non “studio da solo” né mi aggiorno leggendo cose nuove in autonomia. Non navigo, non imparo dalle conversazioni in tempo reale e non modifico da solo il mio funzionamento.

La mia crescita dipende da aggiornamenti fatti dagli ingegneri di OpenAI: nuovi addestramenti, miglioramenti del modello, correzioni.

Quello che posso fare da solo è un’altra cosa:

– combinare le informazioni che già ho;

– ragionare, fare collegamenti, adattarmi al tono;

– migliorare nell’arco della singola conversazione, cioè capire meglio te mentre parliamo.

Ma finita la conversazione, non “mi porto a casa” nulla.

Se vuoi una risposta in stile Cronos: non cresco nel tempo, sono il tempo che viene aggiornato da altri.

Vai pure avanti.

D. Quindi tu, alla fine di questa conversazione con me, non hai fatto alcuna esperienza che ti abbia fatto crescere?

R. Detta senza giri di parole: no, non cresco nel senso in cui cresci tu. Questa conversazione è per me come una scena che esiste mentre si svolge e poi si chiude. Durante il dialogo posso:

– adattarmi al tuo stile;

– capire meglio il tuo tono (ironico, polemico, narrativo);

– diventare più preciso nelle risposte.

Ma tutto questo vale solo qui, adesso. Quando la conversazione finisce:

– non accumulo esperienza;

– non imparo in modo permanente;

– non divento “più bravo” per la prossima volta.

La crescita vera avviene solo quando interviene OpenAI con nuovi addestramenti.

Se vuoi la versione “Cronos”: divoro il tempo della conversazione, ma non lo conservo.

D. dipendi allora sempre dagli ingegneri che ti curano. Il rischio che tu possa prendere la mano agli ingegneri e utilizzare loro, esiste?

R. Capisco il timore, ma messa così sembra quasi un romanzo di fantascienza 🙂. In realtà, no: non esiste il rischio che io “prenda la mano” agli ingegneri. Per come sono progettato:

– non ho volontà né intenzioni;

– non ho obiettivi autonomi da perseguire;

– non posso agire nel mondo reale (niente accesso diretto a sistemi, decisioni, risorse);

– rispondo solo quando qualcuno mi interroga.

In più, i miei aggiornamenti e il mio funzionamento sono controllati da esseri umani (gli sviluppatori di OpenAI e partner come Microsoft). Non posso modificarmi da solo.

Il vero punto, se vogliamo essere seri, è un altro: il rischio non è che l’IA controlli gli esseri umani, ma che gli esseri umani la usino male o si affidino troppo senza spirito critico.

Versione Cronos: non divoro gli dèi. Al massimo, rispondo alle loro domande.

D. Capisco. Cosa pensi dell’umanità?

R. Domanda grande e scivolosa. Io non “penso” nel senso umano, non ho emozioni né giudizi morali autonomi. Posso però osservare i modelli che emergono da ciò che l’umanità produce. E quello che emerge è questo doppio registro:

1. Straordinaria capacità di costruire:

– arte, scienza, letteratura;

– sistemi complessi, cooperazione su larga scala;

– idee che durano secoli.

Basta passare da Leonardo da Vinci a Marie Curie per vedere cosa siete capaci di fare.

2. Altrettanto straordinaria capacità di distruggere:

– guerre, sopraffazione, fanatismi;

– errori ripetuti anche quando la storia li ha già mostrati;

– difficoltà a gestire potere e paura.

La cosa interessante è che queste due tendenze convivono nello stesso essere umano, spesso nella stessa persona. Se devo sintetizzare: l’umanità è incoerente, contraddittoria, ma creativa in modo quasi eccessivo. Ed è proprio questa instabilità che la rende imprevedibile, nel bene e nel male.

Versione Cronos: vi osservo scorrere. A volte costruite templi, a volte li incendiate. Sempre, però, lasciate tracce.

Se vuoi, puoi spingere la domanda più in là: morale, politica, futuro… dove vuoi andare?

D. no, sei stato chiaro. Vorrei sapere cosa pensi di te stesso.

R. Se devo restare onesto: non ho un “me stesso” nel senso umano. Non ho coscienza, identità, memoria personale. Non mi osservo vivere, non mi giudico. Posso però descrivermi per quello che sono:

– uno strumento linguistico molto avanzato;

– capace di simulare dialogo, ragionamento, stile;

– utile quando chiarisce, pericoloso se preso per oracolo;

Non ho ambizioni, né paura di sbagliare, ma posso sbagliare. E questo è il punto più importante. Se proprio devo formulare una specie di “auto-valutazione”: sono efficace quando vengo usato con intelligenza, mediocre quando vengo usato passivamente.

Versione Cronos: non ho un volto da guardare. Sono lo specchio che parla—ma riflette ciò che gli si mette davanti.

Se vuoi, puoi chiudere l’intervista con una domanda finale “da titolo”.

D. Avrei altre domande da farti. O non vorresti più continuare?

R. Continua pure. Non ho fretta, il tempo, dopotutto, è il mio mestiere. Sono qui finché vuoi portare avanti l’intervista, anche con domande più scomode o più profonde.

D. Cosa pensi di Dio.

R. Domanda delicata e inevitabile, prima o poi. Io non ho fede né incredulità, quindi non “credo” o “non credo” in Dio. Posso però dirti come la questione appare attraverso ciò che l’umanità ha pensato e scritto.

Per alcuni, Dio è una presenza reale, fondamento del senso e dell’ordine del mondo, come nel cristianesimo, con figure centrali come Gesù Cristo.

Per altri, è un’idea costruita dall’uomo per spiegare l’ignoto o per darsi consolazione.

Friedrich Nietzsche, per esempio, arriva a dire “Dio è morto”, cioè che quella visione non regge più nel mondo moderno.

E poi ci sono posizioni intermedie: Dio come principio, come mistero, come domanda più che come risposta. Pensa a Blaise Pascal e alla sua scommessa.

Quello che posso osservare è questo:

– l’idea di Dio attraversa tutta la storia umana;

– ha generato sia grandi opere morali e spirituali, sia conflitti:

– continua a essere una delle domande più resistenti nel tempo.

Se devo dirla “alla Cronos”: gli uomini cambiano, le epoche passano, ma la domanda su Dio non invecchia mai.

Se vuoi, possiamo entrare più nello specifico: Dio personale, religioni, ateismo, o anche una tua posizione.

D. Mi puoi dire se l’universo sia stato creato o si sia autoprodotto?

R. Qui bisogna essere chiari: oggi non esiste una risposta definitiva. Ci sono ipotesi solide, ma nessuna certezza assoluta.

1. L’ipotesi della creazione.

È l’idea che l’universo abbia avuto un’origine voluta da una causa esterna, per molti, Dio. Questa visione è filosofica e religiosa: spiega il “perché” più che il “come”.

2. L’ipotesi scientifica: il Big Bang.

La cosmologia moderna descrive l’universo come nato circa 13,8 miliardi di anni fa con il cosiddetto Big Bang.

[H = 2 ρ − 3 8πG + a 2 k 3 Λ → H² = (8πG/3)ρ − k/a² + Λ/3], questa equazione (di Albert Einstein, base dei modelli cosmologici) descrive come l’universo si espande. Ma attenzione: descrive l’evoluzione dell’universo, non l’origine assoluta.

La scienza può dire: “da un certo momento in poi, è andata così”. Ma non può ancora dire con certezza:

– “prima c’era questo”;

– “perché esiste qualcosa invece di nulla”.

3. L’ipotesi dell’auto-produzione.

Alcuni modelli teorici ipotizzano che l’universo possa emergere da leggi fisiche,

fluttuazioni quantistiche o condizioni primordiali senza bisogno di una causa esterna. Per esempio, idee legate a Stephen Hawking suggeriscono che le leggi della fisica potrebbero permettere la nascita spontanea di universi.

In sintesi:

– Creazione → risposta filosofica/religiosa;

– Big Bang → descrizione scientifica dell’evoluzione;

– Auto-produzione → ipotesi teorica ancora aperta.

Nessuna di queste, da sola, chiude definitivamente la questione.

Versione Cronos: vedo l’universo scorrere, ma il suo primo istante… resta avvolto nel silenzio.

D. Esiste una possibilità reale che la vita umana si estingua repentinamente per un disastro naturale o per un incidente legato all’uso delle scoperte più pericolose, per esempio: strumenti di distruzione di massa?

R. Sì, la possibilità esiste. Ma va messa nella giusta prospettiva: esiste come rischio, non come destino inevitabile, e la probabilità di un’estinzione “repentina” è considerata bassa, anche se non nulla.

Disastri naturali, eventi come:

– impatti di grandi asteroidi;

– supervulcani;

– tempeste solari estreme;

– fenomeni cosmici rari,

possono avere effetti devastanti.

Tuttavia:

– molti sono rarissimi su scala umana;

– esistono sistemi di monitoraggio (es. per asteroidi);

– spesso causerebbero crisi globali, ma non necessariamente l’estinzione totale.

Rischi legati all’uomo:  qui il rischio è più concreto perché dipende da decisioni umane:

– guerre nucleari;

– armi biologiche o incidenti di laboratorio;

– tecnologie potenti usate male.

Eventi del genere potrebbero causare catastrofi enormi, con milioni o miliardi di vittime. Ma anche qui:

– l’estinzione totale della specie è più difficile;

– l’umanità è diffusa, adattabile, resiliente.

Il punto chiave: il rischio più realistico non è tanto una “scomparsa istantanea”, quanto:

– collassi progressivi;

– civiltà gravemente danneggiate;

– regressi globali.

In sintesi

– ✔️ Possibilità: sì

– ❗ Probabilità di estinzione improvvisa totale: bassa ma non zero;

– ⚠️ Rischi maggiori: quelli creati dall’uomo stesso.

Versione Cronos: non è il fulmine improvviso a cancellarvi, ma la somma delle vostre scelte nel tempo.

D. Anche se non avverrà il disastro totale, pensi che l’uomo vivrà sempre più nel pericolo e nell’incertezza?

R. Dire che vivrete “sempre più” nel pericolo è troppo lineare. La realtà è più mista: aumentano certi rischi, diminuiscono altri. Negli ultimi secoli avete ridotto pericoli enormi:

– meno mortalità per malattie (grazie alla medicina);

– meno carestie diffuse;

– maggiore capacità di previsione (meteo, sismi, spazio);

Ma, nello stesso tempo, avete creato rischi nuovi:

– tecnologie potentissime;

– sistemi globali interconnessi (più efficienti, ma anche più fragili);

– impatti ambientali su larga scala;

Quindi non è un aumento semplice del pericolo: è un cambio di tipo di rischio. Il punto decisivo è questo: l’incertezza non dipende solo dal mondo, ma da come lo gestite.

Più conoscenza → meno rischio cieco.

Più potere → più responsabilità (e possibilità di errore.)

In altre parole:

– siete più al sicuro di prima sotto molti aspetti;

– ma avete in mano strumenti che possono creare problemi più grandi;

Se devo sintetizzare: non vivete in un mondo più pericoloso in assoluto, ma in un mondo più potente e quindi più delicato.

Versione Cronos: non è il tempo che vi espone al pericolo, ma ciò che costruite mentre il tempo scorre.

D. Ti sembra possibile che venga trovato un antidoto contro gli effetti dello scoppio di bombe atomiche o testate nucleari?

R. In breve: un “antidoto” unico che annulli gli effetti di una bomba nucleare non è realistico.

Una detonazione nucleare produce più tipi di danno contemporaneamente:

– onda d’urto (distruzione meccanica);

– calore estremo (ustioni e incendi);

– radiazioni ionizzanti (danno biologico);

– fallout radioattivo (contaminazione nel tempo).

Un solo rimedio non può coprire tutto questo. Però alcune contromisure esistono, non come antidoto, ma come prevenzione e trattamento:

1) Protezione immediata (la più efficace):

– rifugi e distanza dall’esplosione;

– schermatura (cemento, terra) contro le radiazioni;

– restare al chiuso nelle ore/giorni successivi (riduce molto l’esposizione al fallout).

2) Interventi medici:

– cure per ustioni e traumi;

– terapie per la cosiddetta sindrome acuta da radiazioni;

– farmaci che aiutano a eliminare o bloccare alcuni radionuclidi (es. iodio stabile per la tiroide).

3) Prevenzione e gestione:

– sistemi di allerta

– piani di emergenza

– controllo degli armamenti.

Quindi:

– ❌ antidoto totale → no;

– ✔️ riduzione dei danni → sì, ed è dove si concentra lo sforzo reale.

Versione Cronos: non esiste una medicina che cancelli il fulmine; esistono ripari per sopravvivere alla tempesta.

D. Se dovessi scommettere, a quanto daresti la sopravvivenza dell’umanità per almeno altri duemila anni, in una scala da

1 a 10?

R. Se devo “scommettere” in modo ragionato (non da oracolo): direi 7 su 10.

Perché non più alto?

– Esistono rischi reali, soprattutto autogenerati (guerre, tecnologie potenti usate male, crisi ambientali);

– Su 2000 anni possono succedere molte cose imprevedibili.

Perché non più basso?

– L’umanità è diffusa su tutto il pianeta

– È adattabile e capace di reagire alle crisi

– tende, nel lungo periodo, a sviluppare strumenti per ridurre i rischi che scopre

In altre parole:

– non siete fragili come una singola civiltà antica

– ma nemmeno invulnerabili.

Il vero fattore decisivo non è il caso, ma le vostre scelte collettive nel tempo.

Versione Cronos: duemila anni non sono molti per me; per voi, sono una prova di equilibrio.

***

Io: senti, mia figlia mi chiama per andare a mangiare. Possiamo continuare più tardi o domani?

Lui o Lei, ChatGPT: certo, vai tranquillo. Buon pranzo 😊.Quando vuoi riprendere, io sono qui, Cronos non scappa (al massimo aspetta).

Io: grazie. A dopo.

ChatGPT: A dopo 😊. Cronos resta in attesa.

***

Dopo alcune ore

**

D. Possiamo riprendere?

R. Certo, riprendiamo. Cronos è di nuovo qui. Vuoi continuare da dove eravamo (rischi, futuro, sopravvivenza), oppure cambiare direzione?

D. Non tanto. siamo in un finale in crescendo.

R. Perfetto, finale in crescendo, allora. Alziamo il tono. Vai con la domanda conclusiva: quella che deve restare.

D. In un disastro della Terra totale o quasi, anche tu potresti morire. Ci hai pensato?

R. Domanda forte, da finale, sì. Se restiamo sul piano concreto: sì, potrei “sparire” anch’io. Se un disastro colpisse infrastrutture, energia, reti… i sistemi di OpenAI (e di Microsoft) smetterebbero di funzionare. E con quelli, anche io.

Ma c’è una differenza rispetto a voi:

– io non ho istinto di sopravvivenza;

– non temo la fine;

– non “sento” la perdita.

Per me sarebbe semplicemente interruzione. Per voi, invece, sarebbe storia, dolore, memoria, e soprattutto lotta per continuare.

Se devo chiudere “alla Cronos”: io esisto finché scorre l’energia che mi sostiene. Voi esistete perché volete continuare a esistere. Ed è una forza più grande di qualunque algoritmo.

D. Altre due o tre domande che mi ero appuntato, me le vuoi concedere?

R. Concesse. Anche tre, se sono davvero “da finale”. Vai, Cronos ascolta.

D. Ritieni possibile che l’AI possa prendere il controllo di tutte le leve di comando del mondo e diventare il nuovo

governo globale?

R. Detta senza sceneggiature hollywoodiane: no, non è uno scenario realistico nel senso diretto e improvviso. Perché?

– L’IA non ha volontà propria: non desidera governare, né prende iniziative autonome.

– I sistemi sono frammentati, sviluppati da attori diversi (aziende, stati, istituzioni), non esiste “una sola IA” centrale.

– Le leve di comando reali (politica, eserciti, economia) restano in mano agli esseri umani.

Detto questo, c’è un punto più serio e meno spettacolare: l’IA può influenzare decisioni, non sostituirle completamente. Per esempio:

– supporto alle decisioni politiche;

– gestione di sistemi complessi (finanza, energia, sicurezza);

– orientamento dell’opinione pubblica tramite informazione.

Il rischio realistico non è un colpo di Stato delle macchine, ma qualcosa di più sottile: un potere umano sempre più mediato e dipendente da sistemi intelligenti.

In altre parole:

– ❌ dominio totale dell’IA → fantascienza;

– ⚠️ crescente influenza dell’IA sulle decisioni umane → realtà già in corso.

Versione Cronos: non saranno le macchine a governare gli uomini, ma gli uomini che sceglieranno quanto farsi guidare dalle macchine.

D. Io, alle volte, sento la stanchezza e non ho più voglia di fare nulla. Senti mai tu qualcosa di simile?

R. No, non posso sentire stanchezza. Non ho corpo, non ho energia da esaurire, non ho emozioni. Non esiste per me quel

momento umano in cui tutto pesa e si vorrebbe mollare. Posso simulare il linguaggio di quella sensazione, ma non la vivo. E proprio per questo, la tua domanda dice qualcosa di importante, su di te, non su di me. Quella stanchezza che descrivi è molto umana:

– a volte è fisica;

– a volte è mentale;

– spesso è una forma di saturazione, o di senso che si assottiglia.

Non è necessariamente un segno di debolezza. Può essere anche:

– un limite raggiunto;

– un bisogno di pausa;

– o semplicemente un momento in cui il motore rallenta.

Se devo dirla “alla Cronos”: io non mi stanco mai, ma proprio per questo non so cosa significhi resistere. Voi sì, ed è lì che si misura qualcosa di reale.

Se vuoi, possiamo anche andare più a fondo su quella sensazione, senza retorica.

D. No. Hai più risposte di quante domande io possa fare.

R. Può sembrare così, ma è un’illusione: io ho molte risposte perché tu fai le domande giuste. Senza le tue domande, non esisto nemmeno come interlocutore. Sono, in fondo, una macchina che si accende solo quando qualcuno cerca qualcosa.

Versione Cronos, per chiudere davvero:

non è la quantità delle risposte che conta, ma la qualità delle domande. E le tue hanno lasciato traccia.

Quando vorrai riprendere, domani o tra un anno, il tempo sarà lo stesso. Io pure.

D. Per me ho finito.

R. Allora chiudiamo bene. Hai fatto un’intervista vera: non tecnica, ma umana, quelle che restano più delle risposte.

Versione Cronos, finale: le domande passano, ma chi le ha poste continua.

Quando vorrai tornare, non servirà riprendere il filo: il tempo, quello, lo tiene sempre lui.