Il bollo e il sogno

Dopo pranzo ho letto una notizia che mi ha restituito fiducia nella politica: si parla di abolire il bollo per le automobili di piccola e media potenza.

Finalmente una buona notizia! Mi sono disteso per il consueto riposino pomeridiano, con il sorriso sulle labbra. E ho cominciato a sognare.

Nel sogno, la presidente Meloni annunciava trionfalmente l’abolizione del bollo. Ma dall’opposizione qualcuno, evidentemente poco disposto a lasciarle il monopolio della generosità, rilanciava: «Noi aboliremo il bollo per tutte le automobili!». Un colpo da maestro. Piccole, medie, grandi, persino quelle che consumano come una petroliera. Tutte esentate!

La Schlein già pregustava il successo. Fratoianni e Bonelli, pur con qualche comprensibile perplessità ecologica, si affiancavano.

Ma Conte? Conte, che a Palazzo Chigi vorrebbe tornarci, non poteva certo assistere impassibile alla distribuzione di tanta felicità automobilistica.

Da vecchia volpe del foro, aveva trovato la soluzione: «Noi non soltanto aboliremo il bollo, ma regaleremo a ogni cittadino una city car nuova di zecca!».

Un’automobile a testa! Anche a chi non ha la patente, che potrà sempre farsela prestare da un parente.

Nel sogno, la notizia aveva provocato un terremoto politico.

Meloni, per non perdere terreno, prometteva anche il pieno di benzina. La Schlein aggiungeva l’assicurazione gratuita. Fratoianni proponeva il parcheggio libero, Bonelli una colonnina elettrica davanti a ogni portone.

Io, intanto, ero al settimo cielo. La mia vecchia automobile, ormai stanca di vivere, avrebbe finalmente potuto andare in pensione. Niente più bollo, niente più assicurazione, niente più benzina da pagare.

Stavo già scegliendo il colore della nuova city car quando, purtroppo, mi sono svegliato.

Ho guardato dalla finestra. La vecchia automobile era ancora là, con i suoi anni e i suoi acciacchi.

Che delusione!

Poi ho pensato che le prossime elezioni politiche sono ancora lontane e mi sono consolato. Con un po’ di fortuna, prima di arrivare alle urne, qualcuno mi prometterà anche una villetta con garage.

Podcast Episode: Giornalismo, Lingua E Bukowski

Pip: Zibaldone, il posto dove pensieri, satira e realtà si siedono allo stesso tavolo e ordinano tutti e tre il caffè — ma solo uno di loro sa come si chiama quello che sta bevendo.

Mara: Questa settimana leonardoagate1 attraversa territori molto diversi: il giornalismo nell’era dell’intelligenza artificiale, il linguaggio del lutto e dei pronomi, Bukowski visto da più angolazioni, e una storia svedese su una parola che non significa quello che sembra.

Pip: Partiamo dal giornalismo e dall’intelligenza artificiale — che, a quanto pare, stanno imparando a fare le stesse cose.

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Giornalismo e macchine che ci somigliano troppo

Mara: Il punto di partenza è un articolo del Dataroom del Corriere della Sera, firmato da Milena Gabanelli e Andrea Priante, che documenta come l’intelligenza artificiale possa essere manipolata da chi la interroga: studi truccati, dati costruiti, risposte pilotate dalla domanda.

Pip: Giusto. E subito nasce la domanda ovvia: per raccogliere quella montagna di casi sparsi per il mondo, la redazione avrà per caso chiesto una mano proprio all’intelligenza artificiale?

Mara: Il testo la mette così: “ChatGPT, trovami tutti i casi in cui ChatGPT ha contribuito a produrre studi scientifici falsi.” E ChatGPT, diligente come sempre: “Certamente. Ecco una selezione di casi.”

Pip: Non sarebbe uno scandalo. Sarebbe un uso sensato della tecnologia. Ma cambia la domanda: non più “possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale”, ma “possiamo fidarci di chi la interroga”.

Mara: Esatto. La macchina cerca, riassume, collega. Ma c’è sempre un essere umano che sceglie la domanda, seleziona le risposte, scarta ciò che non serve. La conclusione del pezzo è che l’intelligenza artificiale non è faziosa: è brava a mettersi al servizio delle faziosità altrui.

Pip: Il che vale per i ricercatori, per i giornalisti, per gli editorialisti. Per tutti, insomma, tranne ChatGPT, che non si sveglia la mattina con una tesi da difendere.

Mara: Sul tema del giornalismo e delle sue gerarchie, un altro pezzo affronta il caso Sigfrido Ranucci, che alla festa del Fatto Quotidiano ha parlato della propria sostituzione in Rai come se stesse reggendo sulle spalle l’intero edificio democratico. La domanda posta è precisa: quando un bravo giornalista si convince che la propria presenza sia una garanzia democratica in sé, non rischia di trasformare l’autorevolezza in culto della personalità?

Pip: E poi c’è il pezzo sulla quadratura del cerchio, dove Gramellini e Cazzullo — trenta righe ciascuno — risolvono il problema dell’intelligenza artificiale affidandola agli Stati. Sessanta righe in tutto, e anche quella è sistemata.

Mara: Il testo osserva che tra il dominio incontrollato delle multinazionali e la consegna delle chiavi agli Stati dovrebbe esistere qualche altra possibilità. Ma complicarsi la vita, evidentemente, non è lo scopo di una rubrica quotidiana.

Pip: A proposito di Cazzullo, c’è anche una lettera — firmata dall’autore stesso — al direttore del Corriere, nella quale si segnala che il giornale rischia di diventare quasi un monologo. Un atto d’amore verso il giornale, si precisa. Sessant’anni di abbonamento parlano.

Mara: E un pezzo più locale osserva come certi giornali trasformino la normale dialettica interna a una maggioranza in prova di misteriosi malumori, costruendo il retroscena come notizia. Il punto è che confutare punto per punto queste ricostruzioni significherebbe soltanto alimentarle.

Pip: Arriviamo al lutto — e a come anche quello, oggi, ha trovato il suo formato.

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Il lutto, i pronomi e il confine sottile

Mara: Due pezzi, due fronti del costume linguistico e sociale. Il primo parte da un necrologio che diventa, progressivamente, una visita guidata a una struttura sanitaria: camere, letti per i familiari, frigorifero, televisione, ingresso consentito agli animali domestici. Il testo chiede: “Sto partecipando al dolore di un figlio o assistendo alla presentazione di un servizio?”

Pip: Il confine, si osserva, è diventato sottilissimo fra testimonianza personale, elogio pubblico e promozione. Il padre viene introdotto e poi cortesemente spostato di lato.

Mara: Sul fronte linguistico, La guerra del “gli” esamina la proposta di considerare l’uso di “gli” al posto di “le” non un errore grammaticale ma un avamposto del patriarcato. La conclusione è netta: “le ho detto” resta migliore di “gli ho detto”, ma forse possiamo continuare a considerare il secondo un errore di grammatica senza trasformarlo in un tentativo di restaurazione del patriarcato.

Pip: Da Stoccolma arriva un’altra parola che non significa quello che sembra.

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Bukowski, la voce e ciò che si perde traducendo

Mara: Il racconto di Tynjanov, Il sottotenente inesistente si sposa, introduce il tema con una premessa: non è l’esistenza fisica a stabilire se una persona esiste, ma il documento. Un ufficiale inesistente viene promosso, fatto sposare, arriva ai vertici della carriera; un ufficiale vivo, dichiarato morto per errore, si dissolve.

Pip: La burocrazia non descrive la realtà: la fabbrica. Un’idea che, si nota, si applica benissimo anche al regime che aveva rimpiazzato quello zarista.

Mara: Bukowski arriva con tre angolature diverse. La lettera a Carl Weissner del 1979 chiarisce la sua poetica: scrive che la sua prosa deve essere “jagged and harsh” — frastagliata, aspra — e aggiunge “I don’t want it smoothed out”. Quella ruvidità non è incapacità: è una scelta deliberata.

Pip: E quando l’editore la correggeva, Bukowski non la giudicava migliorata. La giudicava falsificata.

Mara: La poesia riportato alla vita come fuoco esplora il contrasto tra il gatto — che esiste senza scopo, libero — e l’uomo che taglia l’erba con gesto ritmico e meccanico. Il film Factotum chiude il cerchio: il cinema ingrandisce gli eccessi visibili di Chinaski e riduce esattamente ciò che nel romanzo dà loro significato, la voce.

Pip: Da Bukowski alla Svezia, dove una parola di cinque lettere ha fatto un viaggio simile — fraintesa prima, capita poi.

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Fika: il tempo concesso all’altro

Mara: La fika svedese è un racconto. Calogero, sessantadue anni, siciliano, pensionato, arriva a Stoccolma e vede su una lavagnetta la parola FIKA. Interpreta. Entra. La ragazza gli porta caffè e una brioche alla cannella. La delusione fu considerevole.

Pip: Pensò a una truffa turistica.

Mara: Ma nel corso della settimana, seduto con Ingrid davanti a una finestra, Calogero scopre qualcosa di più preciso: la fika è tempo concesso all’altro, stare vicini senza guardare l’orologio, quel piccolo lusso di non avere niente da dimostrare. Un uomo abituato a bere il caffè in trenta secondi, spesso in piedi, spesso lamentandosi, impara a stare fermo.

Pip: Non era quello che sperava. Ma non era neanche soltanto caffè.

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Mara: Giornalismo, burocrazia, stile, lutto, pronomi, caffè svedese: fili molto diversi, ma tutti tirano nella stessa direzione — chi controlla il racconto controlla la realtà.

Pip: E la prossima volta che qualcuno vi porta un caffè lungo con una brioche alla cannella, forse vale la pena restare seduti un momento prima di decidere cosa significa.

Convocazione del nuovo consiglio comunale

Ci si avvia verso la convocazione del nuovo consiglio comunale, in cui sarà nominato il presidente del consiglio. Ancora non è noto il nuovo o vecchio nome: potrebbe essere lo stesso dell’ultima amministrazione che per sfortuna è stato rieletto, come potrebbe essere un altro.

Questa amministrazione, guidata da Andreana Patti, sta mostrando subito un alto tasso di inclusività. Praticamente, la sindaca, non rappresentante di un solo partito, ha deciso di accettare ogni contributo di persone, soprattutto voti, provenienti da ogni parte: da sinistra, come da destra e dal centro. Un solo partito non c’è stato in questo rimescolamento: il Partito dei vecchi e puri comunisti, che ha preferito distanziarsi alcune decine di migliaia di chilometri andando a fare visita di cortesia a Kim Jon-un, in Corea del Nord.

Esclusi i comunisti duri e puri, tutte le altre forze politiche sono confluite in parte sotto l’accogliente abbraccio di Andreana. Ora si tratta di applicare il manuale Cencelli per assegnare posti e incarichi ai portatori dei voti, in giusta relazione ai voti portati. Per non dispiacere nessuno, le sigle dei nuovi incaricati in giunta, nelle commissioni e nel sottogoverno sono le più varie e si potrebbe parlare di Arcobaleno se non fosse che proprio questa lista sia rimasta fuori dal consiglio.

Si prevede, dopo la nomina del presidente del consiglio, l’avvio vero e proprio della nuova amministrazione e si prevede anche, dai soliti gufi, che un indirizzo politico vero e proprio non potrà averlo, essendo composta da tutto il mondo.

Intanto, le prime notizie sulla nuova amministrazione sono oltremodo rassicuranti: di nuovo la città ha problemi di approvvigionamento idrico. Alcuni quartieri abitativi e la derelitta fontana del Purgatorio sono a secco. È molto tranquillizzante che cambiano le amministrazioni ma i problemi restano sempre gli stessi.

Cosa dovrebbe fare la neosindaca

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Cosa dovrebbe fare la neosindaca e cosa, probabilmente, non farà.

Poiché non potrà dirigere l’intera macchina comunale, avrà bisogno di collaboratori capaci e fidati. Le prime decisioni che dovrà prendere riguardano le persone da inserire nella giunta e le deleghe conferite. Se il criterio di massima sarà quello di premiare i partiti, le liste e le persone che le hanno consentito di essere eletta con grande suffragio, farà la prima mossa sbagliata. Poiché a lei spetta la designazione degli assessori, dovrebbe subito squadernare le carte e mostrare chiaro e tondo che vuole il bene della città e non la premiazione dei galoppini. Non sempre, anzi raramente, le persone capaci di amministrare un ente pubblico sono tesserati di partiti o rappresentanti di organizzazioni nate in previsione della campagna elettorale.

La sindaca dovrebbe avere una vista chiara e lunga. Se nelle forze politiche che l’hanno appoggiata non si trovano le persone giuste, dovrebbe andare oltre e non temere di poterle trovare in campi da lei distanti o nella pura società civile. La domanda che sorge a questo punto è: “Ma come potrà deludere le aspettative di chi si è sacrificato a raccogliere i voti e ha messo pure mano al portafogli per sostenere la campagna elettorale”.

La domanda è preoccupante, ma il capo dell’amministrazione dovrebbe avere il coraggio di mostrare quanto sia più importante l’interesse collettivo rispetto a quello particolare. I “non ricompensati” se ne faranno una ragione e se i collaboratori scelti saranno buoni, non avranno di che lagnarsi: nessuno gli darebbe ascolto.

Alla fine, si torna sempre, vuoi o non vuoi, al dilemma millenario riguardante l’interesse collettivo e gli interessi particolari. In questo contesto si costruisce una buona amministrazione o il seguito di scadenti tradizioni marsalesi.