E la presunzione di innocenza?

Anche Daniela Santanchè ha lasciato il suo posto di ministro del Turismo. Ieri avevano rassegnato le dimissioni dai loro incarichi, non di ministri ma importanti, il sottosegretario Delmastro e la segretaria del ministero di Giustizia, Bartolazzi.

L’auspicio in questo senso della premier è stato accolto dai tre, che sono indagati o sottoposti a critiche feroci delle opposizioni per presunti reati la Santanchè, per vicinanza a un mafioso il sottosegretario e per avere detto una certa frase – “ci liberemo di certi magistrati plotoni di esecuzione” – la segretaria del ministero.

Ha vinto il timore della premier di non riuscire a contrastare le pressioni degli avversari e la strumentalizzazione dei casi, che sono diversi e pure uniti nell’obiettivo delle opposizioni di mettere zizzania e crisi nella maggioranza.

Un motivo, che non sia ipocrita e strumentale, non c’è per le tre dimissioni. La ministra è sottoposta a un paio di procedimenti giudiziari ma non è stata ancora condannata con sentenza definitiva, per la quale potrebbe essere dichiarata colpevole di reati. Il sottosegretario lo stesso. La segretaria Bartolozzi ha pronunciato solo una frase, che anche io avrei detto dopo le altre frasi del suo intervento davanti alla telecamera. Ho sentito tutto il suo intervento e, quando ha detto la frase fatidica, si riferiva chiaramente a certi pubblici ministeri che talvolta hanno rovinato vite di famiglie di innocenti.

Se la leader della maggioranza avesse voluto difendere ancora gli inquisiti e criticati, avrebbe potuto farlo richiamandosi al principio fondamentale che nessuno può essere considerato colpevole fino a sentenza definitiva di condanna. Vale per ogni cittadino, anche se ministro o sottosegretario. La segretaria del ministro Carlo Nordio, poi, poveretta, paga per delle parole che migliaia di volte sono pronunciate nelle case e nelle piazze dagli italiani e non costituiscono alcun reato.

La debolezza della politica consiste anche nel non saper difendere i principi costituzionali della presunzione di innocenza.

L’immodificabile magistratura

E il nostro Paese perde l’occasione di avvicinare la propria magistratura agli standard dei paesi democratici occidentali. In Europa, va a braccetto con la Grecia, altro stato in cui vige ancora l’unicità della carriera. Già il fatto che quasi tutti gli stati abbiano optato per il sistema della separazione delle carriere fa capire che abbiamo sbagliato a non votare Sì.

In Italia è stato cambiato tutto nel giro di diverse generazioni. A partire dall’Unità, abbiamo avuto il Regno, poi il Fascismo, poi la Repubblica, prima e seconda. Il sistema elettorale è mutato tante volte, la pubblica amministrazione e il fisco sono stati mutati radicalmente, la scuola e la sanità hanno avuto profondi cambiamenti, e si può dire che non c’è settore della vita pubblica o privata che non abbia subito svolte radicali. Solo la magistratura è rimasta arroccata sul suo piedistallo, attraversando indenne Regno, Fascismo e  Repubblica. È una casta irriformabile, che ha un grande potere, ma a volte lo esercita male e avrebbe bisogno di modifiche, che, quando vengono proposte, sono respinte dai magistrati stessi e dal popolo bue.

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È morto Gino Paoli

È morto Gino Paoli e lascia dietro di sé un importante patrimonio artistico. Certe sue canzoni hanno letteralmente accompagnato i nostri anni. Ebbe anche una vita familiare complicata: tre compagne e figli da tutte. Lascia un rispettabilissimo patrimonio economico. Si comincia pubblicamente a fare i conti. Fu presidente della SIAE e parlamentare della Repubblica, percependo i relativi emolumenti; incassò i compensi per la partecipazione a serate, in tournée e in teatri, e soprattutto era titolare dei diritti artistici per le sue creazioni canore. Adesso si aspetta di leggere il testamento o di avere notizie sulla devoluzione del patrimonio. Non si sa se tutto andrà liscio o ci saranno contestazioni e controversie.

Il fatto di essere stato un artista non esclude che sulla sua eredità possano sorgere liti, anche tra consanguinei. Perché tutto su questo pianeta si tocca ed è contiguo: la visione delle splendide stelle e delle luride stalle. E il denaro, che è lo sterco del diavolo, fa sentire il suo irresistibile odore.

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Ha vinto l’altro Paese

Nella sua prima intervista dopo le dimissioni da presidente dell’ANM, Cesare Parodi riconosce che alcune modifiche sono necessarie, soprattutto riguardo ai criteri di nomina negli uffici direttivi dei magistrati.

Null’altro: tutto il resto, evidentemente, per lui andrebbe bene.

Se anche gli altri magistrati aderenti alla sua associazione o i magistrati tutti ritenessero che bastino queste poche modifiche, vuol dire che non hanno capito quanto siano distanti dalle aspettative dello stato democratico.

Ma hanno vinto, si dirà. Certo, hanno vinto contro il Paese migliore, che non voleva penalizzare la magistratura, ma voleva migliorarla e renderla più moderna e vicina alle grandi liberaldemocrazie occidentali.

Ha vinto la parte più ottusa e retrograda del Paese, e l’esito di questo referendum peserà ancora a lungo, come palla al piede della nazione.

Fra poche ore

Mentre scrivo non ho notizie di exit poll vietati e attendo con una certa apprensione l’esito del voto, dopo le 15. Intanto, penso. Spero, ma non ne sono sicuro, che vinca il Sì. Sostenevano che se l’affluenza fosse maggiore il Sì avrebbe più chance. Spero, allora.

Si tratta di un referendum che può spezzare un’epoca lunga più di un secolo e mezzo, quanto ne passa dall’Unità d’Italia ad oggi. L’unicità delle carriere dei magistrati inquirenti e dei magistrati giudicanti esisteva nel regime postunitario ed ha attraversato indenne il Fascismo e la Repubblica. Mentre, in tempi più o meno antichi, gli altri stati europei sceglievano la separazione delle carriere, il nostro Paese è rimasto fermo; con esso, in Europa, solo la Grecia.

Teoricamente, a giuristi avveduti e non falsi, la riforma Nordio dovrebbe apparire il completamento del processo accusatorio introdotto con il nuovo cpp.

Perché non si fece allora, nel 1989? Sopraggiunse Tangentopoli e non fu più possibile, data la rottura che si verificò tra la politica e la magistratura, che invase platealmente il campo della politica. La procura della Repubblica di Milano condizionò i governi, il Parlamento e fece dimettere ministri. Stabiliva essa, con i magistrati rossi, cosa il Parlamento potesse approvare.

Passata Tangentopoli, nel mirino della magistratura rossa entrò Berlusconi e per altri decenni non si poté completare il quadro del processo accusatorio, che anche la sinistra auspicava. Ora, l’iniziativa di modificare la giustizia in certi suoi aspetti l’ha presa il centrodestra e alla sinistra è sembrato uno scorno. Per gelosia e stupidità si è opposta.

Fra poche ore sapremo se crolleranno i privilegi di un secolo e mezzo di certi magistrati impuniti, o se il Bel Paese diventerà anche in questo liberaldemocratico.

Il testamento del Cav. Genna

Il testamento fu ricevuto a Roma nel 1950, un anno prima che il barone Spanò ne portasse copia a mio zio, notaio Pellegrino, per farne un verbale ad uso proprio, in qualità di esecutore testamentario. Tra la redazione dell’atto romano e la copia depositata a Marsala passò circa un anno, durante il quale morì il Cavaliere.

Nel testamento si dichiarava, fin dall’inizio, che il valore del patrimonio ammontava a 50 milioni di lire. Una cifra largamente inferiore al valore reale, verosimilmente indicata per contenere l’imposta di successione. Già dall’elenco dei soli beni immobili si può stimare che, nel 1950, anno della morte del testatore, il patrimonio immobiliare raggiungesse oggi un valore di diversi miliardi di euro.

Il Cavaliere nominò erede universale il vescovo pro tempore di Mazara del Vallo, Di Leo. I beni mobili erano ingentissimi, ma nel testamento non se ne indicava il valore. Ricordo che mio zio ne fece l’inventario: vennero verbalizzati interi bauli pieni di monete antiche, ori e argenti, oltre a numerosi oggetti d’arte. A ciò si aggiungevano conti correnti, titoli di credito e libretti postali di rilevante entità. Tutto passò all’erede universale, salvo i legati particolari.

La decisione sorprende, considerando che il Cavaliere aveva discendenti da parte di sorella. Non si sposò mai e non ebbe figli riconosciuti, anche se in città circolava la voce di un figlio naturale avuto dalla moglie del suo autista. Il giovane, si diceva, gli somigliava molto. Tuttavia, ufficialmente, il Cavaliere risultò sempre senza prole.

Cresciuto nella bambagia, quale esponente della più ricca famiglia marsalese, sviluppò fin da giovane una personalità segnata da timori e piccole fobie. Evitava di stringere la mano per paura delle infezioni e, se costretto, si affrettava a lavarsi e disinfettarsi. I genitori lo affidarono presto a un confessore personale, padre Laviano, che finì per esercitare su di lui un’influenza decisiva.

La sorella del Cavaliere sposò il Cavaliere Scipione Spanò, dal quale ebbe due figli, Isidoro e Giovanni. A lei spettò l’ala destra del palazzo di famiglia e un vasto patrimonio terriero, comunque inferiore a quello assegnato al fratello. Il marito, uomo esuberante e dissipatore, consumò gran parte delle ricchezze familiari tra viaggi, donne e cattiva amministrazione.

Benedetto Genna, invece, rimasto solo dopo la morte dei genitori, visse sempre più isolato sotto la guida del confessore. Padre Laviano ne orientava ogni scelta, anche nelle piccole cose. Persino il ballo, praticato nelle occasioni mondane del tempo, gli veniva sconsigliato: avrebbe potuto nuocere alla sua salute e, soprattutto, esporlo a contatti ritenuti sconvenienti.

Così, giunto alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo più ricco di Marsala e tra i più ricchi di Sicilia si trovò di fatto prigioniero del suo direttore spirituale, che lo allontanò progressivamente dai parenti. D’intesa con il vescovo, lo condusse infine a Roma, dove venne redatto il testamento che segnò la sorte del suo patrimonio.

Esecutore testamentario fu nominato il barone Scipione Spanò Sala, residente nel palazzo accanto al vecchio ospedale. Probabilmente fu questa l’unica decisione presa autonomamente dal Cavaliere. Il resto delle disposizioni sembra essere stato suggerito dal confessore per conto del vescovo.

Al barone spettarono un pianoforte a coda di valore, il rimborso delle spese sostenute e un compenso di centomila lire, da erogarsi dopo la morte del testatore. Tuttavia, anche lui si rivelò un cattivo amministratore: vendette presto il pianoforte e, successivamente, anche il palazzo di piazza San Francesco, per far fronte alle proprie difficoltà economiche.

Il palazzo fu acquistato dall’ufficiale sanitario del Comune di Marsala, divenuto facoltoso grazie a pratiche poco limpide. Il barone, ormai quasi in miseria, fu infine assunto come direttore di sala al Circolo Lilybeo, dove percepì uno stipendio fino alla morte. Prima di quell’incarico passava le giornate sulle poltrone del circolo; poi, divenuto direttore, si limitava a vigilare sul lavoro dei camerieri. Non aveva mai lavorato davvero. I soci più anziani gli offrirono quell’impiego come forma di aiuto.

La parte principale dell’eredità andò al vescovo: il palazzo di via Frisella, la villa Biesina con le terre circostanti, centinaia di ettari di ex feudi e tutto il patrimonio mobiliare residuo. Ai nipoti furono assegnati circa quattrocento ettari. Essi intentarono causa per circonvenzione, ma preferirono poi un accordo bonario.

Anche i dipendenti e gli amministratori ricevettero legati tra le 50.000 e le 100.000 lire. L’autista ebbe nove ettari di ottima terra; il confessore più di venti.

Il vescovo Di Leo e il suo successore vendettero in seguito parte dei beni: la villa al Comune di Marsala e la salina Genna al cavaliere del lavoro Paolo Pellegrino, i cui eredi la detengono ancora oggi.

La saga familiare si conclude qui. Ricordo che Benny, figlio di Isidoro Spanò, è morto qualche anno fa a Roma, dove gestiva con la moglie un campo da tennis. Della sorella, sposata a un notaio, non ho più notizie.

Resta il dubbio se il vescovado mantenga ancora l’istituto Antonietta Genna Spanò per le ragazze in difficoltà, come nelle intenzioni del ricco e singolare testatore.

Dio e le guerre

Il presidente turco Erdoğan ha celebrato la fine del Ramadan con parole solenni e con lodi al suo Dio. È un gesto naturale: ogni civiltà, quando chiude un tempo sacro, torna a rivolgersi a ciò che considera superiore, chiedendo protezione e conferma.

Fin qui nulla di nuovo. Ma subito dopo, nelle sue dichiarazioni, è affiorato qualcosa che appartiene a un’altra epoca. Erdoğan ha auspicato la fine dello Stato di Israele, ed ecco che la scena si sposta. Non siamo più nel mondo delle diplomazie, delle alleanze e delle mediazioni. Siamo in un territorio più antico, in cui la guerra cerca una giustificazione nel cielo.

È difficile non pensare alle crociate. Anche allora si combatteva per interessi concreti, ma si diceva di farlo per Dio. Si partiva con il nome di Dio sulle labbra e con le armi in mano. Si ringraziava per le vittorie e, con la stessa naturalezza, per le stragi.

Quando la guerra viene sacralizzata, cambia natura. Non è più una questione politica, ma un destino. Non è più negoziabile, perché ciò che viene attribuito a Dio non si discute.

È questo che rende inquietanti certe parole. Non tanto il contenuto politico – che può essere giudicato, accettato o respinto – quanto il modo in cui viene rivestito. L’idea che Dio possa essere chiamato a sostenere l’eliminazione di uno Stato non appartiene a una religiosità raffinata, ma a una religiosità primitiva.

Questa tentazione non riguarda solo una cultura o un’area geografica. È universale. Ogni civiltà, quando si sente forte o minacciata, tende a portare Dio dalla propria parte. È un riflesso antico: se Dio è con noi, allora noi abbiamo ragione.

Ma Dio, se esiste, non può essere arruolato come un alleato militare. Non può diventare il garante delle nostre decisioni politiche.

Quando questo accade, non è Dio che entra nella storia. È la storia che si traveste da Dio.

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Le ragioni del voto

Parlando con persone che incontro, la ragione principale di coloro che dicono che voteranno Sì consiste nell’osservazione che i giudici – intendono dire pm e giudici – sono irresponsabili. Fanno pure esempi con altre categorie di professionisti o funzionari: medici, ingegneri, avvocati, funzionari. Tutti costoro e ogni lavoratore del braccio o della mente sono sottoposti a responsabilità disciplinare se sbagliano. Solo i magistrati appaiono alla gente esenti da questo tipo di responsabilità e tanti, anche non intellettuali, portano l’esempio di Tortora ingiustamente incarcerato, mentre i suoi persecutori giudiziari sono stati ritenuti meritevoli di progredire nella carriera, fino ad arrivare, nonostante lo scandalo, ai più alti vertici. Gente comune porta altri esempi simili con i quali la loro esistenza si è imbattuta.

Il fronte del No respinge l’accusa che i giudici siano irresponsabili, portando statistiche per le quali sarebbero i migliori d’Europa o del mondo. Ma la convinzione della gente comune non si fa influenzare dalle statistiche, spesso manipolate, e coninua a pensare che bisogna correggere certe anomalie della magistratura.

Il fronte del No sostiene che, se i giudici dovessero essere sottoposti a un peso maggiore di responsabilità, non farebbeno più bene il loro lavoro per timore di sbagliare e di essere sanzionati. Per questo lavorerebbero meno e peggio. Così dicono. Ma non mi convincono.

Diventare magistrato non è un’assegnazione divina, per cui il designato debba accettarla ed essere esentato da rischi. Il magistrato lo fa chi vuole farlo, superando un duro concorso. Potrebbe anche non fare il concorso e nessuno lo obbligherebbe. Ma pretendere di poterlo fare e anche voler essere immuni dalle comuni responsabilità disciplinari che regolano il lavoro di tutte le altre categorie di lavoratori, è come volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Chi vuole fare il giudice lo deve fare responsabilmente, non con la leggerezza e, a volte, il menefreghismo che gli viene da tempi antichi, attraversando Regno, Fascismo e Repubblica, prima e seconda.

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Un agricoltore mancato

Nicola Gratteri ha dichiarato di essere un agricoltore infiltrato nella magistratura.

Un vero peccato. Era meglio che restasse agricoltore, con la penuria di braccia che si riscontra.

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Il perché delle guerre

Le guerre si spiegano spesso male perché si guardano le apparenze e non i meccanismi profondi che le generano. Tra questi, uno dei meno considerati è il fatto che ogni istituzione tende a perpetuare sé stessa e ad accrescere la propria importanza.

L’esercito non fa eccezione. È un organismo permanente degli Stati, e come ogni organismo ha bisogno di nutrimento per crescere. Questo nutrimento non gli viene dato controvoglia: la società lo produce, perché dall’apparato militare ricava lavoro, industria, sviluppo.

Si crea così un circolo che appare virtuoso ma non lo è: l’esercito ha bisogno della società per esistere e la società ha bisogno dell’esercito per produrre. In questo scambio continuo, entrambi si rafforzano.

Ma un esercito, per restare tale, deve essere più forte degli altri. Ha quindi bisogno di armi sempre nuove, di tecnologie aggiornate, di industrie che le producano. E queste armi, a un certo punto, devono essere usate. Non basta accumularle: occorre provarle.

La guerra diventa allora non solo un evento politico, ma una possibilità funzionale al sistema. È il momento in cui ciò che è stato costruito viene verificato.

Ecco perché le guerre, oltre alle cause dichiarate, hanno anche una loro logica interna. Una logica fredda, che lega economia, politica e organizzazione militare.

Gli altri motivi esistono, e sono molti. Ma questo meccanismo li accompagna sempre, come una corrente sotterranea che non si vede e tuttavia spinge.

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