Le guerre si spiegano spesso male perché si guardano le apparenze e non i meccanismi profondi che le generano. Tra questi, uno dei meno considerati è il fatto che ogni istituzione tende a perpetuare sé stessa e ad accrescere la propria importanza.
L’esercito non fa eccezione. È un organismo permanente degli Stati, e come ogni organismo ha bisogno di nutrimento per crescere. Questo nutrimento non gli viene dato controvoglia: la società lo produce, perché dall’apparato militare ricava lavoro, industria, sviluppo.
Si crea così un circolo che appare virtuoso ma non lo è: l’esercito ha bisogno della società per esistere e la società ha bisogno dell’esercito per produrre. In questo scambio continuo, entrambi si rafforzano.
Ma un esercito, per restare tale, deve essere più forte degli altri. Ha quindi bisogno di armi sempre nuove, di tecnologie aggiornate, di industrie che le producano. E queste armi, a un certo punto, devono essere usate. Non basta accumularle: occorre provarle.
La guerra diventa allora non solo un evento politico, ma una possibilità funzionale al sistema. È il momento in cui ciò che è stato costruito viene verificato.
Ecco perché le guerre, oltre alle cause dichiarate, hanno anche una loro logica interna. Una logica fredda, che lega economia, politica e organizzazione militare.
Gli altri motivi esistono, e sono molti. Ma questo meccanismo li accompagna sempre, come una corrente sotterranea che non si vede e tuttavia spinge.