Il testamento del Cav. Genna

Il testamento fu ricevuto a Roma nel 1950, un anno prima che il barone Spanò ne portasse copia a mio zio, notaio Pellegrino, per farne un verbale ad uso proprio, in qualità di esecutore testamentario. Tra la redazione dell’atto romano e la copia depositata a Marsala passò circa un anno, durante il quale morì il Cavaliere.

Nel testamento si dichiarava, fin dall’inizio, che il valore del patrimonio ammontava a 50 milioni di lire. Una cifra largamente inferiore al valore reale, verosimilmente indicata per contenere l’imposta di successione. Già dall’elenco dei soli beni immobili si può stimare che, nel 1950, anno della morte del testatore, il patrimonio immobiliare raggiungesse oggi un valore di diversi miliardi di euro.

Il Cavaliere nominò erede universale il vescovo pro tempore di Mazara del Vallo, Di Leo. I beni mobili erano ingentissimi, ma nel testamento non se ne indicava il valore. Ricordo che mio zio ne fece l’inventario: vennero verbalizzati interi bauli pieni di monete antiche, ori e argenti, oltre a numerosi oggetti d’arte. A ciò si aggiungevano conti correnti, titoli di credito e libretti postali di rilevante entità. Tutto passò all’erede universale, salvo i legati particolari.

La decisione sorprende, considerando che il Cavaliere aveva discendenti da parte di sorella. Non si sposò mai e non ebbe figli riconosciuti, anche se in città circolava la voce di un figlio naturale avuto dalla moglie del suo autista. Il giovane, si diceva, gli somigliava molto. Tuttavia, ufficialmente, il Cavaliere risultò sempre senza prole.

Cresciuto nella bambagia, quale esponente della più ricca famiglia marsalese, sviluppò fin da giovane una personalità segnata da timori e piccole fobie. Evitava di stringere la mano per paura delle infezioni e, se costretto, si affrettava a lavarsi e disinfettarsi. I genitori lo affidarono presto a un confessore personale, padre Laviano, che finì per esercitare su di lui un’influenza decisiva.

La sorella del Cavaliere sposò il Cavaliere Scipione Spanò, dal quale ebbe due figli, Isidoro e Giovanni. A lei spettò l’ala destra del palazzo di famiglia e un vasto patrimonio terriero, comunque inferiore a quello assegnato al fratello. Il marito, uomo esuberante e dissipatore, consumò gran parte delle ricchezze familiari tra viaggi, donne e cattiva amministrazione.

Benedetto Genna, invece, rimasto solo dopo la morte dei genitori, visse sempre più isolato sotto la guida del confessore. Padre Laviano ne orientava ogni scelta, anche nelle piccole cose. Persino il ballo, praticato nelle occasioni mondane del tempo, gli veniva sconsigliato: avrebbe potuto nuocere alla sua salute e, soprattutto, esporlo a contatti ritenuti sconvenienti.

Così, giunto alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo più ricco di Marsala e tra i più ricchi di Sicilia si trovò di fatto prigioniero del suo direttore spirituale, che lo allontanò progressivamente dai parenti. D’intesa con il vescovo, lo condusse infine a Roma, dove venne redatto il testamento che segnò la sorte del suo patrimonio.

Esecutore testamentario fu nominato il barone Scipione Spanò Sala, residente nel palazzo accanto al vecchio ospedale. Probabilmente fu questa l’unica decisione presa autonomamente dal Cavaliere. Il resto delle disposizioni sembra essere stato suggerito dal confessore per conto del vescovo.

Al barone spettarono un pianoforte a coda di valore, il rimborso delle spese sostenute e un compenso di centomila lire, da erogarsi dopo la morte del testatore. Tuttavia, anche lui si rivelò un cattivo amministratore: vendette presto il pianoforte e, successivamente, anche il palazzo di piazza San Francesco, per far fronte alle proprie difficoltà economiche.

Il palazzo fu acquistato dall’ufficiale sanitario del Comune di Marsala, divenuto facoltoso grazie a pratiche poco limpide. Il barone, ormai quasi in miseria, fu infine assunto come direttore di sala al Circolo Lilybeo, dove percepì uno stipendio fino alla morte. Prima di quell’incarico passava le giornate sulle poltrone del circolo; poi, divenuto direttore, si limitava a vigilare sul lavoro dei camerieri. Non aveva mai lavorato davvero. I soci più anziani gli offrirono quell’impiego come forma di aiuto.

La parte principale dell’eredità andò al vescovo: il palazzo di via Frisella, la villa Biesina con le terre circostanti, centinaia di ettari di ex feudi e tutto il patrimonio mobiliare residuo. Ai nipoti furono assegnati circa quattrocento ettari. Essi intentarono causa per circonvenzione, ma preferirono poi un accordo bonario.

Anche i dipendenti e gli amministratori ricevettero legati tra le 50.000 e le 100.000 lire. L’autista ebbe nove ettari di ottima terra; il confessore più di venti.

Il vescovo Di Leo e il suo successore vendettero in seguito parte dei beni: la villa al Comune di Marsala e la salina Genna al cavaliere del lavoro Paolo Pellegrino, i cui eredi la detengono ancora oggi.

La saga familiare si conclude qui. Ricordo che Benny, figlio di Isidoro Spanò, è morto qualche anno fa a Roma, dove gestiva con la moglie un campo da tennis. Della sorella, sposata a un notaio, non ho più notizie.

Resta il dubbio se il vescovado mantenga ancora l’istituto Antonietta Genna Spanò per le ragazze in difficoltà, come nelle intenzioni del ricco e singolare testatore.

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