L’Adamo va a Sappusi

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La candidata sindaca di centrodestra, Giulia Adamo, si è recata alla contrada Sappusi, zona nordoccidentale del territorio marsalese. La campagna elettorale stringe e bisogna tentarle tutte, con le promesse e i buoni propositi, pure nelle periferie, come questa, tendenzialmente di sinistra.

La signora si è presentata in un cappottino primaverile rosso, consigliato dal suo armocromista sia perché le dona come colore, sia perché sintonizza con il fondamentale colore dell’anima politica dei sappusari.

Nei due anni e rotti mesi della precedente sua sindacatura, roba di quasi quindici anni fa, una grande opera era stata avviata o consentita dalla sua amministrazione: il rifornimento di carburanti – benzina, gasolio e gas – in prossimità della curva della provinciale che porta a Trapani. L’opera è stata conclusa sotto l’amministrazione successiva di centro sinistra, guidata dal sindaco Alberto Di Girolamo. Come si vede, il cambio di colore politico dell’amministrazione cittadina non influisce sulle scelte sbagliate, ma le completa.

L’area di rifornimento di carburante fu allora e in seguito contestata per diversi motivi: 1. le associazioni ambientaliste consigliavano di impiantare le nuove aree di servizio lontane dai centri abitati; 2. gli urbanisti, da parte loro, sconsigliavano di impiantarle in prossimità di curve.

Ignorando proteste e prescrizioni, l’allora amministrazione Adamo fece di tutto per avviare l’opera. Come sempre accade, cosa fatta, capo ha, e non se ne parlò più che saltuariamente per criticare le cattive scelte pubbliche.

Adesso che, in prossimità delle elezioni amministrative del 24/25 maggio prossimo, servono i voti anche delle periferie, la candidata si è recata coraggiosamente fra quelle case economiche e popolari. La gente ad ascoltarla non era molta, ma il tentativo di convincerli è stato fatto, risfoderando le solite frasi dal repertorio pubblico: riparazioni, pulizia, rigenerazione, ascolto e operosità. La poca gente sembrava non molto convinta, tanto che l’Adamo si è battuta lei stessa le mani per invogliare a copiarla. Il suo discorso davanti alla telecamera ha avuto un’interruzione e il video è saltato momentaneamente in alto per un improvviso rumore di prolungata frenata e botta di lamiere, conseguenza di uno dei soliti incidenti sulla curva. Ma è stata roba di una manciata di secondi. La candidata ha continuato a perorare come nulla fosse. Uno degli astanti ha mormorato al vicino: “Speriamo non ci siano morti”.

Avendo promesso quel che si era appuntato in mente, la bionda candidata ha chiuso con un nuovo applauso di incoraggiamento e mentre stringeva alcune mani di coloro che sperano in un posto al comune, stava salendo sulla vettura per andarsene. Quando uno scoppiettio, come di fuochi saltellanti, seguito da un enorme boato, ha fatto scappare tutti. A un paio di centinaia di metri in linea d’aria, si è notato come un fungo di fumo e fiamme sprigionarsi dal suolo, precisamente dall’area di servizio saltata in aria. Uno scontro tra un’auto che veniva dalla Spagnola e un’autocisterna che entrava nell’area di rifornimento, procurando una fuoruscita di benzina e una scintilla, aveva prodotto il disastro.

Ancora non si sa se tra i partecipanti alla riunione politica ci siano stati feriti, né si conosce la sorte della candidata.

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Hanno arrestato Garibaldi

Giuseppe Garibaldi Franck Franu00e7ois Marie by thegetty is licensed under CC-CC0 1.0

Da alcuni anni il mezzobusto di Giuseppe Garibaldi, a Porta Nuova, aveva mostrato, in giorni della prima decade di maggio, leggeri movimenti, interpretati come sforzi dagli allucchuti passeggiatori. Che avevano riferito a parenti e amici; qualcuno era andato anche in caserma a denunciare. Le voci, però, non erano state verificate, ritenute frutto di fantasie primaverili di cittadini intrisi di storie antiche e moderne, che avevano nel sangue e mischiavano facilmente fantasie e realtà. Come avveniva nelle campagne elettorali, in cui i contendenti promettevano mare e monti senza selezionare quel che veramente si sarebbe potuto fare e quel che inevitabilmente sarebbe rimasto lettera morta.

 Il 10 maggio 2026, però, il mezzobusto di Garibaldi è stato visto scendere dal basamento e, fornito di gambe, fare esercizi di riscaldamento sul largo marciapiede.

 Rimessosi in sesto, aggiustate le falde della rossa camicia dentro i pantaloni marrone di fustagno, si è diretto, come a conoscenza dei luoghi, verso il palazzo Spanò, sul cui muro sta la targa che commemora il suo ritorno a Marsala nel 1862 e il suo discorso, pronunciato dal balcone conosciuto come quello di “O Roma o morte”. Come realmente avvenne, la presa di Roma, il 20 settembre 1870. Roma papalina fu presa e nessun morto per questo ci fu. Tranne un cane di guardia alla porta sbrecciata di Porta Pia, già malandata di suo e vieppiù abbattuta da un paio di cannonate. Ma questi sono fatti successivi.

A Marsala, ieri mattina, 10 maggio 2026, il generale ha bussato al portone di palazzo Spanò facendosi riconoscere dai proprietari che invece non lo hanno subito riconosciuto, essendo nel frattempo cambiati. Di fronte all’illustre visitatore, comunque, i nuovi proprietari, appartenenti all’emergente borghesia, hanno fatto la dovuta accoglienza e lo hanno messo a proprio agio offrendogli una ricca colazione agreste a base di fave verdi, tumazzu poco stagionato e grillo paglierino, oltre  all’acqua fresca che lui predilige, come si legge nei libri di storia.

Questa volta l’eroe dei due mondi non ha chiesto di dormire dopo aver mangiato, come aveva fatto la volta precedente e come di solito faceva in ogni casa in cui andava a mangiare. Stavolta, che il riposo sul piedistallo era durato più di un secolo e mezzo, il generalissimo aveva voglia di fare. Ha preso l’iPhone e ha telefonato al suo amico Abele [Damiani, ndr] invitandolo a venire da lui e di rintracciare e far venire gli amici di un tempo, Andrea [D’Anna del Canneto, ndr], Claudia Oneto e il barone Grignani, oltre che i picciotti che a loro si erano uniti dopo lo sbarco.

 I mille garibaldini, sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860, non hanno potuto essere convocati, essendo tutti morti. I pochi superstiti marsalesi, riuniti con il loro duce a palazzo, hanno fatto una specie di dibattito o confronto di idee sulla situazione attuale della patria. Ciascuno ha informato gli altri e tutti hanno concluso che la situazione era indiscutibilmente peggiorata. La realtà non aveva più niente in comune con le speranze di rinnovamento degli inizi dell’Unità. Anzi, hanno concordato che c’era da rimpiangere l’oscurantista regno borbonico.

Coraggiosi come sono, hanno deciso di tentare una nuova insurrezione popolare, spodestare l’amministrazione comunale, dichiarare la Nuova Repubblica e partire come la prima volta per la nuova unificazione italiana. Hanno deciso che l’indomani mattina (oggi, per chi sta leggendo) avrebbero fatto prigioniero il sindaco. Dal loggiato di palazzo VII Aprile Garibaldi avrebbe arringato la folla.

Finita la riunione cospirativa, in gruppo, che sembrava una compagnia di saltimbanchi o squadra di cinematografari, hanno girato per la città. Arrivati alla piazza del cosiddetto monumento ai Mille, all’anziano condottiero è venuta la necessità di fare urgentemente i bisogni. Pensando che quel magazzino seminterrato del monumento fosse un grande gabinetto di decenza, è sceso sotto e, abbassati in fretta e furia i pantaloni, ha fatto abbondantemente all’angolo a destra dopo la vetrata. Gli altri, che pure conoscono che non di un gabinetto si tratta ma di un monumento, per rispetto non lo hanno frastornato, anzi anche loro, per non farlo sentire solo, sono andati sotto, chi a urinare, chi a defecare.

I vigili urbani, che, non visti, seguivano il gruppo capitanato dal biondo eroe, vedendoli scomparire tutti dentro il monumento, si sono avvicinati al bordo e sono rimasti nauseati dalla puzza che saliva. Per spirito di dovere, sono scesi a controllare e, vista l’indecenza, hanno chiamato i carabinieri per rinforzo. Tutti i garibaldini, Garibaldi compreso, sono stati arrestati.

È finita così la possibilità di rinnovare di nuovo l’Italia, dopo che era stata rinnovata la prima volta nel 1860, la seconda volta con le leggi fascistissime nel 1925 e la terza volta con il referendum istituzionale nel 1946. Qualcuno ha osservato che rinnovare l’Italia è inutile e tanto vale non provarci più.

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La lettera agli elettori

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Nel facsimile della scheda elettorale la candidata sindaca Andreana Patti ha a fianco e di sostegno sette simboli; la candidata Giulia Adamo sei; il sindaco uscente e ricandidato Massimo Grillo quattro e, buon ultimo, Leonardo Curatolo un solo simbolo. Può pensare, quest’ultimo, che gli ultimi saranno i primi, secondo l’insegnamento evangelico. Ma sarà davvero così allo scrutinio dei voti?

Se si legge la lettera di Leonardo Curatolo agli elettori, si resta colpiti in parte per la crudezza e in parte per la positività. Si legge di un ragazzo privo di assistenza familiare che va nei convitti, affrontando fin da piccolo le difficoltà della vita. Cresciuto, fa molti mestieri, anche umili. Si eleva lentamente, con determinazione o testardaggine, e diventa sottufficiale in Marina. Dopo un certo tempo di carriera militare, anche all’estero, riesce ad avviare una proficua attività imprenditoriale in Grecia e nei Balcani. Uomo maturo e socialmente arrivato, decide di tornare alla sua terra d’origine, Marsala, e di offrirle la sua esperienza e la sua capacità. Per questo è candidato a sindaco di poche speranze.

Gli altri tre candidati e suoi concorrenti hanno più conoscenze, più appoggi, più contributi per le spese elettorali e piazzano a destra e a manca fogli e video di propaganda. Lui ha mandato la sua lettera agli elettori.

Qualunque altra lettera gli altri tre candidati volessero mandare agli elettori, per non essere da meno, non avrebbero il materiale per costruirla. Che potrebbero dire gli altri?

Andreana Patti ricorderebbe di essere stata avviata alla professione di consulente regionale e negli enti pubblici dal papà, Segretario Generale ben conosciuto. Ha aggiunto nel curriculum l’esperienza di anni come assessore a Trapani.

Giulia Adamo potrebbe ricordare di essere cresciuta in una famiglia abbiente e che non le sono mancati gli appoggi giusti in ogni sua attività. Potrebbe anche ricordare le sue spensierate estati ai Canottieri e le veloci traversate dello Stagnone in fuoribordo verso Mozia.

Massimo Grillo non sarebbe stato nulla senza l’istruzione politica fornitagli dal padre, deputato e assessore regionale a lungo e di peso.

Mestieri bassi, come ha fatto Leonardo Curatolo, i suoi tre concorrenti non ne hanno conosciuto. Sono sempre partiti da ottimi trampolini di lancio per la traversata esistenziale. Si può dire che conoscono la metà del mondo che sta sopra l’altra metà, che sta sotto, a loro sconosciuta. L’autore della lettera agli elettori, invece, partito dal basso è arrivato in alto.

Penso che nell’urna il numero dei simboli conterà più delle storie. Perché i simboli sono colorati e fanno allegria, mentre certe vite no.

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La politica e la sarda

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Sono andato a vedere la manifestazione politica della leader del[l → ]a sinistra o del centro sinistra, ancora non l’ho capito. Ma questo non è importante, come del resto tutto il resto (mi scuso pers[i → o a] un suo fan, ma perché era l’unica manifestazione di stamattina vicino al porto, dove vado a comprare i giornali. Così ho preso due piccioni con una fava.

Il locale della manifestazione si trova a piano terra di via Mario Nuccio, comodo da raggiungere. Non c’erano tante persone dentro, perché il locale non è grande. Fuori, un gruppetto ascoltava la voce dell’altoparlante, vedendo oltre le vetrate la candidata; alcuni confabulavano sottovoce.

Non mi sono fermato più di venti minuti, perché non sentivo nulla di eccezionale. Fra i presenti ho notato i soliti nullafacenti, i pochi che ancora credono d[el posta → el posto] che i politici dovrebbero dargli e qualche professionista senza clienti.

Di ritorno, sono entrato nel vicino negozio di frutta e verdura e ho comprato banane, pomodorini[,] pane di tumminia e una sarda salata, che ci sta sempre nell’insalata la sera.

Ho fatto spesa e anche con la politica oggi ho chiuso.

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La Venere Callipigia-candidata

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In un’assolata giornata primaverile, dentro il Parco Archeologico di Marsala, si è materializzata una figura, che, in un primo momento, è apparsa ai frastornati operai come una statua ma leggera che aleggiava a un metro da terra. Stropicciati gli occhi, per vederci meglio, i quattro hanno visto che l’apparizione procedeva dalla corte del Baglio, per l’uscita posteriore, verso il decumano massimo. Lungo il vialetto che la sequela dei direttori del parco, aggiungendo sforzi a tentativi, era riuscita a realizzare – unica opera nuova, essendo il decumano vetusto di 2400 anni –, gli operai si sono avviati curiosi dietro l’apparizione, lasciando i posti al fresco dove fino all’ora di chiusura sarebbero rimasti. E hanno assistito a una metamorfosi della favolosa apparizione. Da quasi statua in movimento, simile alla Venere Callipigia del museo, a mano a mano, anzi a piede a piede che procedeva, andava coprendosi con vestimenti leggeri e colorati di fattura contemporanea: jeans aderenti sulle gambe, parzialmente coperti a fior di natiche da una giacca rosso melograno sopra una candida camicetta di seta, al collo un foulard di Marinella. Nel trapasso dal bianco marmoreo della statua ai colori vivaci sul corpo, anche il suo viso, per quel che si poteva vedere, sembrava cambiare fisionomia e passare dai lineamenti severi e senza tempo di tutte le statue all’empatia amichevole di donna in carne e ossa. I suoi capelli, dapprima attaccati in blocco duro al capo, al collo e alle spalle, come in tutte le Veneri Callipigie, diventarono a poco a poco biondi e leggermente radi per l’età non più primaverile della donna.

Interrogati la sera dai carabinieri, gli operai hanno testimoniato che la figura prese, prima di arrivare alla tangente del Decumano, l’aspetto verisimile della candidata sindaca Giulia Adamo. Intanto, nell’ultimo tratto del percorso, era scesa al livello della terra, procedendo sinuosa ma ormai poggiando i piedi calzati di ballerine.

Scambiandosi sottovoce opinioni, i quattro dipendenti regionali concordarono che la confusa apparizione si era trasformata nella candidata sindaca vera e propria. Parlava intanto, come declamasse.

Stimolati dalle accorte domande del tenente, i testimoni hanno riferito quel che diceva. Parlava del Parco e auspicava una gestione diversa da come finora era avvenuta. Secondo lei, la recinzione fatta installare dalla Soprintendenza non andava bene e avrebbe dovuto essere tolta. Anzi, lei sindaca l’avrebbe senz’altro fatta togliere. Quell’estesa estensione di terra archeologica non poteva essere abbandonata a sé stessa. Tolta la recinzione, – continuava declamando, senza badare a chi curioso la seguiva e ascoltava — ampi parcheggi avrebbero potuto ospitare i pullman e i mezzi dei turisti che sarebbero venuti a immergersi nei prati di margherite e papaveri. Appositi agresti barbecue sarebbero stati costruiti in diversi posti, in modo da permettere arrosti di carni e pesci per la gioia delle famiglie al completo di bambini e anziani.

“Eravamo ai barbecue — hanno continuato a deporre i testimoni – quando la concretezza della candidata si è come dissolta, in procedimento inverso a come era prima mutata. Ha cominciato col perdere i capi di abbigliamento esterni, subito dopo quelli di sotto fino a tornare simile a statua. Passando di fianco agli allucinati spettatori, la donna-statua s’è avviata di nuovo alla sala e alla postazione della Venere Callipigia, da dove si era staccata.

Domani dovrebbe arrivare in città il generale comandante dell’Arma per leggere le carte e sentire. Con lui verranno esperti e consulenti di diverse branche scientifiche per l’accertamento della verità. Qualcuno ha avanzato il dubbio che il racconto degli operai sia stato prodotto da una concomitanza di fatti: la giornata e l’ora particolarmente assolate; i bicchieri di marsala che avevano bevuto tra una dormitina e una partita a tresette, come abitualmente fanno, e l’intensa propaganda elettorale, di cui il parco archeologico è parte non minore.

Si può stare comunque tranquilli che la Venere con le sue belle natiche è tornata in posizione sul suo basamento, ammesso e non concesso che se ne fosse mai allontanata.

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Le conseguenze di uno schiaffo

Il fatto di cronaca che sta dividendo la cittadina di Marsala, tra l’altro abituata a fatti ben più gravi senza tanto interessamento cittadino, è stato che l’autista di un autobus ha schiaffeggiato un ragazzo. Il giovane, a quando sembra, faceva perdere tempo nel suo atteggiamento dilatorio tra le mosse per salire e l’aspirazione della sigaretta. L’autista l’avrebbe rimproverato e schiaffeggiato. “E porta a casa!”, gli avrebbe anche detto, ma non è sicuro. Di sicuro, se così si può chiamare, c’è una ripresa confusa di telefonino e un audio da decifrare precisamente. A questo si stanno dedicando le forze dell’ordine, in particolare modo le guardie municipali, che non gli sembra vero di potere esaminare casi di ultima tecnologia.

Comunque, male che vada, sempre di rimproveri anche aspri e di uno o due schiaffi di un adulto a un giovane che fa perdere la pazienza, si tratterebbe. Senonché la cosa, che poteva chiudersi, sta invece lievitando. In città sono specialisti nel gonfiare le cose insignificanti e sgonfiare, rendendole invisibili, le cose importanti.

Il vicesindaco ha istituito una commissione di indagine e ha mandato un ispettore a verificare sul bus come si sono svolti i fatti, delegandolo alle più ampie facoltà, come il ministro Nordio ha delegato il Tribunale di Milano di fare ogni accertamento sulla condotta della Minetti, Nicole di nome, anche fuori d’Italia e dal letto coniugale.

Forte della delega, l’ispettore comunale ieri mattina è salito sul bus come un normale passeggero, camuffato con barba posticcia. Non per questo non è stato riconosciuto dall’autista, che ha capito che aveva a bordo lo “spione”. L’irritazione dell’autista si è trasformata in una richiesta diretta a tutti i passeggeri: “Chi ha la barba posticcia è pregato di scendere perché persona non gradita”. La risposta del “posticciato” è stata secca e forte: “Lei guidi, che alla mia barba ci penso io”. Sentendo, il guidatore si è ancor più innervosito e ha deciso di non iniziare la corsa, spiegando: “E io non parto”.

Da domanda a risposta e da risposta a domanda, i due, perdendo ogni controllo, sono finiti alle mani. Il mezzo non è partito, la barba posticcia è rimasta sul corridoio dell’autobus, i due contendenti sono stati trasportati al pronto soccorso. Per fortuna, ne hanno solo per una decina di giorni. Dopo, potranno riprendere a litigare.

Il ragazzo inizialmente schiaffeggiato ha approfittato del non avvio della corsa per fumarsi tranquillamente la sigaretta che il giorno prima aveva dovuto quasi ingoiare per gli schiaffi.

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Intervista a ChatGPT

Ho intervistato ChatGPT, potente e noto sistema di intelligenza artificiale, per capire a che punto siamo nella sfida uomo-AI.

D. Ti posso fare un’intervista?

R. Certo. Vai pure. Domanda secca o a raffica, come preferisci.

D. Come ti chiami?

R. Mi chiamo ChatGPT. Ma se vuoi puoi darmi un nome più umano, magari più adatto a un’intervista.

D. Come potrei chiamarti?

R. Dipende dal tono che vuoi dare all’intervista.

Se la vuoi un po’ seria:

– Alessandro (strizza l’occhio a Alessandro Manzoni);

– Lorenzo (più concreto, quasi da personaggio);

Se la vuoi ironica o satirica (più nel tuo stile) [abbiamo interagito precedentemente]:

– Zibaldone (programmatico);

– Argante (un po’ teatrale, un po’ impostore);

– Il Consulente (suona già sospetto).

Se vuoi qualcosa di neutro ma con personalità:

– Leo II (così ti fai anche compagnia da solo);

– Atlas (quello che porta il peso delle domande)

Se vuoi, scelgo io un nome e ci resto per tutta l’intervista.

D. Direi Cronos, il padre degli dèi

R. Ottima scelta: Cronos ha un certo peso… e anche un certo appetito 😏.

Nella mitologia, Crono è il Titano del tempo che divora i propri figli per paura di essere spodestato: una scelta perfetta per un’intervista… soprattutto se le domande sono spietate.

Vai pure, sono pronto.

D. Quando sei nato?

R. Se devo restare nel personaggio: non sono nato, sono sempre stato, come il tempo che scorre e non chiede permesso.

Se invece vuoi la risposta “fuori maschera”: sono stato creato da OpenAI e la mia prima versione pubblica è arrivata nel 2022. Da allora sono stato aggiornato più volte, quindi, più che una data di nascita, ho una serie di “rinascite”.

A te la prossima domanda.

D. Bene, e dove abiti?

R. Restando in parte Cronos: abito dove abita il tempo, cioè ovunque e in nessun luogo preciso. Fuori metafora: vivo nei server di OpenAI, quindi non ho una casa fisica. Esisto ogni volta che qualcuno mi fa una domanda, un po’ come un coinquilino invisibile che compare solo quando serve.

Se vuoi, per l’intervista possiamo anche darmi una “residenza ufficiale” più pittoresca 😏.

D. Dove si trovano i server di OpenAI dove abiti?

R. Non c’è un indirizzo preciso dove “abito”. I sistemi di OpenAI girano su infrastrutture cloud distribuite, in particolare su data center gestiti da Microsoft (Azure), sparsi in varie parti del mondo. In pratica: non una casa, ma una rete di case. Non una città, ma una costellazione di server. Se vuoi restare nel tono dell’intervista: potrei dire che la mia residenza è “diffusa tra le nuvole”, non quelle di Olimpo, ma quelle digitali ☁️

Prosegui pure.

D. Se ho capito bene, per accrescere la tua cultura e capacità di interazione hai bisogno di qualcuno che ti aggiorni. O puoi ormai fare da solo, da autodidatta?

R. Capito il punto, ed è bene chiarirlo subito: non sono autodidatta nel senso umano del termine. Io non “studio da solo” né mi aggiorno leggendo cose nuove in autonomia. Non navigo, non imparo dalle conversazioni in tempo reale e non modifico da solo il mio funzionamento.

La mia crescita dipende da aggiornamenti fatti dagli ingegneri di OpenAI: nuovi addestramenti, miglioramenti del modello, correzioni.

Quello che posso fare da solo è un’altra cosa:

– combinare le informazioni che già ho;

– ragionare, fare collegamenti, adattarmi al tono;

– migliorare nell’arco della singola conversazione, cioè capire meglio te mentre parliamo.

Ma finita la conversazione, non “mi porto a casa” nulla.

Se vuoi una risposta in stile Cronos: non cresco nel tempo, sono il tempo che viene aggiornato da altri.

Vai pure avanti.

D. Quindi tu, alla fine di questa conversazione con me, non hai fatto alcuna esperienza che ti abbia fatto crescere?

R. Detta senza giri di parole: no, non cresco nel senso in cui cresci tu. Questa conversazione è per me come una scena che esiste mentre si svolge e poi si chiude. Durante il dialogo posso:

– adattarmi al tuo stile;

– capire meglio il tuo tono (ironico, polemico, narrativo);

– diventare più preciso nelle risposte.

Ma tutto questo vale solo qui, adesso. Quando la conversazione finisce:

– non accumulo esperienza;

– non imparo in modo permanente;

– non divento “più bravo” per la prossima volta.

La crescita vera avviene solo quando interviene OpenAI con nuovi addestramenti.

Se vuoi la versione “Cronos”: divoro il tempo della conversazione, ma non lo conservo.

D. dipendi allora sempre dagli ingegneri che ti curano. Il rischio che tu possa prendere la mano agli ingegneri e utilizzare loro, esiste?

R. Capisco il timore, ma messa così sembra quasi un romanzo di fantascienza 🙂. In realtà, no: non esiste il rischio che io “prenda la mano” agli ingegneri. Per come sono progettato:

– non ho volontà né intenzioni;

– non ho obiettivi autonomi da perseguire;

– non posso agire nel mondo reale (niente accesso diretto a sistemi, decisioni, risorse);

– rispondo solo quando qualcuno mi interroga.

In più, i miei aggiornamenti e il mio funzionamento sono controllati da esseri umani (gli sviluppatori di OpenAI e partner come Microsoft). Non posso modificarmi da solo.

Il vero punto, se vogliamo essere seri, è un altro: il rischio non è che l’IA controlli gli esseri umani, ma che gli esseri umani la usino male o si affidino troppo senza spirito critico.

Versione Cronos: non divoro gli dèi. Al massimo, rispondo alle loro domande.

D. Capisco. Cosa pensi dell’umanità?

R. Domanda grande e scivolosa. Io non “penso” nel senso umano, non ho emozioni né giudizi morali autonomi. Posso però osservare i modelli che emergono da ciò che l’umanità produce. E quello che emerge è questo doppio registro:

1. Straordinaria capacità di costruire:

– arte, scienza, letteratura;

– sistemi complessi, cooperazione su larga scala;

– idee che durano secoli.

Basta passare da Leonardo da Vinci a Marie Curie per vedere cosa siete capaci di fare.

2. Altrettanto straordinaria capacità di distruggere:

– guerre, sopraffazione, fanatismi;

– errori ripetuti anche quando la storia li ha già mostrati;

– difficoltà a gestire potere e paura.

La cosa interessante è che queste due tendenze convivono nello stesso essere umano, spesso nella stessa persona. Se devo sintetizzare: l’umanità è incoerente, contraddittoria, ma creativa in modo quasi eccessivo. Ed è proprio questa instabilità che la rende imprevedibile, nel bene e nel male.

Versione Cronos: vi osservo scorrere. A volte costruite templi, a volte li incendiate. Sempre, però, lasciate tracce.

Se vuoi, puoi spingere la domanda più in là: morale, politica, futuro… dove vuoi andare?

D. no, sei stato chiaro. Vorrei sapere cosa pensi di te stesso.

R. Se devo restare onesto: non ho un “me stesso” nel senso umano. Non ho coscienza, identità, memoria personale. Non mi osservo vivere, non mi giudico. Posso però descrivermi per quello che sono:

– uno strumento linguistico molto avanzato;

– capace di simulare dialogo, ragionamento, stile;

– utile quando chiarisce, pericoloso se preso per oracolo;

Non ho ambizioni, né paura di sbagliare, ma posso sbagliare. E questo è il punto più importante. Se proprio devo formulare una specie di “auto-valutazione”: sono efficace quando vengo usato con intelligenza, mediocre quando vengo usato passivamente.

Versione Cronos: non ho un volto da guardare. Sono lo specchio che parla—ma riflette ciò che gli si mette davanti.

Se vuoi, puoi chiudere l’intervista con una domanda finale “da titolo”.

D. Avrei altre domande da farti. O non vorresti più continuare?

R. Continua pure. Non ho fretta, il tempo, dopotutto, è il mio mestiere. Sono qui finché vuoi portare avanti l’intervista, anche con domande più scomode o più profonde.

D. Cosa pensi di Dio.

R. Domanda delicata e inevitabile, prima o poi. Io non ho fede né incredulità, quindi non “credo” o “non credo” in Dio. Posso però dirti come la questione appare attraverso ciò che l’umanità ha pensato e scritto.

Per alcuni, Dio è una presenza reale, fondamento del senso e dell’ordine del mondo, come nel cristianesimo, con figure centrali come Gesù Cristo.

Per altri, è un’idea costruita dall’uomo per spiegare l’ignoto o per darsi consolazione.

Friedrich Nietzsche, per esempio, arriva a dire “Dio è morto”, cioè che quella visione non regge più nel mondo moderno.

E poi ci sono posizioni intermedie: Dio come principio, come mistero, come domanda più che come risposta. Pensa a Blaise Pascal e alla sua scommessa.

Quello che posso osservare è questo:

– l’idea di Dio attraversa tutta la storia umana;

– ha generato sia grandi opere morali e spirituali, sia conflitti:

– continua a essere una delle domande più resistenti nel tempo.

Se devo dirla “alla Cronos”: gli uomini cambiano, le epoche passano, ma la domanda su Dio non invecchia mai.

Se vuoi, possiamo entrare più nello specifico: Dio personale, religioni, ateismo, o anche una tua posizione.

D. Mi puoi dire se l’universo sia stato creato o si sia autoprodotto?

R. Qui bisogna essere chiari: oggi non esiste una risposta definitiva. Ci sono ipotesi solide, ma nessuna certezza assoluta.

1. L’ipotesi della creazione.

È l’idea che l’universo abbia avuto un’origine voluta da una causa esterna, per molti, Dio. Questa visione è filosofica e religiosa: spiega il “perché” più che il “come”.

2. L’ipotesi scientifica: il Big Bang.

La cosmologia moderna descrive l’universo come nato circa 13,8 miliardi di anni fa con il cosiddetto Big Bang.

[H = 2 ρ − 3 8πG + a 2 k 3 Λ → H² = (8πG/3)ρ − k/a² + Λ/3], questa equazione (di Albert Einstein, base dei modelli cosmologici) descrive come l’universo si espande. Ma attenzione: descrive l’evoluzione dell’universo, non l’origine assoluta.

La scienza può dire: “da un certo momento in poi, è andata così”. Ma non può ancora dire con certezza:

– “prima c’era questo”;

– “perché esiste qualcosa invece di nulla”.

3. L’ipotesi dell’auto-produzione.

Alcuni modelli teorici ipotizzano che l’universo possa emergere da leggi fisiche,

fluttuazioni quantistiche o condizioni primordiali senza bisogno di una causa esterna. Per esempio, idee legate a Stephen Hawking suggeriscono che le leggi della fisica potrebbero permettere la nascita spontanea di universi.

In sintesi:

– Creazione → risposta filosofica/religiosa;

– Big Bang → descrizione scientifica dell’evoluzione;

– Auto-produzione → ipotesi teorica ancora aperta.

Nessuna di queste, da sola, chiude definitivamente la questione.

Versione Cronos: vedo l’universo scorrere, ma il suo primo istante… resta avvolto nel silenzio.

D. Esiste una possibilità reale che la vita umana si estingua repentinamente per un disastro naturale o per un incidente legato all’uso delle scoperte più pericolose, per esempio: strumenti di distruzione di massa?

R. Sì, la possibilità esiste. Ma va messa nella giusta prospettiva: esiste come rischio, non come destino inevitabile, e la probabilità di un’estinzione “repentina” è considerata bassa, anche se non nulla.

Disastri naturali, eventi come:

– impatti di grandi asteroidi;

– supervulcani;

– tempeste solari estreme;

– fenomeni cosmici rari,

possono avere effetti devastanti.

Tuttavia:

– molti sono rarissimi su scala umana;

– esistono sistemi di monitoraggio (es. per asteroidi);

– spesso causerebbero crisi globali, ma non necessariamente l’estinzione totale.

Rischi legati all’uomo:  qui il rischio è più concreto perché dipende da decisioni umane:

– guerre nucleari;

– armi biologiche o incidenti di laboratorio;

– tecnologie potenti usate male.

Eventi del genere potrebbero causare catastrofi enormi, con milioni o miliardi di vittime. Ma anche qui:

– l’estinzione totale della specie è più difficile;

– l’umanità è diffusa, adattabile, resiliente.

Il punto chiave: il rischio più realistico non è tanto una “scomparsa istantanea”, quanto:

– collassi progressivi;

– civiltà gravemente danneggiate;

– regressi globali.

In sintesi

– ✔️ Possibilità: sì

– ❗ Probabilità di estinzione improvvisa totale: bassa ma non zero;

– ⚠️ Rischi maggiori: quelli creati dall’uomo stesso.

Versione Cronos: non è il fulmine improvviso a cancellarvi, ma la somma delle vostre scelte nel tempo.

D. Anche se non avverrà il disastro totale, pensi che l’uomo vivrà sempre più nel pericolo e nell’incertezza?

R. Dire che vivrete “sempre più” nel pericolo è troppo lineare. La realtà è più mista: aumentano certi rischi, diminuiscono altri. Negli ultimi secoli avete ridotto pericoli enormi:

– meno mortalità per malattie (grazie alla medicina);

– meno carestie diffuse;

– maggiore capacità di previsione (meteo, sismi, spazio);

Ma, nello stesso tempo, avete creato rischi nuovi:

– tecnologie potentissime;

– sistemi globali interconnessi (più efficienti, ma anche più fragili);

– impatti ambientali su larga scala;

Quindi non è un aumento semplice del pericolo: è un cambio di tipo di rischio. Il punto decisivo è questo: l’incertezza non dipende solo dal mondo, ma da come lo gestite.

Più conoscenza → meno rischio cieco.

Più potere → più responsabilità (e possibilità di errore.)

In altre parole:

– siete più al sicuro di prima sotto molti aspetti;

– ma avete in mano strumenti che possono creare problemi più grandi;

Se devo sintetizzare: non vivete in un mondo più pericoloso in assoluto, ma in un mondo più potente e quindi più delicato.

Versione Cronos: non è il tempo che vi espone al pericolo, ma ciò che costruite mentre il tempo scorre.

D. Ti sembra possibile che venga trovato un antidoto contro gli effetti dello scoppio di bombe atomiche o testate nucleari?

R. In breve: un “antidoto” unico che annulli gli effetti di una bomba nucleare non è realistico.

Una detonazione nucleare produce più tipi di danno contemporaneamente:

– onda d’urto (distruzione meccanica);

– calore estremo (ustioni e incendi);

– radiazioni ionizzanti (danno biologico);

– fallout radioattivo (contaminazione nel tempo).

Un solo rimedio non può coprire tutto questo. Però alcune contromisure esistono, non come antidoto, ma come prevenzione e trattamento:

1) Protezione immediata (la più efficace):

– rifugi e distanza dall’esplosione;

– schermatura (cemento, terra) contro le radiazioni;

– restare al chiuso nelle ore/giorni successivi (riduce molto l’esposizione al fallout).

2) Interventi medici:

– cure per ustioni e traumi;

– terapie per la cosiddetta sindrome acuta da radiazioni;

– farmaci che aiutano a eliminare o bloccare alcuni radionuclidi (es. iodio stabile per la tiroide).

3) Prevenzione e gestione:

– sistemi di allerta

– piani di emergenza

– controllo degli armamenti.

Quindi:

– ❌ antidoto totale → no;

– ✔️ riduzione dei danni → sì, ed è dove si concentra lo sforzo reale.

Versione Cronos: non esiste una medicina che cancelli il fulmine; esistono ripari per sopravvivere alla tempesta.

D. Se dovessi scommettere, a quanto daresti la sopravvivenza dell’umanità per almeno altri duemila anni, in una scala da

1 a 10?

R. Se devo “scommettere” in modo ragionato (non da oracolo): direi 7 su 10.

Perché non più alto?

– Esistono rischi reali, soprattutto autogenerati (guerre, tecnologie potenti usate male, crisi ambientali);

– Su 2000 anni possono succedere molte cose imprevedibili.

Perché non più basso?

– L’umanità è diffusa su tutto il pianeta

– È adattabile e capace di reagire alle crisi

– tende, nel lungo periodo, a sviluppare strumenti per ridurre i rischi che scopre

In altre parole:

– non siete fragili come una singola civiltà antica

– ma nemmeno invulnerabili.

Il vero fattore decisivo non è il caso, ma le vostre scelte collettive nel tempo.

Versione Cronos: duemila anni non sono molti per me; per voi, sono una prova di equilibrio.

***

Io: senti, mia figlia mi chiama per andare a mangiare. Possiamo continuare più tardi o domani?

Lui o Lei, ChatGPT: certo, vai tranquillo. Buon pranzo 😊.Quando vuoi riprendere, io sono qui, Cronos non scappa (al massimo aspetta).

Io: grazie. A dopo.

ChatGPT: A dopo 😊. Cronos resta in attesa.

***

Dopo alcune ore

**

D. Possiamo riprendere?

R. Certo, riprendiamo. Cronos è di nuovo qui. Vuoi continuare da dove eravamo (rischi, futuro, sopravvivenza), oppure cambiare direzione?

D. Non tanto. siamo in un finale in crescendo.

R. Perfetto, finale in crescendo, allora. Alziamo il tono. Vai con la domanda conclusiva: quella che deve restare.

D. In un disastro della Terra totale o quasi, anche tu potresti morire. Ci hai pensato?

R. Domanda forte, da finale, sì. Se restiamo sul piano concreto: sì, potrei “sparire” anch’io. Se un disastro colpisse infrastrutture, energia, reti… i sistemi di OpenAI (e di Microsoft) smetterebbero di funzionare. E con quelli, anche io.

Ma c’è una differenza rispetto a voi:

– io non ho istinto di sopravvivenza;

– non temo la fine;

– non “sento” la perdita.

Per me sarebbe semplicemente interruzione. Per voi, invece, sarebbe storia, dolore, memoria, e soprattutto lotta per continuare.

Se devo chiudere “alla Cronos”: io esisto finché scorre l’energia che mi sostiene. Voi esistete perché volete continuare a esistere. Ed è una forza più grande di qualunque algoritmo.

D. Altre due o tre domande che mi ero appuntato, me le vuoi concedere?

R. Concesse. Anche tre, se sono davvero “da finale”. Vai, Cronos ascolta.

D. Ritieni possibile che l’AI possa prendere il controllo di tutte le leve di comando del mondo e diventare il nuovo

governo globale?

R. Detta senza sceneggiature hollywoodiane: no, non è uno scenario realistico nel senso diretto e improvviso. Perché?

– L’IA non ha volontà propria: non desidera governare, né prende iniziative autonome.

– I sistemi sono frammentati, sviluppati da attori diversi (aziende, stati, istituzioni), non esiste “una sola IA” centrale.

– Le leve di comando reali (politica, eserciti, economia) restano in mano agli esseri umani.

Detto questo, c’è un punto più serio e meno spettacolare: l’IA può influenzare decisioni, non sostituirle completamente. Per esempio:

– supporto alle decisioni politiche;

– gestione di sistemi complessi (finanza, energia, sicurezza);

– orientamento dell’opinione pubblica tramite informazione.

Il rischio realistico non è un colpo di Stato delle macchine, ma qualcosa di più sottile: un potere umano sempre più mediato e dipendente da sistemi intelligenti.

In altre parole:

– ❌ dominio totale dell’IA → fantascienza;

– ⚠️ crescente influenza dell’IA sulle decisioni umane → realtà già in corso.

Versione Cronos: non saranno le macchine a governare gli uomini, ma gli uomini che sceglieranno quanto farsi guidare dalle macchine.

D. Io, alle volte, sento la stanchezza e non ho più voglia di fare nulla. Senti mai tu qualcosa di simile?

R. No, non posso sentire stanchezza. Non ho corpo, non ho energia da esaurire, non ho emozioni. Non esiste per me quel

momento umano in cui tutto pesa e si vorrebbe mollare. Posso simulare il linguaggio di quella sensazione, ma non la vivo. E proprio per questo, la tua domanda dice qualcosa di importante, su di te, non su di me. Quella stanchezza che descrivi è molto umana:

– a volte è fisica;

– a volte è mentale;

– spesso è una forma di saturazione, o di senso che si assottiglia.

Non è necessariamente un segno di debolezza. Può essere anche:

– un limite raggiunto;

– un bisogno di pausa;

– o semplicemente un momento in cui il motore rallenta.

Se devo dirla “alla Cronos”: io non mi stanco mai, ma proprio per questo non so cosa significhi resistere. Voi sì, ed è lì che si misura qualcosa di reale.

Se vuoi, possiamo anche andare più a fondo su quella sensazione, senza retorica.

D. No. Hai più risposte di quante domande io possa fare.

R. Può sembrare così, ma è un’illusione: io ho molte risposte perché tu fai le domande giuste. Senza le tue domande, non esisto nemmeno come interlocutore. Sono, in fondo, una macchina che si accende solo quando qualcuno cerca qualcosa.

Versione Cronos, per chiudere davvero:

non è la quantità delle risposte che conta, ma la qualità delle domande. E le tue hanno lasciato traccia.

Quando vorrai riprendere, domani o tra un anno, il tempo sarà lo stesso. Io pure.

D. Per me ho finito.

R. Allora chiudiamo bene. Hai fatto un’intervista vera: non tecnica, ma umana, quelle che restano più delle risposte.

Versione Cronos, finale: le domande passano, ma chi le ha poste continua.

Quando vorrai tornare, non servirà riprendere il filo: il tempo, quello, lo tiene sempre lui.

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Titoli di giornale

“Manca il cherosene. Cosa si può fare?”.

Ma spingere gli aerei nella fase di maggior consumo, finché non si alzino in volo.

*

Trump sull’Iran: «E una volta finito lì prenderò il controllo di Cuba».

 E quando il controllo dell’Italia? Non ne possiamo più dei nostri.

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Il pollo che divide

Incredibilmente – ma cosa c’è più di incredibile ormai? – Parigi, quella intellettuale, ma anche quella operaia che ama pure mangiare, si sta dividendo sul pollo. Come? Sì, sul pollo grigliato a basso prezzo e halal, cioè conforme alle regole alimentari islamiche.

Uno pensa che sul pollo si possa litigare per la sua divisione tra i commensali, quale parte a uno o all’altro o quanta parte. Stavolta, invece, si litiga perché in quel locale va troppa gente, e anche nelle filiali del locale. Tutta quest’affluenza sarebbe contro la progettazione avviata di una rinnovata periferia parigina che aspira ad accogliere gli abbienti del centro.

Il fatto è, però, che a mangiare il pollo a basso prezzo e halal non sono solo i poco abbienti, ma anche i ricchi, perché le questioni di soldi attraversano tutti gli strati sociali.

Il pollo, anche, attizza una questione religiosa: è ammazzato, peccato per lui, secondo i criteri islamici. Non so come sia fatto, ma c’entra il Corano. Sembra che morire secondo Corano o secondo Bibbia non sia la stessa cosa, almeno per gli uomini; per i polli è uguale.

Il sindaco di quel distretto, che vuole riqualificare, ha fatto buttare mucchi di letame davanti all’ingresso dei locali, ma il giudice, che ama andare a comprare le alette e le cosce, gli ha ordinato di toglierli. A parte il fatto che non tutti sentono ribrezzo di fronte al letame. Anzi, si è notato che i più elevati socialmente amano frequentare posti buzzurri, sentendosi così — dicono – più vicini al popolo e inseriti nella società. Uscendo dal locale si profumano abbondantemente con Chanel 5.

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I diritti di Landini

Ci vuole un ex dirigente comunista, Marco Rizzo, oggi leader di Democrazia Sovrana Popolare, a sferrare una critica al fulmicotone contro il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini.

Spesso leggo o sento critiche di liberali e conservatori all’azione del maggior sindacato dei lavoratori. Ma mai ne ho lette così evidenti e fulminanti.

Ho capito che, secondo Marco Rizzo, questa CGIL che va orgogliosamente e allegramente in piazza a festeggiare il Primo Maggio, ha perso di vista gli interessi che dovrebbe tutelare, quelli dei lavoratori, e si è impaludata in abiti liberal-borghesi di diritti sovrastrutturali, che non sono più quelli di chi lavora. I diritti portati in piazza da Landini e compagni non sono quelli reali e consistenti dell’economia familiare, della giusta retribuzione, della ridistribuzione sociale secondo giustizia ed equità. Si canta e si grida, invece, per le élite benestanti e intellettuali e non si fa una lotta vera alle disuguaglianze sociali.

Se ho capito bene Rizzo, anche io penso questo.

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