Dio e le guerre

Il presidente turco Erdoğan ha celebrato la fine del Ramadan con parole solenni e con lodi al suo Dio. È un gesto naturale: ogni civiltà, quando chiude un tempo sacro, torna a rivolgersi a ciò che considera superiore, chiedendo protezione e conferma.

Fin qui nulla di nuovo. Ma subito dopo, nelle sue dichiarazioni, è affiorato qualcosa che appartiene a un’altra epoca. Erdoğan ha auspicato la fine dello Stato di Israele, ed ecco che la scena si sposta. Non siamo più nel mondo delle diplomazie, delle alleanze e delle mediazioni. Siamo in un territorio più antico, in cui la guerra cerca una giustificazione nel cielo.

È difficile non pensare alle crociate. Anche allora si combatteva per interessi concreti, ma si diceva di farlo per Dio. Si partiva con il nome di Dio sulle labbra e con le armi in mano. Si ringraziava per le vittorie e, con la stessa naturalezza, per le stragi.

Quando la guerra viene sacralizzata, cambia natura. Non è più una questione politica, ma un destino. Non è più negoziabile, perché ciò che viene attribuito a Dio non si discute.

È questo che rende inquietanti certe parole. Non tanto il contenuto politico – che può essere giudicato, accettato o respinto – quanto il modo in cui viene rivestito. L’idea che Dio possa essere chiamato a sostenere l’eliminazione di uno Stato non appartiene a una religiosità raffinata, ma a una religiosità primitiva.

Questa tentazione non riguarda solo una cultura o un’area geografica. È universale. Ogni civiltà, quando si sente forte o minacciata, tende a portare Dio dalla propria parte. È un riflesso antico: se Dio è con noi, allora noi abbiamo ragione.

Ma Dio, se esiste, non può essere arruolato come un alleato militare. Non può diventare il garante delle nostre decisioni politiche.

Quando questo accade, non è Dio che entra nella storia. È la storia che si traveste da Dio.

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Il perché delle guerre

Le guerre si spiegano spesso male perché si guardano le apparenze e non i meccanismi profondi che le generano. Tra questi, uno dei meno considerati è il fatto che ogni istituzione tende a perpetuare sé stessa e ad accrescere la propria importanza.

L’esercito non fa eccezione. È un organismo permanente degli Stati, e come ogni organismo ha bisogno di nutrimento per crescere. Questo nutrimento non gli viene dato controvoglia: la società lo produce, perché dall’apparato militare ricava lavoro, industria, sviluppo.

Si crea così un circolo che appare virtuoso ma non lo è: l’esercito ha bisogno della società per esistere e la società ha bisogno dell’esercito per produrre. In questo scambio continuo, entrambi si rafforzano.

Ma un esercito, per restare tale, deve essere più forte degli altri. Ha quindi bisogno di armi sempre nuove, di tecnologie aggiornate, di industrie che le producano. E queste armi, a un certo punto, devono essere usate. Non basta accumularle: occorre provarle.

La guerra diventa allora non solo un evento politico, ma una possibilità funzionale al sistema. È il momento in cui ciò che è stato costruito viene verificato.

Ecco perché le guerre, oltre alle cause dichiarate, hanno anche una loro logica interna. Una logica fredda, che lega economia, politica e organizzazione militare.

Gli altri motivi esistono, e sono molti. Ma questo meccanismo li accompagna sempre, come una corrente sotterranea che non si vede e tuttavia spinge.

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