Ha vinto l’altro Paese

Nella sua prima intervista dopo le dimissioni da presidente dell’ANM, Cesare Parodi riconosce che alcune modifiche sono necessarie, soprattutto riguardo ai criteri di nomina negli uffici direttivi dei magistrati.

Null’altro: tutto il resto, evidentemente, per lui andrebbe bene.

Se anche gli altri magistrati aderenti alla sua associazione o i magistrati tutti ritenessero che bastino queste poche modifiche, vuol dire che non hanno capito quanto siano distanti dalle aspettative dello stato democratico.

Ma hanno vinto, si dirà. Certo, hanno vinto contro il Paese migliore, che non voleva penalizzare la magistratura, ma voleva migliorarla e renderla più moderna e vicina alle grandi liberaldemocrazie occidentali.

Ha vinto la parte più ottusa e retrograda del Paese, e l’esito di questo referendum peserà ancora a lungo, come palla al piede della nazione.

Fra poche ore

Mentre scrivo non ho notizie di exit poll vietati e attendo con una certa apprensione l’esito del voto, dopo le 15. Intanto, penso. Spero, ma non ne sono sicuro, che vinca il Sì. Sostenevano che se l’affluenza fosse maggiore il Sì avrebbe più chance. Spero, allora.

Si tratta di un referendum che può spezzare un’epoca lunga più di un secolo e mezzo, quanto ne passa dall’Unità d’Italia ad oggi. L’unicità delle carriere dei magistrati inquirenti e dei magistrati giudicanti esisteva nel regime postunitario ed ha attraversato indenne il Fascismo e la Repubblica. Mentre, in tempi più o meno antichi, gli altri stati europei sceglievano la separazione delle carriere, il nostro Paese è rimasto fermo; con esso, in Europa, solo la Grecia.

Teoricamente, a giuristi avveduti e non falsi, la riforma Nordio dovrebbe apparire il completamento del processo accusatorio introdotto con il nuovo cpp.

Perché non si fece allora, nel 1989? Sopraggiunse Tangentopoli e non fu più possibile, data la rottura che si verificò tra la politica e la magistratura, che invase platealmente il campo della politica. La procura della Repubblica di Milano condizionò i governi, il Parlamento e fece dimettere ministri. Stabiliva essa, con i magistrati rossi, cosa il Parlamento potesse approvare.

Passata Tangentopoli, nel mirino della magistratura rossa entrò Berlusconi e per altri decenni non si poté completare il quadro del processo accusatorio, che anche la sinistra auspicava. Ora, l’iniziativa di modificare la giustizia in certi suoi aspetti l’ha presa il centrodestra e alla sinistra è sembrato uno scorno. Per gelosia e stupidità si è opposta.

Fra poche ore sapremo se crolleranno i privilegi di un secolo e mezzo di certi magistrati impuniti, o se il Bel Paese diventerà anche in questo liberaldemocratico.

Il testamento del Cav. Genna

Il testamento fu ricevuto a Roma nel 1950, un anno prima che il barone Spanò ne portasse copia a mio zio, notaio Pellegrino, per farne un verbale ad uso proprio, in qualità di esecutore testamentario. Tra la redazione dell’atto romano e la copia depositata a Marsala passò circa un anno, durante il quale morì il Cavaliere.

Nel testamento si dichiarava, fin dall’inizio, che il valore del patrimonio ammontava a 50 milioni di lire. Una cifra largamente inferiore al valore reale, verosimilmente indicata per contenere l’imposta di successione. Già dall’elenco dei soli beni immobili si può stimare che, nel 1950, anno della morte del testatore, il patrimonio immobiliare raggiungesse oggi un valore di diversi miliardi di euro.

Il Cavaliere nominò erede universale il vescovo pro tempore di Mazara del Vallo, Di Leo. I beni mobili erano ingentissimi, ma nel testamento non se ne indicava il valore. Ricordo che mio zio ne fece l’inventario: vennero verbalizzati interi bauli pieni di monete antiche, ori e argenti, oltre a numerosi oggetti d’arte. A ciò si aggiungevano conti correnti, titoli di credito e libretti postali di rilevante entità. Tutto passò all’erede universale, salvo i legati particolari.

La decisione sorprende, considerando che il Cavaliere aveva discendenti da parte di sorella. Non si sposò mai e non ebbe figli riconosciuti, anche se in città circolava la voce di un figlio naturale avuto dalla moglie del suo autista. Il giovane, si diceva, gli somigliava molto. Tuttavia, ufficialmente, il Cavaliere risultò sempre senza prole.

Cresciuto nella bambagia, quale esponente della più ricca famiglia marsalese, sviluppò fin da giovane una personalità segnata da timori e piccole fobie. Evitava di stringere la mano per paura delle infezioni e, se costretto, si affrettava a lavarsi e disinfettarsi. I genitori lo affidarono presto a un confessore personale, padre Laviano, che finì per esercitare su di lui un’influenza decisiva.

La sorella del Cavaliere sposò il Cavaliere Scipione Spanò, dal quale ebbe due figli, Isidoro e Giovanni. A lei spettò l’ala destra del palazzo di famiglia e un vasto patrimonio terriero, comunque inferiore a quello assegnato al fratello. Il marito, uomo esuberante e dissipatore, consumò gran parte delle ricchezze familiari tra viaggi, donne e cattiva amministrazione.

Benedetto Genna, invece, rimasto solo dopo la morte dei genitori, visse sempre più isolato sotto la guida del confessore. Padre Laviano ne orientava ogni scelta, anche nelle piccole cose. Persino il ballo, praticato nelle occasioni mondane del tempo, gli veniva sconsigliato: avrebbe potuto nuocere alla sua salute e, soprattutto, esporlo a contatti ritenuti sconvenienti.

Così, giunto alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo più ricco di Marsala e tra i più ricchi di Sicilia si trovò di fatto prigioniero del suo direttore spirituale, che lo allontanò progressivamente dai parenti. D’intesa con il vescovo, lo condusse infine a Roma, dove venne redatto il testamento che segnò la sorte del suo patrimonio.

Esecutore testamentario fu nominato il barone Scipione Spanò Sala, residente nel palazzo accanto al vecchio ospedale. Probabilmente fu questa l’unica decisione presa autonomamente dal Cavaliere. Il resto delle disposizioni sembra essere stato suggerito dal confessore per conto del vescovo.

Al barone spettarono un pianoforte a coda di valore, il rimborso delle spese sostenute e un compenso di centomila lire, da erogarsi dopo la morte del testatore. Tuttavia, anche lui si rivelò un cattivo amministratore: vendette presto il pianoforte e, successivamente, anche il palazzo di piazza San Francesco, per far fronte alle proprie difficoltà economiche.

Il palazzo fu acquistato dall’ufficiale sanitario del Comune di Marsala, divenuto facoltoso grazie a pratiche poco limpide. Il barone, ormai quasi in miseria, fu infine assunto come direttore di sala al Circolo Lilybeo, dove percepì uno stipendio fino alla morte. Prima di quell’incarico passava le giornate sulle poltrone del circolo; poi, divenuto direttore, si limitava a vigilare sul lavoro dei camerieri. Non aveva mai lavorato davvero. I soci più anziani gli offrirono quell’impiego come forma di aiuto.

La parte principale dell’eredità andò al vescovo: il palazzo di via Frisella, la villa Biesina con le terre circostanti, centinaia di ettari di ex feudi e tutto il patrimonio mobiliare residuo. Ai nipoti furono assegnati circa quattrocento ettari. Essi intentarono causa per circonvenzione, ma preferirono poi un accordo bonario.

Anche i dipendenti e gli amministratori ricevettero legati tra le 50.000 e le 100.000 lire. L’autista ebbe nove ettari di ottima terra; il confessore più di venti.

Il vescovo Di Leo e il suo successore vendettero in seguito parte dei beni: la villa al Comune di Marsala e la salina Genna al cavaliere del lavoro Paolo Pellegrino, i cui eredi la detengono ancora oggi.

La saga familiare si conclude qui. Ricordo che Benny, figlio di Isidoro Spanò, è morto qualche anno fa a Roma, dove gestiva con la moglie un campo da tennis. Della sorella, sposata a un notaio, non ho più notizie.

Resta il dubbio se il vescovado mantenga ancora l’istituto Antonietta Genna Spanò per le ragazze in difficoltà, come nelle intenzioni del ricco e singolare testatore.

Dio e le guerre

Il presidente turco Erdoğan ha celebrato la fine del Ramadan con parole solenni e con lodi al suo Dio. È un gesto naturale: ogni civiltà, quando chiude un tempo sacro, torna a rivolgersi a ciò che considera superiore, chiedendo protezione e conferma.

Fin qui nulla di nuovo. Ma subito dopo, nelle sue dichiarazioni, è affiorato qualcosa che appartiene a un’altra epoca. Erdoğan ha auspicato la fine dello Stato di Israele, ed ecco che la scena si sposta. Non siamo più nel mondo delle diplomazie, delle alleanze e delle mediazioni. Siamo in un territorio più antico, in cui la guerra cerca una giustificazione nel cielo.

È difficile non pensare alle crociate. Anche allora si combatteva per interessi concreti, ma si diceva di farlo per Dio. Si partiva con il nome di Dio sulle labbra e con le armi in mano. Si ringraziava per le vittorie e, con la stessa naturalezza, per le stragi.

Quando la guerra viene sacralizzata, cambia natura. Non è più una questione politica, ma un destino. Non è più negoziabile, perché ciò che viene attribuito a Dio non si discute.

È questo che rende inquietanti certe parole. Non tanto il contenuto politico – che può essere giudicato, accettato o respinto – quanto il modo in cui viene rivestito. L’idea che Dio possa essere chiamato a sostenere l’eliminazione di uno Stato non appartiene a una religiosità raffinata, ma a una religiosità primitiva.

Questa tentazione non riguarda solo una cultura o un’area geografica. È universale. Ogni civiltà, quando si sente forte o minacciata, tende a portare Dio dalla propria parte. È un riflesso antico: se Dio è con noi, allora noi abbiamo ragione.

Ma Dio, se esiste, non può essere arruolato come un alleato militare. Non può diventare il garante delle nostre decisioni politiche.

Quando questo accade, non è Dio che entra nella storia. È la storia che si traveste da Dio.

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Le ragioni del voto

Parlando con persone che incontro, la ragione principale di coloro che dicono che voteranno Sì consiste nell’osservazione che i giudici – intendono dire pm e giudici – sono irresponsabili. Fanno pure esempi con altre categorie di professionisti o funzionari: medici, ingegneri, avvocati, funzionari. Tutti costoro e ogni lavoratore del braccio o della mente sono sottoposti a responsabilità disciplinare se sbagliano. Solo i magistrati appaiono alla gente esenti da questo tipo di responsabilità e tanti, anche non intellettuali, portano l’esempio di Tortora ingiustamente incarcerato, mentre i suoi persecutori giudiziari sono stati ritenuti meritevoli di progredire nella carriera, fino ad arrivare, nonostante lo scandalo, ai più alti vertici. Gente comune porta altri esempi simili con i quali la loro esistenza si è imbattuta.

Il fronte del No respinge l’accusa che i giudici siano irresponsabili, portando statistiche per le quali sarebbero i migliori d’Europa o del mondo. Ma la convinzione della gente comune non si fa influenzare dalle statistiche, spesso manipolate, e coninua a pensare che bisogna correggere certe anomalie della magistratura.

Il fronte del No sostiene che, se i giudici dovessero essere sottoposti a un peso maggiore di responsabilità, non farebbeno più bene il loro lavoro per timore di sbagliare e di essere sanzionati. Per questo lavorerebbero meno e peggio. Così dicono. Ma non mi convincono.

Diventare magistrato non è un’assegnazione divina, per cui il designato debba accettarla ed essere esentato da rischi. Il magistrato lo fa chi vuole farlo, superando un duro concorso. Potrebbe anche non fare il concorso e nessuno lo obbligherebbe. Ma pretendere di poterlo fare e anche voler essere immuni dalle comuni responsabilità disciplinari che regolano il lavoro di tutte le altre categorie di lavoratori, è come volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Chi vuole fare il giudice lo deve fare responsabilmente, non con la leggerezza e, a volte, il menefreghismo che gli viene da tempi antichi, attraversando Regno, Fascismo e Repubblica, prima e seconda.

Un agricoltore mancato

Nicola Gratteri ha dichiarato di essere un agricoltore infiltrato nella magistratura.

Un vero peccato. Era meglio che restasse agricoltore, con la penuria di braccia che si riscontra.

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Il perché delle guerre

Le guerre si spiegano spesso male perché si guardano le apparenze e non i meccanismi profondi che le generano. Tra questi, uno dei meno considerati è il fatto che ogni istituzione tende a perpetuare sé stessa e ad accrescere la propria importanza.

L’esercito non fa eccezione. È un organismo permanente degli Stati, e come ogni organismo ha bisogno di nutrimento per crescere. Questo nutrimento non gli viene dato controvoglia: la società lo produce, perché dall’apparato militare ricava lavoro, industria, sviluppo.

Si crea così un circolo che appare virtuoso ma non lo è: l’esercito ha bisogno della società per esistere e la società ha bisogno dell’esercito per produrre. In questo scambio continuo, entrambi si rafforzano.

Ma un esercito, per restare tale, deve essere più forte degli altri. Ha quindi bisogno di armi sempre nuove, di tecnologie aggiornate, di industrie che le producano. E queste armi, a un certo punto, devono essere usate. Non basta accumularle: occorre provarle.

La guerra diventa allora non solo un evento politico, ma una possibilità funzionale al sistema. È il momento in cui ciò che è stato costruito viene verificato.

Ecco perché le guerre, oltre alle cause dichiarate, hanno anche una loro logica interna. Una logica fredda, che lega economia, politica e organizzazione militare.

Gli altri motivi esistono, e sono molti. Ma questo meccanismo li accompagna sempre, come una corrente sotterranea che non si vede e tuttavia spinge.

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Confronto televisivo sul referendum

In un raro confronto televisivo abbastanza  obiettivo tra tre famosi giornalisti, sul sito del corriere.it, Massimo Franco, Antonio Polito e il direttore Luciano Fontana hanno spiegato le ragioni del sì e del no al referendum sulla giustizia.

Il  primo ha evidenziato che il sorteggio per l’elezione dei togati nel CSM risponde al criterio grillino dell’uno vale uno e non può essere accettato in questo particolare campo. Come non sarebbe lo stesso, per un malato, farsi operare da un chirurgo scelto a sorte invece che da un altro di sua fiducia.

Antonio Polito, invece, si è chiesto quale sia il danno minore, tra il sorteggio dei magistrati e l’attuale politicizzazione, dannosa ed eccessiva, del CSM.

Secondo il giornalista, facendo un confronto, il danno della politicizzazione sembra maggiore di quello paventato per il sorteggio.

Anche Luciano Fontana ha accettato, concludendo il dibattito, la tesi di Polito e, in più, ha aggiunto che la riforma, con la separazione delle carriere dei magistrati, è stata sempre nei programmi della sinistra, che adesso invece la respinge.

Umberto Bossi exit

È morto Umberto Bossi e si scatena la valanga dei “coccodrilli”, i pezzi preparati in anticipo nelle redazioni dei grandi giornali. L’ultimo ritocco viene fatto a morto ancora caldo, sull’ultimo malore. Mi sembra giusto che un personaggio importante abbia sùbito gli aedi, ma per capire la personalità del defunto nel suo tempo occorrono ancora molti anni, finché gli storici potranno farlo.

Noi, che storici non siamo e nemmeno aedi, possiamo raccontare una certa aria che lo ha avvolto nell’arco della sua lunga vita, divisa in due parti dall’ictus che lo relegò a casa nel 2005.

È stato il fondatore della Lega – movimento e non partito, specificava – nel 1984. L’ha avviata a un grande destino, sia all’opposizione sia nei diversi governi di centro destra e di centro  sinistra. Il movimento aveva nel DNA la specialità e l’autonomia della Padania, questa regione intorno a Po, che lui ha tratto dalle definizioni geografiche e ha fatto assurgere a caratteristica socio-culturale. Contro la Lega c’era il governo centrale corrotto, la Roma ladrona.

Credo che sia stato il primo movimento populista della Repubblica, omessi i partiti della pastasciutta e qualunquisti del dopoguerra.

La carriera pimpante del Senatùr s’intrecciò con alterne vicende con quella del Cavaliere, anche lui lombardo, padano, ma soprattutto quest’ultimo in giacca e cravatta, l’altro in canottiera e maglioni sovrabbondanti.

Il Bossi portò il movimento a una notevole consistenza ideologica e di voti soprattutto nella sua area settentrionale. Dopo, i nuovi venuti, da lui allevati, proposero e ottennero il cambiamento del simbolo e il mutamento della base elettorale, estesa adesso a tutta la penisola. Il malore del 2005 non gli permise di dissentire. In dissenso dal nuovo segretario Salvini, il leader Bossi non avrebbe messo al centro del suo programma la costruzione del ponte sullo Stretto; al massimo, la costruzione di una nuova autostrada per l’Europa.

Viva la guerra!

Un sito specializzato ha fatto il conto di quanto abbia incassato la Corea del Nord per la vendita di proiettili e armi alla Federazione Russa: circa 14 miliardi, che rappresenta quasi metà del prodotto interno lordo, come se l’industria, il commercio e l’agricoltura avessero raddoppiato in un anno la loro produzione. Invece, l’aumento dei ricavi è venuto semplicemente dall’industria bellica e per la guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Questo è un conto venuto allo scoperto, ma ce ne sono altri meno noti e diffusi equamente tra i continenti. Le industrie belliche di tutti i paesi industrializzati hanno fatto il boom, come se tutti producessero cannoni, bombe e proiettili e alla fine fanno tutti boom!

Anche nel nostro Paese, non guerrafondaio da quando è stata approvata la Costituzione, si producono armi che vengono cedute a Israele e all’Ucraina. Di recente abbiamo pure sentito di transazioni di materiale bellico spedito dall’Italia all’Arabia Saudita, che ne ha bisogno per la difesa dai missili iraniani.

L’Iran ha riempito i suoi arsenali con prodotti di fabbricazione nazionale, ma anche con massicci acquisti dalla Russia e dalla Cina. Quest’ultima ha fornito componenti dual use, adatti a uso civile e militare, alla Russia, che li ha usati soprattutto per la componentistica di aerei e carri armati. Ha anche acquistato a buon prezzo il petrolio e il gas siberiano, che in seguito alle sanzioni occidentali è sceso di prezzo.

Potremmo fermarci qui, ma un accenno ai leader è d’obbligo. Da quando si è insediato di nuovo alla Casa Bianca, il patrimonio del tycoon e quello familiare sono lievitati di molto.

Il presidente Putin e i suoi oligarchi, da parte loro, hanno immensi beni personali sia in Russia sia in Europa.

Di quel che avviene in Cina si sa poco, ma si è appreso che un alto ufficiale dell’esercito e del Comitato centrale del Partito è stato messo da parte da Xi Jinping per frodi nelle forniture per l’esercito e truffa ai danni dello Stato. Non si sa altro, ma potrebbe essere il picco dell’iceberg che si vede galleggiare sopra una massa di ghiaccio che non si vede.

E poiché tutto questo avviene in questi tempi di guerre, si può affermare che, almeno per certe industrie e per i leader, finché c’è guerra c’è speranza di fare buoni affari.