Ricordi

Prima e ultima volta, mio padre mi prese con sé per la caccia. Era settembre del passo delle tortore verso l’Africa. Aveva la vecchia doppietta ch’era stata di suo padre, calibro 16 come di moda all’inizio del ‘900. Due tortore volarono da un fico tra i verdi vigneti. Due colpi e caddero. Avevo sentito che era stato un bravo cacciatore. Comfermato! non mi portò più a cccia con sé. Non uscì più a caccia in effetti. Non aveva più il porto d’armi.

In campagna, ragazzino, andai a fare i bisogni dietro il magazzino. MI impaurii vedendo che avevo fatto nero. Andai a chiamare la mamma. Mi disse che era stata la pasta con il nero di seppia. Ogni volta che mi capita di mangiarla, penso sempre a quello.

Una delle poche cose che facevano andare in bestia lo zio Giovannino, era quando, nelle feste a tavola, suo cognato Pietro, racontando di conoscenti deceduti, diceva che il defunto doveva avere “più o meno, l’età di Giovannino”, oppure “qualche anno in meno” o “in più”.

Lo zio Saro era pacifico, ma quella volta si infuriò. Finito di mangiare il secondo di sarde arrostite, bevuto un buon bicchiere di grillo, stava con il braccio destro penzoloni lungo il corpo. La gatta, attratta dall’odore, gli agganciò le dita con gli artigli. Lo zio la inseguì, coltello in resta, per il cortile davanti alla casa.

Dalla finestra della camera, la mattina poco dopo l’alba vedevo sulla trazzera zio Pietro spaccare le foglie delle agavi e metterle a seccare. Secche, le avrebbe legata a due o a tre per stringere i tralci secchi della potatura delle viti.

Ancora l’illuminazione pubblica e l’acqua corrente non erano arrivati in quella campagna. E non si andava a comprare la corda per stringere i tralci. Si facevano le cose come un secolo prima, anche prima di un secolo. Poi arrivò la luce, l’acqua corrente e tutto il resto. Quella contrada convervava il vecchio nome, ma non era più la stessa. Chi non morì, ne valutò le differenze. Rimpianti e miglioramenti nella contemporaneità..

La serva, prima del passaggio d’epoca, ogni mattina, fra le prime cose andava e veniva tante volte dal pozzo all’angolo del cortile, con due secchi per mano. Prendeva l’acqua con la corda sulla carrucola, dentro la cupola del pozzo, e la portava su fino a riempire il serbatoio di ghisa nel bagno del primo piano. Solo poche case di abbienti o villegianti avevano un bagno come noi. Per lo più i residenti andafano a fare dietro le misere casupole.

La casa di mio nonno aveva il nucleo centrale in una torre, con un locale magazzino di fianco. Era una modesta torre settecentesca di avvistamento e di controllo della terra circostante. Prima del 1900 esatto, quando si sposò, fece costruire altri locali al primo pianoe ampliò il piano terra con salottino, camerette, grande soggiorno, cucina, magazzinetto e pollaio. Dietro questi locali recintò l’area di un giardino di settecento mt circa. TRa il giardino e la casa, verso il mare, fece costruire il lungo magazzino, il più grande di quella contrada, con le botti del vino. Lui fino alla morte , negli anni venti del Novecento, la vedova e i sei figli fono alla loro fine vi abitarono durante le vacanze estive. Qualcuno di loro tutto l’anno in vecchiaia.

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