
Calogero non era mai stato in Svezia. A dire il vero non era mai stato nemmeno molto più a nord di Roma, dove una volta era arrivato in gita aziendale e aveva trascorso buona parte della giornata a domandarsi perché i romani chiamassero *coda alla vaccinara* una cosa che, secondo lui, si poteva tranquillamente chiamare coda.
A sessantadue anni, pensionato, vedovo da qualche tempo e con un inglese limitato a okay, coffee e beautiful girl, decise che era arrivato il momento di vedere il mondo.
Scelse Stoccolma.
La prima mattina, uscendo dall’albergo, vide sulla lavagnetta di un bar una scritta: FIKA.
Si fermò.
Rilesse.
FIKA.
«Minchia», pensò. «Questi svedesi sono gente chiara.»
Da buon meridionale di vecchia scuola, Calogero aveva ricevuto un’educazione sentimentale abbastanza elementare: certe cose non si nominavano davanti alle signore, ma si pensavano continuamente. Perciò quella parola esposta pubblicamente, a caratteri enormi, davanti a un locale del centro, gli sembrò la conferma di tutto quello che per quarant’anni aveva sentito raccontare sulla libertà dei popoli nordici.
Entrò.
Dietro il banco c’era una ragazza bionda.
«Fika?» gli chiese sorridendo.
Calogero ebbe un leggero cedimento alle ginocchia.
«Yes.»
La ragazza continuò a sorridere.
«Coffee? Kanelbulle?»
Lui non capì niente, ma a quel punto non gli sembrava elegante tirarsi indietro.
«Sì, sì, tutto», disse.
Cinque minuti dopo si ritrovò seduto davanti a una tazza di caffè lungo e a una brioche alla cannella.
La delusione fu considerevole.
Pensò a una truffa turistica.
Ma durante la giornata cominciò a vedere quella parola dappertutto. Fika nei bar. Fika sui cartelli davanti ai bar. Vide uomini che facevano fika con donne, donne che facevano fika con altre donne, impiegati che alle dieci del mattino interrompevano il lavoro per fare fika tutti insieme.
La sera cercò informazioni con il telefonino e, aiutandosi con il traduttore, scoprì cose che lo lasciarono ancora più turbato.
La fika andava praticata con calma. Meglio non avere fretta. Si poteva fare da soli, ma in compagnia dava maggiore soddisfazione.
Due volte al giorno era considerata una frequenza ragionevole.
E chi non era pratico poteva addirittura affidarsi a un esperto.
Calogero appoggiò lentamente il telefono sul comodino.
«Io qua mi trasferisco.»
Il giorno dopo conobbe Ingrid.
Aveva più o meno la sua età, capelli ormai quasi bianchi, occhi chiarissimi e quel modo quieto degli svedesi di guardarti senza contemporaneamente informarsi su chi fossero tuo padre, tua madre e tuo cognato.
Gli propose una fika.
Calogero, ormai più prudente, domandò:
«Cosa fika?»
«Of course.»
«Ah.»
Ci fu nel suo “ah” tutta la malinconia della delusione.
Sedettero vicino a una finestra. Caffè, dolce alla cannella, poche parole. Ingrid parlava lentamente per farsi capire. Calogero raccontò come poteva della Sicilia, del mare, del sole, delle granite. Lei raccontò della neve, delle giornate cortissime d’inverno, del piacere di fermarsi nel pomeriggio senza fare nulla di necessario.
Rimasero lì quasi un’ora.
E Calogero, che nella vita aveva sempre bevuto il caffè in trenta secondi — spesso in piedi, spesso parlando di lavoro, quasi sempre lamentandosi di qualcosa — scoprì con stupore che si poteva stare seduti davanti a una donna senza doverla conquistare, impressionare o interrogare.
Il giorno dopo Ingrid gli propose un’altra fika.
Poi un’altra ancora.
Alla quarta, Calogero aveva finalmente capito. La fika non era quello che aveva sperato lui.
Ma non era neppure soltanto caffè.
Era tempo concesso all’altro. Era stare vicini senza guardare l’orologio. Era quel piccolo lusso, sconosciuto agli uomini sempre affaccendati, di non avere niente da dimostrare.
Una settimana dopo, alla reception dell’albergo, gli domandarono come gli fosse sembrata la Svezia.
«Bellissima.»
«And the fika?»
Calogero sorrise. Ormai conosceva il significato della parola.
«Sì, sì.»
Fece qualche passo verso l’ascensore, poi tornò indietro.
«Ma il nome potevate sceglierlo meglio.» La ragazza alla reception non capì. Ingrid, accanto a lui, invece sì, e rise.
Calogero pensò che quei vecchi racconti sugli svedesi erano spesso travisati.








