La fika svedese

white ceramic mug with coffee beside stainless steel teapot on brown wooden tray
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Calogero non era mai stato in Svezia. A dire il vero non era mai stato nemmeno molto più a nord di Roma, dove una volta era arrivato in gita aziendale e aveva trascorso buona parte della giornata a domandarsi perché i romani chiamassero *coda alla vaccinara* una cosa che, secondo lui, si poteva tranquillamente chiamare coda.

A sessantadue anni, pensionato, vedovo da qualche tempo e con un inglese limitato a okay, coffee e beautiful girl, decise che era arrivato il momento di vedere il mondo.

Scelse Stoccolma.

La prima mattina, uscendo dall’albergo, vide sulla lavagnetta di un bar una scritta: FIKA.

Si fermò.

Rilesse.

FIKA.

«Minchia», pensò. «Questi svedesi sono gente chiara.»

Da buon meridionale di vecchia scuola, Calogero aveva ricevuto un’educazione sentimentale abbastanza elementare: certe cose non si nominavano davanti alle signore, ma si pensavano continuamente. Perciò quella parola esposta pubblicamente, a caratteri enormi, davanti a un locale del centro, gli sembrò la conferma di tutto quello che per quarant’anni aveva sentito raccontare sulla libertà dei popoli nordici.

Entrò.

Dietro il banco c’era una ragazza bionda.

«Fika?» gli chiese sorridendo.

Calogero ebbe un leggero cedimento alle ginocchia.

«Yes.»

La ragazza continuò a sorridere.

«Coffee? Kanelbulle?»

Lui non capì niente, ma a quel punto non gli sembrava elegante tirarsi indietro.

«Sì, sì, tutto», disse.

Cinque minuti dopo si ritrovò seduto davanti a una tazza di caffè lungo e a una brioche alla cannella.

La delusione fu considerevole.

Pensò a una truffa turistica.

Ma durante la giornata cominciò a vedere quella parola dappertutto. Fika nei bar. Fika sui cartelli davanti ai bar. Vide uomini che facevano fika con donne, donne che facevano fika con altre donne, impiegati che alle dieci del mattino interrompevano il lavoro per fare fika tutti insieme.

La sera cercò informazioni con il telefonino e, aiutandosi con il traduttore, scoprì cose che lo lasciarono ancora più turbato.

La fika andava praticata con calma. Meglio non avere fretta. Si poteva fare da soli, ma in compagnia dava maggiore soddisfazione.

Due volte al giorno era considerata una frequenza ragionevole.

E chi non era pratico poteva addirittura affidarsi a un esperto.

Calogero appoggiò lentamente il telefono sul comodino.

«Io qua mi trasferisco.»

Il giorno dopo conobbe Ingrid.

Aveva più o meno la sua età, capelli ormai quasi bianchi, occhi chiarissimi e quel modo quieto degli svedesi di guardarti senza contemporaneamente informarsi su chi fossero tuo padre, tua madre e tuo cognato.

Gli propose una fika.

Calogero, ormai più prudente, domandò:

«Cosa fika?»

«Of course.»

«Ah.»

Ci fu nel suo “ah” tutta la malinconia della delusione.

Sedettero vicino a una finestra. Caffè, dolce alla cannella, poche parole. Ingrid parlava lentamente per farsi capire. Calogero raccontò come poteva della Sicilia, del mare, del sole, delle granite. Lei raccontò della neve, delle giornate cortissime d’inverno, del piacere di fermarsi nel pomeriggio senza fare nulla di necessario.

Rimasero lì quasi un’ora.

E Calogero, che nella vita aveva sempre bevuto il caffè in trenta secondi — spesso in piedi, spesso parlando di lavoro, quasi sempre lamentandosi di qualcosa — scoprì con stupore che si poteva stare seduti davanti a una donna senza doverla conquistare, impressionare o interrogare.

Il giorno dopo Ingrid gli propose un’altra fika.

Poi un’altra ancora.

Alla quarta, Calogero aveva finalmente capito. La fika non era quello che aveva sperato lui.

Ma non era neppure soltanto caffè.

Era tempo concesso all’altro. Era stare vicini senza guardare l’orologio. Era quel piccolo lusso, sconosciuto agli uomini sempre affaccendati, di non avere niente da dimostrare.

Una settimana dopo, alla reception dell’albergo, gli domandarono come gli fosse sembrata la Svezia.

«Bellissima.»

«And the fika?»

Calogero sorrise. Ormai conosceva il significato della parola.

«Sì, sì.»

Fece qualche passo verso l’ascensore, poi tornò indietro.

«Ma il nome potevate sceglierlo meglio.» La ragazza alla reception non capì. Ingrid, accanto a lui, invece sì, e rise.
Calogero pensò che quei vecchi racconti sugli svedesi erano spesso travisati.

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Della satira, dei Canottieri e della censura

silhouetted rowers in serene water at sunrise
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La satira, in Italia, è un genere letterario che tutti lodano a parole, purché riguardi i vicini di casa o i governanti di Roma. Quando scende le scale e passeggia per le vie del proprio Comune, le cose cambiano repentinamente. Diventa una faccenda sgradita, un disturbo alla quiete pubblica dei salotti.

L’ho sperimentato di recente con la mia ultima fatica, Istruzioni di voto ai marsalesi. Un libello nato con l’intento, spero riuscito, di sorridere delle umane miserie che accompagnano ogni campagna elettorale nostrana. Sapevo che la verità, quando è rivestita d’ironia, sa essere indigesta. Ma la realtà ha superato, come spesso accade, l’immaginazione. Trenta o quaranta copie depositate in libreria si sono scontrate con un muro di silenzio: sei o sette lettori coraggiosi hanno osato acquistarlo, mentre i più hanno preferito la tattica del boicottaggio felpato. Nessuna denuncia – la satira è legalmente controllata — ma un’ostentata, tattica indifferenza.

Il capolavoro della commedia provinciale si è consumato però in estate, al Circolo Canottieri. Quello che dovrebbe essere il tempio dello svago balneare della Marsala “bene” si è trasformato in un fortino di protezione familiare. Il Presidente non ne ha voluto sapere di farmi presentare il libro. Il motivo? Tra le pagine si fa ironia sulla candidata sindaca sconfitta, l’Adamo, legata da vincoli di parentela proprio ai vertici del sodalizio. Il salotto buono ha preferito chiudere le finestre per non far entrare il vento del disincanto.

Ma la scrittura verace non si cura delle barriere dei circoli esclusivi. Ho risposto alla censura nel solo modo che un autore indipendente conosce: allargando il testo, aggiungendo una trentina di pagine sul “giorno dopo”, sul trapasso dei poteri, sulle lacrime degli sconfitti e sulle risate dei vincitori. Una nuova bozza è già in viaggio sui server di Amazon.

La parola tornerà a risuonare presto in altri luoghi. Lì racconterò anche questa piccola avventura dei Canottieri. Perché la satira ha questo di meraviglioso: persino quando tentano di metterla a tacere, i censori non fanno altro che scrivere, a loro insaputa, il capitolo successivo del libro.

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Lo Curto lascia la Lega. La lunga marcia della coerenza

a couple in mediation hearing in a law office
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Eleonora Lo Curto ha lasciato la Lega. Definitivamente, precisa. E quando in politica qualcuno aggiunge «definitivamente», è sempre prudente prendere nota della data.

L’ex deputata regionale ha salutato Matteo Salvini, ma soprattutto Mimmo Turano, con una lunga lettera nella quale non gliele manda a dire. Turano sarebbe stato sleale, avrebbe tradito promesse, non avrebbe rispettato accordi, non si sarebbe dimesso da deputato regionale come, a quanto sostiene Lo Curto, aveva più volte assicurato di fare. Lei invece rivendica lealtà, chiarezza e soprattutto coerenza con la propria storia.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante. Perché la storia politica di Eleonora Lo Curto è effettivamente una storia importante. Talmente importante che per contenerla un solo partito, evidentemente, non è mai bastato.

In circa trent’anni la troviamo nell’area socialista, poi con Rinnovamento Italiano, quindi con Nuova Sicilia, successivamente con il Movimento per l’Autonomia, poi candidata con Forza Italia e approdata al Parlamento europeo, quindi nuovamente nell’area autonomista, più tardi nell’UDC, di cui diventa persino capogruppo all’Assemblea regionale siciliana, e infine, nel 2022, nella Lega.

Adesso dalla Lega è uscita.

Naturalmente non bisogna essere maligni. In politica si può cambiare idea. Anzi, qualche volta è persino consigliabile. Il problema nasce quando si cambia idea così frequentemente da costringere l’elettore a consultare Wikipedia prima di sapere in quale partito si trovi, in quel preciso momento, il proprio rappresentante.

Lo Curto, però, ha una spiegazione che mette tutti tranquilli: «La mia storia politica viene prima di qualsiasi partito».

Su questo è difficile darle torto. I partiti, infatti, passano. La Lo Curto resta.

Passa il PSI, passa Rinnovamento Italiano, passa Nuova Sicilia, passa il Movimento per l’Autonomia, passa Forza Italia, passa l’UDC, passa la Lega. Eleonora permane, come certi monumenti che hanno visto cambiare regni, repubbliche, governi e sindaci senza spostarsi di un centimetro. O quasi. Perché stavolta la rottura con la Lega viene motivata anche politicamente. Lo Curto spiega che il partito continua a essere percepito in Sicilia come espressione degli interessi del Nord; prende le distanze dalla candidatura di Vannacci; manifesta forti perplessità sull’autonomia differenziata; ricorda la propria cultura autonomista e meridionalista.

Tutte osservazioni legittime. Rimane soltanto una piccola curiosità: la Lega era la Lega anche nel 2022, quando Lo Curto decise di candidarsi con quel simbolo.

Lei stessa, del resto, oggi ammette di sapere perfettamente che quel simbolo fosse «inviso a una parte significativa dell’elettorato siciliano» e che Salvini fosse stato percepito per anni come il capo di un partito del Nord ostile al Mezzogiorno.

Ma allora ci credette. Oggi non ci crede più.

La politica, come la fede, conosce le conversioni. Soltanto che San Paolo ebbe bisogno di una sola strada per Damasco; alla politica siciliana, evidentemente, ne servono parecchie.

Il vero punto di rottura, comunque, sarebbero state le ultime amministrative di Marsala. Eleonora Lo Curto ne parla come del momento nel quale avrebbe definitivamente compreso la distanza fra la sua storia, il suo elettorato e il progetto politico rappresentato da Turano. Quelle elezioni non le hanno restituito il risultato politico sperato e oggi, dopo la sconfitta, arriva il divorzio.

Si perde un’elezione e improvvisamente si scoprono differenze culturali che prima erano rimaste nascoste sotto il tappeto. Si resta fuori da un incarico promesso e si comincia a riflettere sui grandi valori. Non arriva la poltrona prevista e ci si accorge che il partito ha smarrito l’anima.

È successo a uomini molto più importanti di noi e continuerà a succedere.

La cosa veramente simpatica è però che Eleonora Lo Curto non dà affatto l’impressione di volere approfittare dell’occasione per ritirarsi a vita privata, dedicarsi ai nipoti, alle passeggiate sul lungomare o alla coltivazione delle ortensie.

Tutt’altro. La lettera sembra più un manifesto di ripartenza che un congedo.

Lei ricorda i cinquemila voti ottenuti alle regionali del 2022, rivendica oltre quaranta milioni di euro di finanziamenti arrivati nel territorio durante la sua attività parlamentare, sottolinea il proprio consenso personale e soprattutto separa con grande cura la propria persona dal simbolo della Lega: gli elettori, sostiene, continuano ad avere fiducia in lei, ma non nel partito. Tradotto dal politichese: io ci sono ancora. Il partito no.

Quale sarà dunque la prossima fermata? Impossibile saperlo. Autonomisti? Moderati? Centrodestra? Centro? Un nuovo movimento civico? Una lista personale? Un ritorno alle origini? In trent’anni di attività politica Lo Curto ha dimostrato di non essere donna da lasciarsi imprigionare dalle sigle. Le sigle sono provvisorie. Eleonora è permanente. Per questo il suo addio alla Lega non andrebbe considerato una conclusione. È soltanto un cambio di capitolo.

Del resto, lei stessa lo scrive: non rinuncerà alla propria storia «per nessuna tessera di partito».

E ci mancherebbe. Sarebbe davvero ingeneroso, dopo averne avute tante, cominciare proprio adesso.

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Le piste ciclabili diventano canali

serene canal view in samsun turkiye
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A Marsala le uscite, le dichiarazioni, le prese di posizione e le lettere ai giornali degli ex amministratori tengono viva l’attenzione della comunità e suscitano interessanti dibattiti.

Così è avvenuto anche ieri, quando l’ex sindaco Alberto Di Girolamo ha affidato ai giornali le sue risentite osservazioni dopo avere constatato che alcune centinaia di metri della pista ciclabile sul lungomare sono state dismesse e trasformate dalla nuova amministrazione in parcheggi per le automobili.

Non si era ancora spento l’eco delle rimostranze dell’ex sindaco — e difficilmente avrebbe potuto spegnersi, essendo trascorse appena poche ore — quando è arrivata puntuale, come le zanzare in autunno, la presa di posizione di un altro, e più recente, ex sindaco: Massimo Grillo.

Grillo, del resto, nelle ultime settimane ha dimostrato di avere ancora parecchie idee per il futuro di Marsala. Qualche tempo fa, così, tanto per restare a galla e ben visibile in attesa di eventuali future candidature — si dice che guardi con interesse all’Assemblea regionale — aveva proposto di recuperare l’antichissimo fossato punico trasformandolo in una sorta di naviglio cittadino.

Un canale percorribile, navigabile e magari anche balneabile, così che cittadini e turisti possano uscire di casa in costume, tuffarsi nel fossato e godersi finalmente una Marsala circondata dall’acqua, quasi una piccola Venezia del Mediterraneo.

Anche quella proposta, naturalmente, aveva suscitato un ampio dibattito.

Adesso Grillo torna sull’argomento acqua, stavolta prendendo spunto proprio dalla protesta del suo ex collega Di Girolamo sulle piste ciclabili.

Perché lasciarle inutilizzate? Perché continuare a discutere se servano ai ciclisti oppure alle automobili?

Con una visione più moderna e, diciamo, multimediale, si potrebbe finalmente superare il problema alla radice: trasformare le piste ciclabili in piccoli canali acquatici. Basterebbe allargarle di qualche metro, scavare un poco più in profondità, impermeabilizzarle e immettervi l’acqua del mare attraverso potenti pompe di sollevamento.

Qua e là potrebbero essere realizzate graziose calette con scalette per entrare nell’acqua e altre scalette per uscirne e raggiungere i diversi tratti della costa.

Il vantaggio sarebbe evidente. Intanto si risolverebbe definitivamente il problema più grave delle piste ciclabili marsalesi: trovare i ciclisti.

Se non arrivano le biciclette, arriveranno almeno i bagnanti. Al posto delle due ruote potremmo vedere ciambelle, materassini, canoe, tavole da surf e piccoli pedalò. E nessuno potrebbe più lamentarsi che le piste restano vuote.

Dove oggi c’è il cartello con la bicicletta basterebbe mettere quello con un uomo in costume.

Marsala potrebbe così vantare non una, ma due Venezie: la Venezia grande del fossato punico e la Venezia diffusa delle ex piste ciclabili trasformate in canali.

Una vera rivoluzione della mobilità urbana. Il cittadino potrebbe uscire di casa in costume, infilarsi nel primo canale disponibile e raggiungere il centro a nuoto. Se poi fosse stanco, potrebbe confluire nel fossato punico e prendere magari una gondola comunale.

Resterebbe soltanto da stabilire il senso di marcia. Perché conoscendo Marsala, dopo qualche settimana nascerebbe certamente una polemica anche su quello: nuotatori troppo lenti sulla destra, sorpassi vietati, materassini in doppia fila e pedalò parcheggiati sulle strisce.

Senza dimenticare il possibile ritorno degli automobilisti. Perché il vero pericolo sarebbe che, dopo avere trasformato le piste ciclabili in canali, qualcuno decidesse un bel mattino di prosciugarne cinquecento metri per farne nuovamente dei parcheggi.

A quel punto Di Girolamo potrebbe scrivere un’altra lettera chiedendo il ripristino delle piste ciclabili; Grillo potrebbe proporre di trasformare i parcheggi in piscine; e un terzo ex sindaco, per non rimanere indietro, suggerire magari una funivia fra Capo Boeo e Favignana.

Marsala avrebbe così finalmente trovato il proprio modello definitivo di sviluppo urbano.

Non importa tanto costruire qualcosa. L’importante è poterla trasformare continuamente in qualcos’altro.

Possibilmente prima delle prossime elezioni.

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L’ultimo ciclista di Marsala

dynamic cyclist in urban night scene
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C’è un uomo che non si arrende. Mentre il mondo combatte contro guerre, inflazione, cambiamenti climatici e intelligenza artificiale, Alberto Di Girolamo combatte per cinquecento metri di pista ciclabile a Marsala.

Li hanno trasformati in parcheggio. Un sacrilegio.

L’ex sindaco ha preso carta e penna e ha denunciato l’accaduto. E bisogna riconoscergli coerenza affettiva: quella pista è un po’ una sua creatura. Magari non è riuscita benissimo, magari ha qualche problema, ma sempre figlia è. Anzi, è lo stesso Di Girolamo a ricordare che fu «realizzata male», che per lunghi tratti era senza cordoli, che in alcuni punti finì praticamente in mezzo alla strada e alle macchine e che risultava «poco utilizzabile per la sua pericolosità».

A questo punto un cittadino semplice potrebbe domandarsi: se era realizzata male, pericolosa e poco utilizzabile, non sarà che quei cinquecento metri trasformati in parcheggio abbiano finalmente trovato una loro vocazione?

No. La pista deve tornare pista. È una questione di principio.

A Marsala ormai la pista ciclabile ha assunto una natura quasi metafisica: non occorre necessariamente che vi passino le biciclette. Deve “esserci”. Come certi monumenti. Nessuno entra nella Piramide di Cheope tutte le mattine, ma nessuno si sognerebbe di trasformarla in autorimessa.

Il problema è che a Marsala, nel frattempo, residenti, turisti e commercianti continuano a nutrire una strana ossessione per i parcheggi. Pretendono addirittura di lasciare l’automobile da qualche parte. Una visione decisamente novecentesca della mobilità. Di Girolamo invece guarda all’Europa. Lo ricorda anche nella sua lettera: nelle città europee si costruiscono sempre nuove piste ciclabili. Ed è vero. A Copenaghen pedalano. Ad Amsterdam pedalano. A Berlino pedalano.

A Marsala siamo ancora nella fase più avanzata del progetto: “costruiamo prima le piste e aspettiamo con fiducia l’arrivo dei ciclisti”. Prima o poi arriveranno. È la programmazione.

Nel frattempo, la pista dello Stagnone ha conosciuto polemiche, code, problemi di circolazione; quella urbana è stata accusata di sottrarre parcheggi e qualcuno ha perfino fotografato ciclisti che, con deplorevole spirito controrivoluzionario, pedalavano sulla strada lasciando libera la pista.

Ma l’ex sindaco non demorde. Adesso chiede anche di collegare la pista esistente con quella dello Stagnone recuperando il progetto di Salina Genna.

Giusto. Quando una cosa funziona male, la prima soluzione che viene in mente è allungarla. È il principio ferroviario applicato alla bicicletta: se il treno deraglia a Castelvetrano, prolunghiamo la linea fino a Palermo.

La parte più bella della lettera è però involontariamente filosofica. Di Girolamo teme che qualcuno possa essersi «alzato la mattina» e avere deciso di trasformare la pista in parcheggio. L’immagine è meravigliosa. Un misterioso dirigente comunale si sveglia, prende il caffè, apre la finestra e dice alla moglie: «Oggi cancello cinquecento metri di pista ciclabile».

«Ma caro, almeno mangia qualcosa».

«Non posso. Devo fare le strisce bianche». E corre in Comune.

Di Girolamo chiede alla nuova sindaca di «ripristinare la legalità e la pista». Le due cose, nella frase, ormai sembrano coincidere.

A Marsala potrebbe dunque nascere un nuovo corpo specializzato della Polizia municipale: “Nucleo tutela piste ciclabili minacciate”. Una pattuglia ogni cinquecento metri. E magari anche un censimento. Non dei chilometri di pista. Dei ciclisti.

Così, quando finalmente ne passa uno, possiamo fermare il traffico, suonare le campane e telefonare all’ex sindaco:

«Dottore, venga subito. Ce n’è uno».

E Di Girolamo, commosso, potrà finalmente rispondere: «Lo sapevo che avevo ragione».

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Nuova vita al fossato punico

drone view of small blue pond on hillside
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Una settimana fa, l’ex sindaco Massimo Grillo ci aveva spiegato che non bisogna giudicare Marsala per quella che è, ma per quella che potrà diventare. Il teatro della Salinella da 800 posti, dunque, non sarebbe fuori scala: è la città che deve crescere fino a raggiungere la scala del teatro. Del resto, l’ex sindaco aveva già posto l’alternativa: guardarsi allo specchio oppure guardare al Mediterraneo. Lui aveva scelto il Mediterraneo.

Poi, però, il Mediterraneo ha presentato il conto.

Secondo la notizia raccontata da Tp24, una facoltosa coppia americana, arrivata a Marsala per trascorrervi quattro giorni, avendo avuto difficoltà nel trovare comodi accessi al mare ha deciso di disdire l’albergo e trasferirsi altrove.

La notizia ha provocato amarezza. Ma non in Massimo Grillo. L’ex sindaco appartiene a quella fortunata categoria di uomini per i quali un problema non è mai un problema: è un progetto che ancora non esiste.

E così, raccolta costruttivamente la critica dei due americani, avrebbe già individuato la soluzione definitiva: riaprire il fossato punico.

Circa 2.500 anni fa il fossato proteggeva sui lati di terra l’antica Lilibeo. Riportandolo in funzione e riempiendolo nuovamente d’acqua di mare, Marsala potrebbe finalmente realizzare il sogno inseguito per secoli: avere il mare praticamente dappertutto.

Altro che scalette. Il turista uscirebbe dall’albergo in costume, attraverserebbe via Roma con l’asciugamano sulla spalla e, pochi minuti dopo, potrebbe tuffarsi nel fossato punico. Ombrelloni lungo le mura, pedalò davanti a Porta Nuova, cabine sulla via XI Maggio. Non sarebbe escluso neppure un piccolo stabilimento balneare davanti a Porta Mazara.

Finalmente la realtà sarebbe costretta a adeguarsi alla visione. Perché questo sembra essere diventato il nuovo principio dell’urbanistica marsalese: se il turista non trova il mare, non bisogna facilitargli l’accesso al mare. Bisogna portargli il mare.

Del resto, perché fermarsi? Se mancano i turisti, costruiremo strutture più grandi per quelli che arriveranno. Se l’aeroporto è lontano, magari un giorno potremo spostare anche Birgi sulle sciare di San Silvestro.

Basta avere ambizione. Durante la presentazione del grande progetto del fossato punico, tuttavia, la nostra fantasia ci suggerisce un piccolo incidente finale.

Mentre l’ex sindaco illustrava una Marsala finalmente circondata dalle acque, con turisti americani felici che si tuffavano sotto le mura puniche, sarebbero entrati discretamente due signori in camice bianco.

«Presidente, dobbiamo andare.»

«Ma che volete mai? Io sono stato sindaco! Sono l’ex sindaco di Marsala!»

«Certamente.»

«Massimo Grillo, ex sindaco! Scrivetelo!»

«Non si preoccupi. La registreremo con tutti i titoli.»

E l’ambulanza si sarebbe allontanata lentamente verso il Manicomio. Almeno quello, per il momento è rimasto al suo posto.

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La nuova politica arborea dell’amministrazione comunale

urban building surrounded by lush trees
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Nel 2026, l’amministrazione comunale di Marsala, colpita da una visione messianica di verde urbano, dichiarò guerra alle palme, giudicate inutili appendici ornamentali, incapaci di mitigare le torride estati siciliane. Le palme caddero, lasciando il posto a un esercito di alberi d’ombra: platani prepotenti, querce ambiziose e carrubi invadenti. I cittadini, estasiati, immaginarono un paradiso fresco e vivibile, senza minimamente considerare l’aggressiva natura degli adolescenti arborei.

Quindici anni dopo, il sogno si trasformò in incubo. I rami, dotati di arti prensili, iniziarono a violare i balconi privati, mentre le radici iniziarono a incrinare la stabilità degli edifici. Marsala, un tempo vibrante, divenne una città silente e deserta: i suoi abitanti, ormai esuli nelle campagne circostanti, lasciarono la loro terra d’origine in balia di una foresta urbana incontrollata, indirizzata da una benevola Provvidenza che aveva deciso l’esproprio proletario della città.

L’amministrazione, per non ammettere il fallimento, continuò imperterrita nella sua politica verde, potando i rami indisciplinati che minacciavano di abbattere palazzi e celebrando trionfalmente la ritrovata freschezza dell’aria.

I residenti, ormai esuli nelle campagne, guardarono alla città e sperarono che il futuro portasse amministratori con meno visione e molto più buon senso.

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Il politicamente corretto

stack of small papers in metal stick
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Il parlare politicamente corretto per obbligo non esisteva una decina di anni fa, quando ho scritto un diario. Ora vorrei correggere gli errori di quel diario e l’ho sottoposto all’editor di Word. Mi sono stati segnalati centinaia di refusi, che mi hanno lasciato allibito per il loro numero e soprattutto per la loro qualità.

Quando ho scritto quel diario c’era in città un sindaco donna, ma ancora non si era fatta stringente la regola che se il sindaco è donna deve essere chiamato sindaca. C’era pure un assessore donna, ed era normale allora chiamarla assessore. Ma ora che ho sottoposto il testo all’aggiornamento non potrei più lasciare scritte le parole come una volta.

Word mi ha avvisato che chiamare sindaco o assessore una donna è discriminatorio e dovrei quindi chiamarla sindaca o assessora.

E così via per tanti altri lemmi. Per esempio, “extracomunitario” potrebbe essere offensivo. Ma non mi suggerisce come sostituirlo. Ho pensato a “cittadino del mondo”, che ve ne pare?

Poi non vi dico la reprimenda che mi ha fatto l’editor quando mi sono permesso di scrivere che una parlamentare aveva due palle così (ce ne sono, ce ne sono).

“Negro” non si può più dire. Quella islamica non deve essere definita “invasione”. Gli islamici si potrebbero sentire mal giudicati.

Il “terzo mondo”, poi, meglio chiamarlo in altro modo per non denigrare miliardi di persone. Dio mio! Comincio ad aver paura di scrivere ancora.

Con il “sesso” o le “relazioni sessuali” andarci con i piedi di piombo. Anche il desiderio di farlo con l’altro sesso può essere conflittuale con coloro che amano farlo con lo stesso sesso. Perché creare disagi nella comunità?

Nemmeno “quaquaraquà”, usato da Sciascia per definire persone di poca qualità, può essere più usato senza temere di demansionare illegittimamente una vasta categoria cittadini, soprattutto politici.

La pulizia morale della città

a man sitting beside the concrete statue
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Incredibilmente la città, dopo le ultime elezioni amministrative, con l’insediamento della nuova amministrazione orientata a sinistra, sta assumendo un aspetto più pulito e moraleggiante. La prima mossa della nuova sindaca è stata di far togliere i sedili da piazza Giacomo Matteotti. Risultava evidente a tutti che talvolta, seduti su quei sedili, italiani ed extracomunitari, regolari e irregolari, stavano ore e ore a guardare il passeggio e soprattutto osservavano i seni e le natiche delle donne. Poiché anche fumavano, talvolta pure spinelli, gettavano poi le cicche per terra, che sommandosi alla plastica dei sacchetti di patatine e delle  bottigliette di aranciata, rendevano il luogo poco frequentabile dalla sciccosa Marsala Bene e dalle candide sue donzelle.

Dopo aver reso più accessibile, e adeguata al suo nome, piazza Giacomo Matteotti, l’altro intervento, preso il mese successivo, è stato  di togliere la panchina che era stata installata davanti al lungomare Boeo, nello spiazzo della chiesa del copatrono della città, San Giovanni. Anche qui il motivo dell’intervento eliminatorio è stato che la panchina veniva utilizzata dagli oziosi e goderecci popolani per sbevazzare e sbaciucchiarsi, anche in gruppi di quattro o sei, fino al limite massimo di capienza della panchina.

Poiché non c’è due senza tre, ora è stato anche eliminato un terzo manufatto, diventato il simbolo della sciatteria e della immoralità locale. Si tratta del grande e inusitato magazzino seminterrato tra la litoranea e il mare nella nuova piazza dell’Unità d’Italia. Parliamo, l’avete capito, del tanto criticato monumento a Garibaldi e ai Mille.

Fin dalla sua costruzione si è notato che la parte posteriore del monumento, quella invisibile da chi sta nella piazza, veniva utilizzato, nelle ore della giornata ma a volte anche della notte, come luogo di decenza di giovani e meno giovani. Era ormai abituale che si andasse  là dietro per scaricare dagli intestini gli abbondanti pasti. Il luogo era diventato talmente noto che non si faceva più differenza tra il monumento e la retrostante latrina. Quando un fremente turista, bisognoso di fare, chiedeva a un marsalese dove trovare una toletta pubblica, la risposta era: “Dietro il monumento a Garibaldi.”

 Finalmente anche questo sconcio è stato eliminato dalla nuova amministrazione. Le ruspe hanno abbattuto la parte sopraelevata del pretenzioso  monumento, hanno riempito il vuoto della parte interrata con il materiale di risulta, rendendo in fine tutto pianeggiante con i rulli compressori.

Ora a nessuno verrà più in mente di andare a fare i suoi bisogni dietro il monumento a Garibaldi, sia perché il monumento non c’è più, sia perché il luogo è diventato visibile da ogni parte.

 Ma cosa mettere al posto del rimosso monumento? L’idea del nuovo dirigente comunale, di recente assunto, è sembrata geniale ed è stata accolta. Proprio al centro di quello che era stato il cosiddetto monumento a Garibaldi e ai Mille, proprio là al centro, è stata elevata una colonna, in maschio stile romano antico, sulla cui sommità un Garibaldi in bronzo, seduto con le gambe penzoloni, come sulla banchina di un porto, osserva eroicamente la città, come un antico stilita nei deserti d’Egitto.

L’originalità del nuovo monumento, che non ha eguali al mondo, si accoppia con la sua funzionalità, come dire, igienica e moralistica. Nessuno avrà più il coraggio di andare a defecare sotto il monumento a Garibaldi, sia perché più non esiste, sia perché, volendolo fare dietro la colonna, sarebbe visto  dal 95% delle persone dei luoghi circostanti.

Sembra che la stagione dei nuovi interventi di pulizia morale e di mitigazione dei vecchi danni si sia conclusa, almeno per il momento. Ma c’è chi dice di attendere soltanto un altro mese per vedere ancora nuovi interventi della serie, dato che i moralisti hanno risorse infinite, pari quasi a quelle degli stupidi.

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L’ordinanza esagerata

scenic view of canazei village in the italian alps
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Quando si esagera, si esagera. Il sindaco di un paese alle falde delle Dolomiti ha emesso un’ordinanza di divieto agli escursionisti di evacuare perché le loro feci inquinerebbero le falde acquifere.

È diventata una pena fare escursione fra quelle valli e quei monti, partire all’alba dal rifugio, dopo aver fatto abbondante colazione, e inerpicarsi per scoscesi sentieri. Col passare del tempo diventa insopportabile tenersi dentro il pasto del mattino e anche un residuo della sera prima. Ad un certo punto, il bisogno di evacuare, di posare lo zaino, abbassare i pantaloni o alzare il gonnellino, calare le mutandine, diventa un’urgenza improrogabile.

Ma l’ordinanza è severa, non si può. L’unica soluzione per non infrangere la legge è tornare al rifugio di partenza. Ma se si sono già fatte due ore di camminata, difficilmente si può resistere. E allora, giù come viene viene, buttarla e poi si vede. Intanto si evita di scoppiare.

E però, di esagerazione in esagerazione, il futuro si fa rischioso. Metti il caso che un tipo come Giuliano Ferrara, o altri della sua stanza, o addirittura nello stesso gruppo diverse persone di quel peso, metti il caso che a tutti loro succeda di dover fare, di non poter fare, di dover ritornare sperando di fare nel vicino rifugio, di non riuscire nell’intento, e di aprire là il tubo di scarico in tutto il suo diametro, e giù, giù, giù merda a rivoli che scende dalla montagna, come un diluvio, e la valanga marrone che invade le vie e le piazze, e sommerge tutto intero il comune del sindaco che aveva sottoscritto l’ordinanza.

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