Il monumento finalmente completato

white and blue signage
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Per molti anni Marsala ha coltivato un monumento a Garibaldi come si coltivano certi parenti lontani: con affetto, con rispetto e senza sapere bene che farsene.

L’opera era nata ai tempi in cui il vento socialista gonfiava le vele della politica nazionale e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, sembrava deciso a lasciare il proprio segno anche nei luoghi dello sbarco dei Mille. Il progetto era grandioso. Un veliero monumentale, il Generale ritto sulla prora con la spada sguainata, sartie, alberi maestri e tutto il necessario perché l’Unità d’Italia prendesse definitivamente il largo proprio dal porto di Marsala.

Poi la storia, che ha il brutto vizio di cambiare direzione senza chiedere il permesso agli architetti, cambiò governo, maggioranze e perfino eroi.

Craxi finì ad Hammamet, i finanziamenti finirono prima di lui e il monumento restò a metà.

Morì anche il progettista. I successori poterono fare ben poco. Con qualche residuo di bilancio furono scritti alcuni nomi sui muri, venne issata una bandiera italiana, qualche anno dopo arrivarono pure quella siciliana e quella europea. Sembrava che il monumento crescesse per vessilli invece che per muratura. Il risultato finale era curioso.

Dove avrebbe dovuto levarsi il veliero della Patria, rimase una specie di magazzino seminterrato che nessun forestiero avrebbe distinto da un deposito di mangimi o da una cooperativa agricola in temporanea difficoltà.

Ogni anno, puntualmente, il consiglio comunale tornava sull’argomento.

— Bisogna completarlo.

Tutti d’accordo. Il completamento entrava regolarmente nei programmi elettorali di ogni candidato sindaco, subito dopo l’acqua, le strade, il porto, il turismo, il lavoro, la cultura e immediatamente prima della felicità universale.

Una volta eletti, i sindaci scoprivano che i soldi mancavano. Così il monumento continuava a commemorare soprattutto la capacità italiana di iniziare le opere pubbliche.

Finché, come spesso accade nelle migliori storie amministrative, arrivò l’Europa. Un programma comunitario destinato al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie delle città meridionali distribuiva finanziamenti generosi. Un illuminato dirigente comunale osservò a lungo il monumento incompiuto. Lo guardò davanti. Lo guardò di lato. Lo guardò da sotto. Alla fine esclamò:

— Ma questo… sembra già un gabinetto!

Fu il colpo di genio.

In poche settimane il progetto venne rimodulato, le relazioni tecniche aggiornate, i pareri acquisiti e il glorioso monumento garibaldino fu finalmente completato come il più grande, moderno e funzionale servizio igienico pubblico del Mediterraneo.

La cittadinanza, dopo quarant’anni di discussioni, vide finalmente un’opera conclusa. Le guide turistiche internazionali aggiornarono le informazioni. Google segnalava: “Marsala. Monumental Public Toilet”.

Wikipedia spiegava che l’opera rappresentava il definitivo incontro fra il Risorgimento e l’igiene urbana.

Agli ingressi della città comparvero grandi cartelli marroni:

MONUMENTO A GARIBALDI

SERVIZI IGIENICI MONUMENTALI

con tanto di frecce direzionali.

Perfino Porta Trapani fu ricostruita poco distante, affinché il visitatore potesse entrare simbolicamente nella città con dignità e uscirne ancora più leggero.

Molti storici protestarono. Molti architetti pure. Ma il popolo marsalese, pratico com’è, osservò che finalmente il monumento era diventato utile. E qualcuno aggiunse:

— Garibaldi liberò l’Italia. Questo monumento libera i cittadini.

Da allora nessun candidato sindaco ha più promesso di completarlo.

Finalmente una promessa elettorale è stata mantenuta. Anche se in modo leggermente diverso da come era stata immaginata.

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I giardinetti fronte mare

a bench on the shore with the view of the sea
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La stagione dei giardinetti fronte mare, iniziata dall’amministrazione Grillo alla fine del suo mandato e completata con le inaugurazioni dall’amministrazione Patti dopo le elezioni amministrative, è durata, come si suol dire, lo spazio di un mattino o, per essere più precisi, una sola stagione. Quella delle speranze legate al rinnovo della costa meridionale per innestarla nel tessuto vivo della città.

Per fare ciò, addirittura è stato mutato il nome di un vecchio toponimo, facendolo diventare Quartiere Inglese. Un vasto manifesto esplicativo, di fronte alle cantine Florio, spiegava che là gli inglesi alla fine del Settecento avevano per primi prodotto in scala industriale il marsala, vino invecchiato, rubandone la denominazione ai locali vignaioli. Questo fu uno dei maggiori motivi portati avanti dagli interventisti italiani nella Prima guerra mondiale e poi anche nella Seconda.

Sul manifesto non era avvertito che chi volesse sedersi e ammirare il giorno o il tramonto seduto sugli apprestati sedili di marmo, avrebbe dovuto spalmarsi la crema di protezione 50 UV, almeno. Non al corrente di questa necessità, i marsalesi a frotte, dopo le inaugurazioni litoranee, sono corsi ai giardinetti, come fanno gli asineddri nel mare verso la rete (proprio per questa fisiologica vicinanza, i marsalesi sono stati chiamati “asineddri”).

 Essendo in piena estate le mamme hanno portato i bambini con il costumino, loro stesse, sotto l’occhio permissivo del consorte, sono andate alle panchine.

Senza la crema solare, la pelle dei pargoli ma anche degli adulti ha subito danni da ricoveri ospedalieri. Il direttore sanitario non si capacitava di questa ondata di nuove bruciature e malattie della pelle, finché gli ispettori sanitari venuti da Palermo hanno risolto l’arcano, addebitando le cause al sole del lungomare e alle panchine messe sotto il sole.

Poiché non tutti i mali vengono per nuocere, la Regione, nell’imporre al comune la chiusura al pubblico dei giardinetti, ha dato in cambio al popolo marsalese l’istituzione della specializzazione in dermatologia solare. Si può dire che è il maggior lascito dell’amministrazione Grillo. Non era riuscito, come promesso cinque anni prima, a realizzare il padiglione ospedaliero delle malattie virologiche, ma ha fatto ottenere la specializzazione medica.

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Diavolo di una pesidente!

ocean rescue raft floating in blue sea
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Diavolo di una presidente!

Manderà i dragamine a sminare il Golfo Persico. Ma quello che ci sta dietro è tutto da scoprire e ridicolizzerà i più acuminati critici. La sua politica estera deve essere di nuovo valutata e finalmente rivalutata. I topi di fogna del falso interesse nazionale (in testa Bonelli e Fratoianni) dovranno togliersi il cappello dalla grigia peluria della testa.

Mai come in questa evenienza un presidente del Consiglio ha mostrato la capacità machiavellica di utilizzare le forze preponderanti di paesi minacciosi per asservirli all’interesse nazionale, di questo Bel Paese che finalmente ha ritrovato la sua buona stella.

Era una diecina di anni che in materia di mine marittime l’industria italiana lavorava a ritmi serrati. Divenuta il primo fornitore al mondo, le sue punzonature viaggiano nelle acque di tutti gli oceani, dovunque gli attriti fra diversi stati hanno reso necessario minare le acque.

Il Made in Italy nel settore mine è primato incontestato. C’era, però, chi temeva una flessione di produzione e vendita, sia in genere per l’esaurimento del mercato, sia in particolare per la fine di questa bella guerra, intensa e scoppiettante di mine, tra USA-Israele – Iran.

Le contingenze del mercato hanno spesso contrastato buone politiche. Ma non con Giorgia al comando!

Finita la grande fornitura di mine, che molte imbarcazioni e fior di marinai ha mandato all’oltretomba, sta cominciando la saga dei dragamine e del necessario sminamento del Golfo Persico. E quale nazione può fornire i migliori dragamine, a pagamento, se non la nobile nazione italiana? Non ha partecipato alla guerra, ha venduto le proprie mine, ha i migliori dragamine perché sono prodotti dalle stesse fabbriche delle mine. Già nel Canale di Suez, negli anni Sessanta, furono brillantemente usati, a pagamento, per sminare quel tratto di mare dalle mine pure di fabbricazione italiana. Anche allora, al governo e al parlamento sedevano pezzi da novanta, Cossiga, Craxi, Saragat, Andreotti, per citarne alcuni. E ora che abbiamo la nostra Giorgia non siamo da meno. Continuiamo a rinnegare le guerre, vendiamo mine di ottima fattura ai guerreggianti e mandiamo poi i dragamine a sminare.

Incredibile benefico diavolo alla presidenza del Consiglio!

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I ritmi intestinali dei cani

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La precedente amministrazione comunale non aveva avuto un rapporto sempre buono con i cani. A dire il vero non aveva mai avuto ottimi rapporti con tutte le categorie di persone, animali e piante. Tanto vero che alla prova delle urne, è stata pesantemente sconfitta dall’avversaria. Naturalmente non tutti i confronti e i contrasti avuti dal sindaco con gli avversari hanno riguardato lo stesso problema. Ci sono stati i fascicoli riguardanti la pulizia della città, l’acqua corrente, l’illuminazione pubblica, la raccolta dei rifiuti e via di questo passo da servizio in servizio. C’è stato anche il fascicolo “cani”, che si è riempito di segnalazioni, sopralluoghi, referti, fotografie, passaggi in commissione, discussioni consiliari e decisioni di giunta. Alla fine, dicono gli specialisti di Tp 24, il suo peso ha avuto una misura nel risultato elettorale.

I cani, per la verità, transitavano in questa nuova amministrazione con il dente avvelenato dello sgambatoio, promesso, individuato, progettato, non realizzato. Una storia più lunga dei giri che di solito vengono fatti dagli animali sgambettando. Doveva essere realizzato, come previsto, nel tratto nord della villa di Piazza Marconi, riducendone la lunghezza di un terzo. Cominciarono presto le proteste degli ambientalisti e degli odoristi. Per chi non lo sapesse in città ci sono anche gli odoristi che vedono le cose, anche i ventilati progetti, con il naso, piuttosto che con gli occhi. Subito hanno annusato, prima ancora che si realizzasse, una puzza di escrementi di cane nel luogo dove sarebbe sorto, e poi per fortuna non sorse, lo sgambatoio.

Cosicché si decise di trasferire la nuova opera nel fanuso di Salinella, dove vanno a inserirsi e a morire i più nobili progetti. Non se ne ha più notizia, con grande disappunto dei cani. I quali ora stanno entrando in contrasto con l’amministrazione per una nuova decisione comunale che direttamente li riguarda e li lascia timorosi e perplessi. Sul marciapiede ovoidale nella ypsilon di via Sanità con via Stefano Bilardello è apparso un cartello che vieta ai cani di fare i bisogni. Finora in città si erano visti cartelli che invitavano i conducenti di animali al guinzaglio di munirsi di carta, paletta e sacchetto per ripulire il pavimento sporcato. Questo cartello, di diretto divieto ai cani di fare, è il primo a vedersi. E se l’amministrazione continuasse mettendone altri, molti altri in giro?

Un’affollata assemblea canina è stata convocata dal leader della categoria nella solita sala sottostante la sala consiliare. Dopo approfondita discussione è stato deciso di protestare altamente contro la temuta proliferazione dei cartelli di nuova prescrizione e regolarsi poi in seguito alle decisioni che saranno prese dal comune.

Sciolta la riunione, senza rilascio di comunicato stampa, nei giorni successivi proprio su quel tratto tra via Sanità e via Stefano Bilardello, su aiuole e camminamenti, le chiazze o i tronchetti di neri o marroni escrementi – a seconda della specie canina e soprattutto a seconda di quel che gli animali avevano mangiato – si sono moltiplicati, come se tutti i proprietari di cani e i cani stessi randagi si fossero dati riunione per defecare in compagnia.

La puzza enorme che saliva al cielo è stata notata subito dai residenti frontisti. Alcune famiglie si sono trasferite in campagna in anticipo. Altri capi famiglia o pater familias si sono recati a fare segnalazione all’Ufficio igiene. Che però è stato trovato chiuso, essendo andato il portiere in campagna pure lui, che risiedeva all’angolo di via Mazzini con via Sanità.

I vigili urbani prontamente al solito allertati sono corsi sul posto e non hanno potuto far altro che mettersi la mascherina per attutire la puzza, ma, non avendo calosce di servizio, si sono imbrattati di brutto scarpe e gambali. Di ritorno al Comando di Polizia hanno sporcato ingresso, corridoi e uffici prima di trovare la buona donna delle pulizie che gli ha tolto l’armamentario pedestre d’ordinanza.

Una delegazione di cani è stata convocata dal sindaco, Andreana Patti, per domani mattina alle 11. L’argomento sarà: “Regolamentazione dei ritmi intestinali dei cani”. Sembra che l’oggetto della convocazione non sia stato preso bene dai cani, che avanzano pretese libertarie di rilievo costituzionale.

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La battaglia di Lilybeo

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Il cambio di amministrazione è la cosa più bella del mondo. Dopo cinque anni stufa tutto, perfino la moglie o il marito. Intorno a questo numero di anni cominciano le crepe matrimoniali che portano alla separazione e al divorzio.

A Marsala abbiamo cambiato cavallo, amministrazione, sindaco, primo cittadino. Insomma, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo grati a tutti gli attori, per lo più politici o sostenitori di politici, che per quattro mesi di campagna elettorale ci hanno fatto ridere a crepapelle. C’è stato chi – si dice il peccato ma non il peccatore – si è offerto di entrare nella coalizione vincente senza chiedere nulla in cambio per puro spirito di amore cittadino. Tutti sapevano però che, essendo stato estromesso dalla giunta, aveva il dente avvelenato e dolorante e tentava di rifarsi una verginità e un avvenire passando alla parte opposta.

C’è stato chi non le è parso vero poter rientrare nell’agone politico dopo dodici anni di astinenza forzata. Solo lei pensava di poter di nuovo diventare sindaco. La gente non ci credeva più e non le ha dato i voti nemmeno per andare al ballottaggio.

C’è stato chi pensava di tornare a vivere da protagonista a fianco della candidata sindaca di centrodestra e assieme a lei ha fatto naufragio: tutti affogati nella presunta Grande Armata di FdI, FI, Lega, compresi i deputati regionali imbarcatisi sull’Ammiraglia e pure loro affogati nella battaglia di Lilybeo.

C’è stato chi – il sindaco uscente – si è sforzato negli ultimi tempi di avviare lavori straordinari di pulizia e costruzioni di giardinetti, mentre tutti avevano sotto gli occhi la scarsa o assente manutenzione delle opere esistenti. Davanti a ogni nuovo lavoro, ogni giorno un gruppo di persone si fermava a guardare e commentava: “Ma se non sanno manutenere l’esistente come faranno a curare le nuove aiuole? Nemmeno si vedono parcheggi per poter venire a passeggiare in questi luoghi lontani dal centro ma anche dalla periferia”.

Questi malumori non hanno consentito all’uscente sindaco di poter arrivare al ballottaggio: trombato letteralmente al primo turno.

Finita la campagna elettorale ed eletta la nuova amministrazione, dobbiamo adesso cambiare i destinatari dei nuovi improperi quando l’acqua non arriva o l’auto sobbalza sulle buche. Ma c’è tempo, possiamo, almeno per sei mesi, continuare a imprecare contro i precedenti amministratori, dovendo dare tempo ai nuovi di impratichirsi.

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Taccuino

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Taccuino

Il presidente americano, Trump, per telefono al premier israeliano Netanyahu: “Ma sei un pazzo!”

Fra di loro si riconoscono.

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La Procura di Milano conferma il suo ok alla grazia a Minetti: «Notizie di stampa non corrispondenti al vero».

Le notizie erano state diffuse in abbondanza e per settimane dal Fatto Quotidiano.

È un giornale che si vanta di essere indipendente e veritiero. Per questo non accetterebbe contributi statali. Le notizie su Minetti sono state l’ultimo suo scoop finito in bolla di sapone. Intanto, tanti lettori ci hanno creduto. Inutile sperare che il direttore e lo scoopista facciano ammenda riconoscendo di aver esagerato. Non sono tipi di tal sorta. Probabilmente, tenteranno di camuffare la smentita come se il tribunale non avesse fatto accertamenti migliori o più completi. Con le parole si può dire tutto, ma non si possono cambiare i fatti.

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Emanuele Pozzolo folgorato da Vannacci: «Come de Gaulle». Intanto, ieri è uscito fuori strada con il suo SUV. La polizia intervenuta sul luogo dell’incidente: “Tasso alcolico doppio”. Patente ritirata.

Quando ha aderito al nuovo partito di Vannacci non gli è stato fatto l’esame alcolometrico?

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Aggressione a un bracciante nelle campagne di Marsala, convocato un tavolo istituzionale, ma hanno dimenticato di mandare l’ambulanza.

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Salvini al Viminale

Sul Corriere: “Lega, clima teso e scelte rinviate. Il punto comune: Salvini al Viminale”-

Era ora, ha fatto già troppi danni alle Infrastrutture.

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I danni di una banana

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Una banana che fa tanto male

Quando si dice che un piccolo gesto può provocare conseguenze imprevedibili.

A Parigi era esposta la celebre banana di Maurizio Cattelan, l’opera d’arte che consiste in una banana fissata al muro con un nastro adesivo. Come è noto, il frutto, essendo soggetto a un certo decadimento biologico, deve essere sostituito periodicamente secondo un rigoroso protocollo museale. Un po’ come si fa con le pile di un telecomando, ma con maggior prestigio culturale.

Quando i dipendenti del museo si sono recati a eseguire la sostituzione prevista, hanno però scoperto che la banana era scomparsa. Sparita. Volatilizzata. Al suo posto, il muro e il nastro adesivo apparivano affranti.

Le telecamere hanno ripreso un individuo incappucciato che si sarebbe impossessato del prezioso frutto, ma la sua identità rimane ignota. Le indagini sono in corso e gli investigatori non escludono alcuna pista: dal collezionista d’arte concettuale al pensionato afflitto da improvvisa carenza di potassio.

A prima vista sembrerebbe il furto più insignificante del secolo. In fondo, si tratta di una banana. E invece no.

L’opera risultava assicurata per dieci milioni di dollari. Dieci milioni. Per una cifra simile, in alcune regioni del mondo si possono acquistare terreni, alberghi, piccoli eserciti privati o perfino qualche squadra di calcio in difficoltà. Qui invece si trattava di una banana.

Ed è a questo punto che la vicenda assume una dimensione tragica e insieme sublime.

La compagnia assicuratrice, ricevuta la richiesta di risarcimento, avrebbe immediatamente compreso che il destino stava per presentarle il conto. Pagare dieci milioni per una banana rubata non rientrava nelle previsioni più pessimistiche dei suoi attuari. I bilanci hanno cominciato a tremare. Gli azionisti hanno iniziato a fissare il vuoto. I revisori dei conti hanno chiesto ferie anticipate.

Nel giro di poche ore si è diffusa la voce che la società fosse sull’orlo del fallimento.

Da qui, secondo una ricostruzione ancora frammentaria, si sarebbe innescata una catena di eventi degna di una tragedia greca scritta da un ragioniere. Il presidente della compagnia, sconvolto dalla prospettiva di dover spiegare agli azionisti come una banana avesse distrutto decenni di prudente amministrazione, avrebbe deciso di abbandonare questa valle di lacrime.

La sua scomparsa avrebbe a sua volta trasferito parte delle responsabilità ad altre società coinvolte nella complessa architettura delle riassicurazioni. E così un altro presidente, constatato che il proprio destino era ormai appeso a un frutto tropicale, avrebbe preferito lasciare il mondo prima dell’approvazione del prossimo bilancio.

Nel frattempo, gli economisti francesi stanno cercando di comprendere se il PIL nazionale possa essere influenzato dall’andamento del mercato delle banane artistiche, mentre il governo valuta l’istituzione di un Ministero per la Sicurezza Ortofrutticola.

Gli esperti restano divisi. Alcuni ritengono che il sistema finanziario francese sia sufficientemente robusto da sopravvivere alla scomparsa di una banana. Altri ricordano che tutti gli imperi sembrano solidissimi fino al giorno prima del loro crollo.

Resta il fatto che una banana attaccata a un muro, dopo avere sfidato per anni la logica, il buon senso e l’acquolina in bocca dei visitatori, sta ora minacciando anche la stabilità assicurativa e il tasso di mortalità dei dirigenti d’azienda.

Karl Marx non l’aveva previsto. Adam Smith nemmeno.

Maurizio Cattelan, forse, sì.

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I quattro in pizzeria

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Mentre ai Bucanieri gli avversari festeggiavano, in una non distante pizzeria, a un tavolo riservato d’angolo, seminascosto da un separé, quattro personaggi affondavano la delusione davanti a quattro pizze che non tutti avrebbero mangiato. Avrebbero bevuto un poco di più perché nel vino si suole affogare le amarezze.

Tutti e quattro i personaggi erano arrivati quella sera, dopo l’avvenuta proclamazione della sindaca, Andreana Patti, alla conclusione più sconclusionata della loro fortunata esistenza. Per migliorarne l’esito e renderlo onorevole sarebbe bastato non partecipare all’ultima campagna elettorale. L’illusione di poter ancora vincere li ha avviluppati con una corda fatale che ogni movimento di uno ha danneggiato gli altri.

Era pietoso vederli all’ultima cena prima della scomparsa. Uno, deputato in carica all’Assemblea Regionale, potrebbe teoricamente risorgere alle prossime regionali, ma chi ci crede più? Dopo quasi cinque anni di inutile frequentazione di Palazzo dei Normanni, aveva rinunciato all’ardito proposito iniziale di “risolvere la Questione Meridionale”. Troppo complicata gli è sembrata e, forse, di impossibile soluzione. Scesa la mira più in basso, aveva individuato nella candidata sindaca Giulia Adamo, di anni 76,  “il nuovo” che lui avrebbe sostenuto andandole incontro. Anche questa bella intenzione è stata un flop. Come poteva addentare la pizza quella sera?

Nemmeno la neotrombata candidata, chiamata dai sollazzi di Parigi alla contesa lilibetana, aveva voglia di mangiare, ma noblesse oblige e metteva nell’amara bocca pezzettini di pizza innaffiandoli con rinfrescanti calici di bollicine. Cominciava a maturare l’idea che era stata lo zimbello manovrato da amici incapaci e infedeli. Se non si fosse candidata, lei e il suo porto inesistente sarebbero rimasti nell’immaginario collettivo come una speranza mancata. Ora, purtroppo, prendevano le sembianze del disastro compiuto. Un altro calice di giallo paglierino Chardonnay portato alle labbra l’aiutava a non piangere.

Vicino a lei, l’intrepida direttrice didattica, proveniente dalla Vucciria e Ballarò, reagiva all’interno tormento con forchetta ben infissa nella pizza tagliata decisamente con la lama del coltello brandito. Nemmeno il ministro Salvini, venuto appositamente per lei, ha recuperato i voti agognati. La rabbia le monta a danno della inerme pizza. Ormai anche a lei — tutta la città ne è convinta – sarà precluso l’ultimo arco di trionfo. Lei che era stata, da giovane, la più giovane maestra nei luoghi palermitani più rischiosi, non mai quanto il cortile maledetto di questa città. Il suo spazio politico sembra a lei stessa più difficoltoso del futuro del partito cui ultimamente ha aderito. Quasi quasi – pensa – crolli la Lega con Salvini e tutto il ponte! Determinata com’è, affonda decisa la lama nel cuore della pizza farcita di olive nere. Nere pure le olive, una congiura!

Il quarto commensale, fra tutti sembra il più sereno. Quasi quasi in questo risultato ci sperava. Le promesse sempre più eclatanti che aveva dovuto fare per mantenere buoni i cittadini che, ogni santo giorno sulle auto, a ogni sobbalzo inveivano contro il comune e lui personalmente, non avrebbe potuto mantenerle. E se gli esagitati cittadini fossero passati dalle ingiurie e imprecazioni alle vie di fatto? Il prefetto non l’aveva proposto per la scorta. Che pure lui, sotto sotto, cospirasse? Meglio che tutto sia finito, come è finito. La colpa della sconfitta si può tranquillamente dare al centrodestra che Dio ne scambi!

L’ex sindaco mangiava con dignità e serena consapevolezza del buon tentativo fatto con le illusorie promesse di rinascita. Portando in bocca l’ultimo boccone, pensava ai prossimi cinque anni di partecipazione al consiglio. Una sinecura da non disdegnare, con i gettoni di presenza come zuccherini sui vitalizi e buonuscite di legge. Come giusto, l’indomani avrebbe portato un cero alla Madonna.

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Il riciclo delle acque

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La neosindaca Giulia Adamo, prima di essere eletta, l’aveva detto in un confronto elettorale con gli altri tre concorrenti alla carica di primo cittadino. Mi riferisco alla riutilizzazione delle acque luride dopo la depurazione. Esse venivano buttate in mare e, secondo la candidata, costituivano un danno per la marina, dato il potere inquinante. Invece, secondo lei, avrebbero dovuto essere destinate all’irrigazione nell’agricoltura. L’idea ebbe subito l’approvazione dei contadini, che da sempre sono a corto di acqua, soprattutto nel periodo estivo, nelle loro terre.

Pure la popolazione ittica accolse con soddisfazione la proposta: sarebbe vissuta in un ambiente più salubre.

Anche grazie a questa proposta, inserita nel programma elettorale, l’Adamo riuscì a sconfiggere gli avversari.

Divenuta sindaca, con la concretezza e la coerenza che la contraddistinguono, preso in mano il programma elettorale, diede inizio alle concrete realizzazioni. Chiamato il dirigente alle Acque, gli ordinò di preparare il progetto per il riutilizzo in agricoltura delle acque depurate. L’esimio dirigente le rispose ossequiosamente “sì”, come di regola tutti i dirigenti dicono “sì” a ogni richiesta del capo dell’amministrazione, salvo poi tornarsene ai loro affari e dimenticarsene.

Ma la sindaca – l’ho detto e non lo ripeterò più – è persona quanto mai tenace e determinata. Rilevato che il dirigente non era più tornato a riferire, lo convocò di nuovo nel gabinetto [si tratta dell’ufficio del sindaco, a scanso di equivoci, ndr] e lo guardò con freddezza dritto negli occhi, attendendo risposta. Il dirigente subito capì – non sono stupidi i dirigenti comunali, solo che tendono a scansare ogni lavoro – e le rispose che tutte le energie del suo settore erano al lavoro per definire il progetto. Ci volevano al massimo altri due mesi e sarebbe stato pronto. Accennò alle difficoltà sorte, che avevano fatto perdere tempo, e che era necessario appurare il tasso di inquinamento del liquido depurato.

Tornandosene alla sinecura del suo ufficio, il dirigente era soddisfatto di sé: aveva ottenuto altri due mesi di proroga e poteva stare tranquillo, curando i suoi affari, per un altro mese almeno. Poi, avrebbe scopiazzato un progetto standard di riutilizzo di acque reflue e il progetto sarebbe stato pronto da realizzare. Senza nemmeno fare le dovute analisi, di cui aveva accennato alla sindaca. Difatti, la necessità delle analisi gli era venuta in testa – “Testa brillante, la mia!”, pensava – per prendere più tempo, né si sognava di farle veramente.

Prima della scadenza dei due mesi, il progetto fu pronto. Lo portò in giunta, che approvò e mandò al consiglio, che compattamente approvò. Ora si trattava di appaltarlo e realizzarlo. “Con urgenza!”, gli impose la prima cittadina. Si trattava del primo grande progetto della nuova amministrazione e doveva confermare la bontà della sua elezione.

Furono convocati al Quartiere i rappresentanti dei contadini, gli fu mostrato il progetto e i benefici. La sindaca fu applaudita ed ebbe conferma di quanto il popolo l’amasse.

I lavori iniziarono e i contadini attendevano fiduciosi. I pesci un po’ meno, perché fra di loro serpeggiava un certo timore, di cui si erano fatti portavoce i loro sindacalisti. Un polipo dall’alto della terza rocca di Capo Boeo era stato sentito arringare la folla di boghe, sarde, ritunni e asineddri: “Ma che interesse abbiamo noi ad avere il mare costiero più pulito? Metti il caso che la notizia si diffonda, potrebbero venire qua le marinerie di tutta l’isola, attratte dalla possibilità di un pescato migliore”.

Come si vede, è difficile mettere d’accordo tutti. Per questo la politica è l’arte del compromesso. E a volte si tratta di un compromesso al ribasso. Sempre al ribasso, dice qualcuno.

Non era finito l’autunno che l’opera fu completata, collaudata e inaugurata. Tutto lo stesso giorno. Dalle nostre parti, i collaudi si usa farli in ufficio, mettendo alcune firme sulle carte e alcune buste sul tavolo.  

Fu grande festa quel giorno. La bionda sindaca, in abito rosso, con fascia tricolore a tracolla della spalla destra, faceva il suo effetto. Le parole di rito non sono mancate e sono state captate chiaramente “concretezza”, “prontezza”, “determinazione”, intelligenza”. Le parole si intrufolavano fra le bandiere al vento di scirocco della Regione Sicilia, dell’Italia, dell’UE. Lo stendardo del comune era tenuto alto dall’on. Eleonora Lo Curto.

L’acqua depurata partì potente per le condotte nell’estesa campagna. Passò l’autunno, venne e passò l’inverno, arrivò la primavera. Erano uno spettacolo gli alberi carichi di albicocche, ciliegie, susine, gelsi, fichi, nespole e pesche. Una meraviglia della natura. Fin quando non venne il tempo di raccogliere i frutti. Dio mio, un sapore così orrendo non s’era mai sentito. Facevano vomitare e venire la scesa. I raccoglitori, uomini e donne, in mancanza di wc si adattavano come potevano. Gli uni si abbassavano i pantaloni; le altre alzavano le gonne e giù tutti a fare.

Non essendo stati effettuati dall’ingegnere i controlli organolettici, assieme all’acqua depurata era stata mandata nei campi una certa quantità di batteri fecali, che dava ai frutti non solo la magnificenza dell’apparenza, ma anche il sapore di m…

Per stornare il danno, non si poté fare altro che mandare di nuovo l’acqua male depurata al mare.

Allo scorno dei contadini si relazionò – tutto è relativo – la consolazione della specie ittica, che di nuovo poteva stare tranquilla nel suo mare leggermente inquinato.

Nelle chiese furono organizzate veglie di preghiera per scansare nuovi pericolosi progetti comunali.

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