
La nuova politica delle panchine in città sta uscendo dal limitato perimetro di piazza Giacomo Matteotti, dove è stata applicata la settimana scorsa, e sta investendo, per motivi simili ma non identici, altre location.
È avvenuto infatti che la rimozione delle panchine dalla piazza abbia spostato la comunità popolare e ribelle in prossimità di altre panchine. Una, in particolare, è diventata molto appetibile, sia per i suoi colori e per la composizione materica quasi artistica, sia per la posizione di fronte al mare, che offre un bello spettacolo e promette venticello di ponente.
È la panchina dedicata alla memoria di Giulio Regeni.
Era stata installata, con una cerimonia videoripresa da Tp24, poco prima che venissero eliminate le panchine di piazza Matteotti. È stato quindi naturale che il popolo godereccio e chiassoso si trasferisse sulla panchina del povero Giulio Regeni.
E fossero andati là a ricordare, commemorare, discutere dei diritti civili calpestati! No. Sulla panchina dedicata alla vittima del regime egiziano sono andati a compiere le stesse schifose porcherie per le quali erano stati cacciati dal centro.
Sedute normalmente non ci stanno più di tre o quattro persone; ma, sistemandosi l’uno sull’altro o l’altra sull’uno, a volte riescono a starci anche in sei. Sbevazzano vino e birra, si sbaciucchiano e sono stati visti perfino accoppiarsi in gruppi affiatati.
Nemmeno questa panchina del ricordo e del dolore è dunque rimasta esente dalla turpitudine marsalese, che la nuova amministrazione si propone di eradicare.
Anche questa panchina, pertanto, è stata divelta dal provvido Comune. Avendo però un valore ideale e storico, non è stata portata ad arredare le ville di loschi impiegati comunali o consiglieri. Il sindaco in persona ha deciso di trasferirla dentro la chiesa di San Giovanni.
Collocata lungo il muro di sinistra e transennata, affinché non venga usata ma soltanto guardata e venerata, può essere visitata nei pochi giorni prescritti dell’anno in cui la chiesa rimane aperta.
I marsalesi e i turisti, passando davanti alla panchina protetta, restano di solito imbambolati, non conoscendone la storia. Si fanno comunque un rispettoso segno di croce e scendono poi i gradini dell’angusta scala scavata nel tufo, per andare a chiedere lumi alla Sibilla Lilibetana.
La quale, come si sa, è spesso ambigua nei responsi e talvolta non ne dà affatto, se non dietro pagamento della regolare tariffa.
Un turista ha versato il dovuto, e così si è potuta ascoltare la spiegazione:
«Non tutte le panchine sono fatte per sedersi. Alcune servono per ricordare, altre per dimostrare che il Comune vigila. Quando poi la gente continua a comportarsi male, basta togliere la panchina: il problema rimane, ma senza il comodo della panchina».
Il turista ha ringraziato, ha risalito la scala ed è uscito dalla chiesa. Fuori ha trovato sei persone sedute per terra, davanti al mare, che bevevano, gridavano e si accoppiavano senza danneggiare alcuna panchina comunale. La nuova politica dell’arredo urbano poteva dunque considerarsi pienamente riuscita.