Ci sono più i poeti?

open book of poetry in french
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 Nel racconto “Occhi come cielo”, in “Storie di ordinaria follia” Bukowski non sta soltanto dicendo «oggi non ci sono più grandi poeti». Sta facendo qualcosa di più corrosivo: mette sotto accusa il meccanismo stesso con cui il mondo letterario deve continuamente proclamare che esistono nuovi poeti importanti, perché altrimenti verrebbe meno la ragione d’essere di riviste, antologie, critici, premi, gruppi e circoli.

Nel testo il passaggio decisivo è quello dei nomi. Gli chiedono chi siano i nuovi poeti degni di essere pubblicati; lui prova a indicarne qualcuno, poi quasi si vergogna della propria risposta e si ritira. È come se si accorgesse di essere entrato anche lui nel gioco che disprezza: scegliere, consacrare, formare una piccola gerarchia.

Il pensiero più radicale diventa allora: e se non ci fosse nessuno da indicare? E se una generazione potesse semplicemente non produrre un grande poeta?

Questa possibilità è quasi intollerabile per l’ambiente letterario. Perché il sistema culturale parte dal presupposto opposto: i nuovi talenti devono esserci. Bisogna trovarli, interpretarli, definirne la novità. E quando una poesia appare oscura, artificiosa o insignificante, il critico rischia di comportarsi come se il difetto fosse del lettore incapace di coglierne la profondità, anziché domandarsi se quella profondità esista davvero.

È qui che il testo diventa una critica spietata della poesia contemporanea, ma soprattutto della critica contemporanea.

Bukowski conosceva molto bene quel mondo delle piccole riviste, degli editori e dei gruppi poetici: la sua carriera nacque largamente nel circuito delle little magazines, prima della notorietà con Black Sparrow Press.

C’è anche un paradosso magnifico: Bukowski è un poeta, oltre che essere scrittore, e tiene molto alla sua fama di poeta. Sostiene che la poesia è morta e lui stesso ne è la prova contraria. Quello che probabilmente considera morto è un certo modo di fabbricare la poesia: il poeta professionale, la scuola poetica, il linguaggio riconoscibile del gruppo, l’avanguardia che deve necessariamente essere considerata importante perché è nuova. La sua reputazione critica è stata costruita proprio anche sulla distanza dalla letterarietà convenzionale: Kenneth Rexroth lo definì un poeta di alienazione «reale, non letteraria».

La conclusione sconsolata del poeta Bulowski è: se vuoi rimanere dentro quel mondo, non puoi dire che il re è nudo. Devi trovare significati, individuare correnti, riconoscere innovazioni, proclamare nuovi maestri. Perché se dicessi semplicemente: «questa roba non significa niente», non criticheresti una singola poesia; metteresti in discussione l’intero sistema che attribuisce valore alla poesia.

Bukowski può permetterselo proprio perché si è sempre presentato come uno che sta fuori dalla combriccola. Il nocciolo è questo: non è tanto la morte della poesia quanto la denuncia della poesia mantenuta artificialmente in vita dall’apparato letterario. Una poesia autentica, per Bukowski, non ha bisogno che qualcuno spieghi perché è grande. Ti arriva addosso. Se occorre un’intera corporazione di specialisti per convincerti che lo è, lui comincia già a sospettare che non lo sia affatto.

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