L’ultima beffa di Bulgakov

the last supper relief
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Terminata la lettura del Maestro e Margherita, molti ricordano il grande ballo di Satana, l’ironia irresistibile con cui Woland e il suo seguito mettono a nudo la miseria morale della Mosca sovietica, oppure la commovente storia d’amore tra il Maestro e Margherita. Eppure, a distanza di qualche giorno, è spesso l’epilogo a lasciare l’impressione più profonda.

Dopo aver accompagnato il lettore in un universo in cui il diavolo passeggia per Mosca, Ponzio Pilato ritrova finalmente la pace e un romanzo sembra modificare il destino di un uomo vissuto duemila anni prima, Bulgakov compie un gesto inatteso: richiude tutto.

Le indagini ufficiali non approdano a nulla. Gli avvenimenti vengono spiegati come allucinazioni, coincidenze, suggestioni collettive. Mosca continua la propria esistenza quasi indisturbata. I personaggi ritornano alla vita ordinaria, e ciò che è accaduto sembra destinato a dissolversi come un sogno.

È qui che il romanzo cambia natura.

Per seicento pagine il lettore ha creduto di assistere a eventi soprannaturali. Nell’epilogo, invece, Bulgakov non conferma né smentisce nulla. Non dice che Woland sia realmente esistito, ma neppure che sia stato soltanto il prodotto della fantasia. Semplicemente sottrae ogni prova.

L’effetto è sorprendente. L’opera non si conclude con una rivelazione, ma con un dubbio.

È possibile leggere il romanzo in due modi opposti, senza che l’autore privilegi apertamente uno dei due. Da una parte, tutto è realmente accaduto: il diavolo è venuto a Mosca, Pilato è stato liberato e il Maestro ha ottenuto il riposo eterno insieme a Margherita. Dall’altra, tutto potrebbe essere stato il frutto dell’immaginazione, della follia o della straordinaria potenza creatrice della letteratura.

Bulgakov non sceglie. E proprio questo rifiuto di scegliere costituisce forse la sua ultima beffa.

L’epilogo sembra infatti suggerire che la verità non sia dimostrabile. I fatti eccezionali, una volta conclusi, vengono riassorbiti dalla normalità della vita quotidiana. Gli uffici continuano a funzionare, gli investigatori archiviano i fascicoli, la città riprende il proprio ritmo. Il mistero non lascia documenti, ma soltanto memoria.

Rimane un unico testimone privilegiato: Ivan. Ogni anno, nelle notti di plenilunio, egli rivive in sogno la vicenda di Pilato e di Yeshua. Non possiede alcuna prova della sua verità, ma non riesce nemmeno a dimenticarla. È il destino di chi ha intravisto qualcosa che sfugge alle spiegazioni razionali.

Forse è proprio questo il significato ultimo del romanzo. Non dimostrare l’esistenza del soprannaturale, né negarla, ma ricordare che la letteratura può creare mondi così potenti da continuare a vivere nella coscienza del lettore anche quando ogni prova è svanita.

L’ultima pagina del Maestro e Margherita non dice che tutto è stato un sogno. Dice qualcosa di ancora più inquietante: che, dopo aver chiuso il libro, nessuno sarà più in grado di stabilire con certezza dove finisca la realtà e dove cominci la fantasia.

È forse questa, più ancora della satira politica o delle riflessioni religiose, la vera grandezza del romanzo di Bulgakov.

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