
Ermanno Cavazzoni non occupa, nel giudizio comune, il posto riservato agli autori considerati “maggiori”. Una parte della critica tende a confondere la serietà dell’opera con la seriosità del tono. Un libro che parla apertamente di Dio, della morte, della colpa, della storia o della crisi dell’uomo viene facilmente riconosciuto come “profondo”. Un libro che affronta la vita attraverso l’assurdo, il riso, le manie quotidiane e personaggi insignificanti rischia invece di essere relegato nella categoria del divertimento.
Ma Cavazzoni non è affatto uno scrittore superficiale. I suoi idioti, i suoi pensatori solitari e i suoi scrittori falliti mostrano l’uomo alle prese con fissazioni, illusioni, ambizioni e ragionamenti che sembrano assurdi, ma che spesso sono soltanto l’esagerazione dei nostri comportamenti normali. La comicità nasce proprio dal fatto che quei personaggi sono lontanissimi da noi e, nello stesso tempo, ci assomigliano. Anche la critica ha riconosciuto in lui una “controepopea dei marginali” e una letteratura nella quale il piccolo mondo provinciale e i grandi sistemi filosofici vengono posti ironicamente sullo stesso piano.
La piacevolezza, inoltre, non dovrebbe essere considerata un difetto. Scrivere in modo limpido, leggero e divertente è spesso più difficile che scrivere in modo oscuro. Il lettore può avere l’impressione che il testo sia nato facilmente; ma quella facilità è quasi sempre il risultato di una precisa arte narrativa. Cavazzoni racconta fatti impossibili con il tono tranquillo di chi sta compilando un verbale: proprio questo contrasto produce il suo particolare umorismo.
Direi dunque che la critica accademica non rifiuta necessariamente Cavazzoni, ma tende talvolta a premiare maggiormente le opere che offrono materiali facilmente traducibili in grandi categorie: metafisica, ideologia, trauma, storia, identità. Cavazzoni è più difficile da solennizzare. Fa ridere, procede per raccontini, cataloghi e false classificazioni; sembra occuparsi di sciocchezze. Eppure, sotto quelle sciocchezze, mette in discussione la presunta razionalità della vita ordinaria e perfino l’utilità sociale dello scrittore.
Forse il punto essenziale è questo: non tutta la profondità guarda verso l’alto. Esiste anche una profondità che guarda in basso, verso le piccole manie, le umiliazioni, le fantasticherie e le assurdità quotidiane. La critica paludata rischia di non riconoscerla perché cerca le grandi domande già formulate come grandi domande. Cavazzoni, invece, le nasconde dentro le vite degli idioti. E proprio per questo riesce a farcele leggere senza stancarci.