
L’alcol in Bukowski non funziona soltanto come argomento, ma come elemento formale del racconto.
A una prima lettura, quei continui «bevemmo», «ordinai uno scotch», «presi un altro drink» possono sembrare una maniera quasi automatica, persino una povertà d’invenzione. Se però li si guarda nella costruzione complessiva, diventano una specie di ritornello. Separano una scena dall’altra, interrompono il discorso, ne abbassano o ne cambiano la tensione e poi consentono alla narrazione di ripartire. In una trasposizione cinematografica, molte di quelle bevute potrebbero essere sostituite da poche battute musicali senza modificare la struttura profonda del racconto.
Anzi, direi qualcosa di più: l’alcol è contemporaneamente musica di fondo e metronomo. Segna il tempo del mondo bukowskiano. Le persone parlano, si incontrano, si illudono, si respingono; poi bevono. Accade qualcosa; poi bevono ancora. Non si arriva mai veramente da qualche parte. La vita continua per accumulo, non per progresso. E questo si lega molto bene al tema di “Stupidi, poveri cristi”: il sogno americano che non conduce alla realizzazione ma alla marginalità.
Il personaggio intellettualmente diverso può essere ammirato finché rimane un’immagine, quasi una curiosità. Quando invece bisogna accettarlo nella sua realtà concreta, con la sua diversità, le sue manie, la sua incapacità di adattarsi alle convenzioni, viene respinto. È una contraddizione molto americana e, insieme, universale: una società che proclama il valore dell’individualità tollera l’individuo soltanto finché la sua diversità non diventa scomoda.
E qui entra l’altro elemento bukowskiano: “la società dei consumi”. Bukowski non ne fa una critica teorica. Non costruisce un ragionamento sociologico. Gli bastano osservazioni rapidissime, situazioni materiali, soldi, automobili, case, lavori, oggetti, bevande. Il mondo viene continuamente misurato in cose acquistabili, mentre proprio le cose che avrebbero maggior valore — dignità, libertà, comprensione degli altri — sembrano non avere mercato.
Per questo emarginazione e degrado non sono semplicemente lo sfondo pittoresco dei suoi racconti. Sono quasi “il negativo fotografico del sogno americano”. Da una parte la promessa: successo, denaro, libertà individuale, consumo. Dall’altra ciò che Bukowski continua a mostrare: lavori miserabili, uomini soli, rapporti precari, sesso senza consolazione, alcol, camere squallide, individui espulsi dal meccanismo oppure incapaci di adattarvisi.
Ed è interessante che Bukowski non trasformi tutto ciò in tragedia solenne. Qui sta forse una parte importante della sua forza. Il fallimento viene raccontato continuando a bere, scherzare, insultare, desiderare. La musica di fondo non diventa mai una marcia funebre. Rimane quel ritmo sgangherato delle bevute, che permette al racconto di parlare di una sconfitta quasi senza dichiararla.