
La burocrazia come demonio: l’eredità di Gogol in Bulgakov
Esiste un filo rosso, tinto di umorismo nero e disperazione, che unisce la Pietroburgo ottocentesca di Gogol alla Mosca sovietica degli anni ’30 di Michail Bulgakov. Per entrambi gli autori, la macchina amministrativa e burocratica non è un semplice apparato umano difettoso, ma un’entità metafisica, mostruosa e disumanizzante. Se in Gogol l’individuo viene annullato dalla rigida “Tabella dei ranghi” zarista, dove un uomo vale meno del tessuto del suo cappotto, in Bulgakov (si pensi a Il Maestro e Margherita) la burocrazia sovietica diventa una gabbia kafkiana di timbri, tessere e permessi che decidono della vita e della morte dell’arte e dell’anima.
Il fantastico come unico tribunale possibile
Il vero parallelismo strutturale risiede nella risoluzione della satira. Sia Gogol che Bulgakov riconoscono l’impotenza dell’uomo comune di fronte al potere costituito. La giustizia terrena è cieca e corrotta; pertanto, l’unico modo per scardinare il sistema è l’intrusione dell’elemento soprannaturale e fantastico.
In Gogol, il povero Akakij Akakievic deve morire e trasformarsi in un fantasma vendicatore per poter terrorizzare i colletti bianchi e strappare i cappotti ai potenti. In Bulgakov, è necessario l’intervento del demonio in persona (Woland e il suo seguito) per mettere a ferro e fuoco la corrotta società letteraria e burocratica moscovita, smascherandone l’ipocrisia attraverso una giustizia paradossale ed extraterrena.
Il riso amaro
In entrambi gli autori, la satira si muove sul confine sottilissimo tra la risata comica e il pianto patetico. Non si ride mai con leggerezza. Il grottesco gogoliano deforma la realtà per mostrarne la miseria interiore; la satira bulgakoviana usa la fantasmagoria e il carnevalesco per gridare contro la censura e l’oppressione. La letteratura diventa così l’ultimo baluardo di resistenza: laddove la realtà censura e schiaccia, il grottesco fantastico libera.
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