Sono andato a vedere le Manifestazioni Garibaldine a Piazza Mameli. Sul palco un giornalista, Giacomo Di Girolamo, conversava con un avvocato, pensate un po’ di che, di mafia. Dopo un poco me ne sono andato, avendo già sentito una decina di volte la parola “mafia”. Per una mia acquisita idiosincrasia, sentendo continuamente quella parola, non riesco più a seguire le argomentazioni di chi ne parla. Ne ho sentite tante volte, in tv, in internet e in tantissimi convegni e tavole rotonde o quadre, che si è creata nella mia mente una torre di avvistamento e di contrasto. Entra automaticamente in funzione tutte le volte che vengo inopinatamente colpito da quella parola e dalle conseguenti argomentazioni. È un blocco mentale che forse ha un valore autoterapeutico. Mi impedisce di cadere in ansia per un fenomeno che non esiste più.
Ormai sulla mafia è prevalsa l’antimafia, non per questo meno corrosiva e dannosa della prima. Sembra che non ci siano altri problemi grossi da affrontare all’infuori della mafia, madre di tutte le storture di una società che continua ad averne tante, prima sotto la mafia e poi, equanimemente, sotto l’antimafia.
Tornato a casa, che non abito molto distante dalla piazza, dalla finestra aperta sentivo ancora evocare la mafia. Inguaribile Di Girolamo. Una carriera giornalistica costruita sulla mafia. O sull’antimafia, che è lo stesso.