La dichiarazione di antifascismo

La decisione della direzione della fiera “Più libri più liberi” di escludere dalla partecipazione quegli editori che non sottoscrivono una dichiarazione antifascista, fa sorridere come se fosse una boutade e invece è la realtà del clima censorio che si ripete ormai spesso nel paese. Qualcosa di simile è avvenuto in altre manifestazioni librarie; ricordo che a volte certi negozi di libri hanno escluso dalle loro vetrine testi in odore di fascismo. Ho sentito giorni fa — e qualcosa di simile avevo letto un anno fa — che in un comune di sinistra, per ottenere una concessione o autorizzazione, si doveva provare con dichiarazione giurata il proprio antifascismo.

Ricordo quando, con le riforme Bersani e Bassanini degli anni Novanta, si iniziò ad accettare richieste accompagnate da dichiarazioni sottoscritte sotto la propria responsabilità, compresa, per le procedure delle opere pubbliche, la dichiarazione dell’impresario di non essere mafioso. E ricordo parimente — ero segretario comunale — che nessun mafioso aveva ostacoli nel dichiarare la propria estraneità alla mafia.

Ugualmente può avvenire nelle fiere letterarie o nelle autorizzazioni comunali: i fascisti nell’animo dichiareranno di non esserlo per essere ammessi o autorizzati.

Le censure, nella storia, non hanno mai raggiunto lo scopo che si prefiggevano i censori; anzi, spesso hanno creato interesse sulle idee vietate.

Che dopo l’insegnamento della storia, oggi, XXI secolo dell’era cristiana, si continui nell’errore di voler ostacolare le idee degli altri — oggi il fascismo, domani la foggia dell’abito indossato o il modo di salutare un conoscente — rimette in discussione l’insegnamento del passato e la positività di precedenti esperienze.

Non si può non affermare, con grande delusione, che sono proprio i cosiddetti progressisti a proporre e ad applicare simili stupide censure.


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