
Nel 2026, l’amministrazione comunale di Marsala, colpita da una visione messianica di verde urbano, dichiarò guerra alle palme, giudicate inutili appendici ornamentali, incapaci di mitigare le torride estati siciliane. Le palme caddero, lasciando il posto a un esercito di alberi d’ombra: platani prepotenti, querce ambiziose e carrubi invadenti. I cittadini, estasiati, immaginarono un paradiso fresco e vivibile, senza minimamente considerare l’aggressiva natura degli adolescenti arborei.
Quindici anni dopo, il sogno si trasformò in incubo. I rami, dotati di arti prensili, iniziarono a violare i balconi privati, mentre le radici iniziarono a incrinare la stabilità degli edifici. Marsala, un tempo vibrante, divenne una città silente e deserta: i suoi abitanti, ormai esuli nelle campagne circostanti, lasciarono la loro terra d’origine in balia di una foresta urbana incontrollata, indirizzata da una benevola Provvidenza che aveva deciso l’esproprio proletario della città.
L’amministrazione, per non ammettere il fallimento, continuò imperterrita nella sua politica verde, potando i rami indisciplinati che minacciavano di abbattere palazzi e celebrando trionfalmente la ritrovata freschezza dell’aria.
I residenti, ormai esuli nelle campagne, guardarono alla città e sperarono che il futuro portasse amministratori con meno visione e molto più buon senso.