La casa occupata

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Uno dei racconti più inquietanti di Julio Cortázar è anche uno dei più semplici. Non vi compaiono mostri, non si assiste ad alcuna violenza, non accade nulla che il lettore possa descrivere con precisione. Eppure, al termine della lettura, rimane la sensazione di aver assistito a una tragedia.

Due fratelli vivono in una grande casa ereditata dalla famiglia. La loro esistenza scorre tranquilla, scandita da gesti quotidiani e da abitudini ormai consolidate. Un giorno sentono un rumore provenire da una parte della casa. Non vanno a verificare, non cercano spiegazioni. Chiudono una porta e rinunciano a quelle stanze. Più tardi l’invisibile presenza avanza ancora e i due arretrano di nuovo, fino a lasciare l’intera abitazione nelle mani di un occupante che nessuno vede e che nessuno conosce.

Il racconto non parla tanto di un’invasione, quanto di una resa.

L’occupazione della casa è misteriosa, indicibile, forse persino insignificante. Non sappiamo se dietro quei rumori vi sia qualcuno, qualcosa o nulla. L’autore non lo rivela, perché non è questo il centro della vicenda. Il vero protagonista è l’atteggiamento dei due fratelli, incapaci di opporre la minima resistenza all’ignoto.

La casa può essere letta come la vita concreta dell’uomo: i suoi affetti, i suoi ricordi, le sue certezze, il suo mondo quotidiano. L’occupante, invece, è tutto ciò che non sappiamo definire: la paura, il destino, il tempo, la morte, oppure qualsiasi forza che, proprio perché resta senza nome, finisce per apparirci invincibile.

La forza del racconto consiste nel mostrare come la rinuncia avvenga per piccoli passi. Nessuna sconfitta improvvisa, nessuna battaglia perduta. Soltanto una serie di arretramenti, ciascuno apparentemente ragionevole, che alla fine lasciano gli uomini senza più nulla da difendere.

Forse è questa la metafora più profonda di Cortázar. Molte delle nostre sconfitte non derivano dalla superiorità dell’avversario, ma dall’abitudine a cedere terreno senza domandarci se il pericolo sia reale. L’ineffabile acquista potere perché noi glielo riconosciamo prima ancora di averlo guardato in faccia.

L’ultima immagine del racconto è memorabile. I due fratelli escono dalla casa, chiudono la porta e gettano la chiave in un tombino. È un gesto che nessuno impone loro. Gli occupanti invisibili non glielo chiedono. Sono essi stessi a cancellare ogni possibilità di ritorno.

È il trionfo dell’indefinibile sul concreto, del mistero sulla realtà vissuta. Ma soprattutto è il trionfo della resa sulla volontà. Ed è forse per questo che Casa occupata continua a inquietare il lettore: non racconta tanto la conquista di una casa, quanto il modo in cui gli uomini, poco alla volta, finiscono per consegnarla spontaneamente.

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