
Per molti anni Marsala ha coltivato un monumento a Garibaldi come si coltivano certi parenti lontani: con affetto, con rispetto e senza sapere bene che farsene.
L’opera era nata ai tempi in cui il vento socialista gonfiava le vele della politica nazionale e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, sembrava deciso a lasciare il proprio segno anche nei luoghi dello sbarco dei Mille. Il progetto era grandioso. Un veliero monumentale, il Generale ritto sulla prora con la spada sguainata, sartie, alberi maestri e tutto il necessario perché l’Unità d’Italia prendesse definitivamente il largo proprio dal porto di Marsala.
Poi la storia, che ha il brutto vizio di cambiare direzione senza chiedere il permesso agli architetti, cambiò governo, maggioranze e perfino eroi.
Craxi finì ad Hammamet, i finanziamenti finirono prima di lui e il monumento restò a metà.
Morì anche il progettista. I successori poterono fare ben poco. Con qualche residuo di bilancio furono scritti alcuni nomi sui muri, venne issata una bandiera italiana, qualche anno dopo arrivarono pure quella siciliana e quella europea. Sembrava che il monumento crescesse per vessilli invece che per muratura. Il risultato finale era curioso.
Dove avrebbe dovuto levarsi il veliero della Patria, rimase una specie di magazzino seminterrato che nessun forestiero avrebbe distinto da un deposito di mangimi o da una cooperativa agricola in temporanea difficoltà.
Ogni anno, puntualmente, il consiglio comunale tornava sull’argomento.
— Bisogna completarlo.
Tutti d’accordo. Il completamento entrava regolarmente nei programmi elettorali di ogni candidato sindaco, subito dopo l’acqua, le strade, il porto, il turismo, il lavoro, la cultura e immediatamente prima della felicità universale.
Una volta eletti, i sindaci scoprivano che i soldi mancavano. Così il monumento continuava a commemorare soprattutto la capacità italiana di iniziare le opere pubbliche.
Finché, come spesso accade nelle migliori storie amministrative, arrivò l’Europa. Un programma comunitario destinato al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie delle città meridionali distribuiva finanziamenti generosi. Un illuminato dirigente comunale osservò a lungo il monumento incompiuto. Lo guardò davanti. Lo guardò di lato. Lo guardò da sotto. Alla fine esclamò:
— Ma questo… sembra già un gabinetto!
Fu il colpo di genio.
In poche settimane il progetto venne rimodulato, le relazioni tecniche aggiornate, i pareri acquisiti e il glorioso monumento garibaldino fu finalmente completato come il più grande, moderno e funzionale servizio igienico pubblico del Mediterraneo.
La cittadinanza, dopo quarant’anni di discussioni, vide finalmente un’opera conclusa. Le guide turistiche internazionali aggiornarono le informazioni. Google segnalava: “Marsala. Monumental Public Toilet”.
Wikipedia spiegava che l’opera rappresentava il definitivo incontro fra il Risorgimento e l’igiene urbana.
Agli ingressi della città comparvero grandi cartelli marroni:
MONUMENTO A GARIBALDI
SERVIZI IGIENICI MONUMENTALI
con tanto di frecce direzionali.
Perfino Porta Trapani fu ricostruita poco distante, affinché il visitatore potesse entrare simbolicamente nella città con dignità e uscirne ancora più leggero.
Molti storici protestarono. Molti architetti pure. Ma il popolo marsalese, pratico com’è, osservò che finalmente il monumento era diventato utile. E qualcuno aggiunse:
— Garibaldi liberò l’Italia. Questo monumento libera i cittadini.
Da allora nessun candidato sindaco ha più promesso di completarlo.
Finalmente una promessa elettorale è stata mantenuta. Anche se in modo leggermente diverso da come era stata immaginata.
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