Umberto Bossi exit

È morto Umberto Bossi e si scatena la valanga dei “coccodrilli”, i pezzi preparati in anticipo nelle redazioni dei grandi giornali. L’ultimo ritocco viene fatto a morto ancora caldo, sull’ultimo malore. Mi sembra giusto che un personaggio importante abbia sùbito gli aedi, ma per capire la personalità del defunto nel suo tempo occorrono ancora molti anni, finché gli storici potranno farlo.

Noi, che storici non siamo e nemmeno aedi, possiamo raccontare una certa aria che lo ha avvolto nell’arco della sua lunga vita, divisa in due parti dall’ictus che lo relegò a casa nel 2005.

È stato il fondatore della Lega – movimento e non partito, specificava – nel 1984. L’ha avviata a un grande destino, sia all’opposizione sia nei diversi governi di centro destra e di centro  sinistra. Il movimento aveva nel DNA la specialità e l’autonomia della Padania, questa regione intorno a Po, che lui ha tratto dalle definizioni geografiche e ha fatto assurgere a caratteristica socio-culturale. Contro la Lega c’era il governo centrale corrotto, la Roma ladrona.

Credo che sia stato il primo movimento populista della Repubblica, omessi i partiti della pastasciutta e qualunquisti del dopoguerra.

La carriera pimpante del Senatùr s’intrecciò con alterne vicende con quella del Cavaliere, anche lui lombardo, padano, ma soprattutto quest’ultimo in giacca e cravatta, l’altro in canottiera e maglioni sovrabbondanti.

Il Bossi portò il movimento a una notevole consistenza ideologica e di voti soprattutto nella sua area settentrionale. Dopo, i nuovi venuti, da lui allevati, proposero e ottennero il cambiamento del simbolo e il mutamento della base elettorale, estesa adesso a tutta la penisola. Il malore del 2005 non gli permise di dissentire. In dissenso dal nuovo segretario Salvini, il leader Bossi non avrebbe messo al centro del suo programma la costruzione del ponte sullo Stretto; al massimo, la costruzione di una nuova autostrada per l’Europa.

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