La grande battaglia delle anatre

flock of redhead ducks in flight against blue sky
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Poiché i droni ucraini potevano raggiungere Mosca, il comando russo adottò una misura destinata a entrare nella storia della strategia: piazzò soldati armati sul Mausoleo di Lenin e sulle torri del Cremlino.

L’ordine era di abbattere ogni oggetto volante sospetto. Che cosa fosse «sospetto» non era spiegato: nell’esercito russo le domande sono pericolose.

La mattina seguente apparvero quaranta sagome scure. Il colonnello le osservò col binocolo. «Procedono in fila ordinata. Sono droni.»

«Signor colonnello, fanno qua qua.»

«Guerra elettronica. I nemici imitano i nostri animali per ingannarci.»

Erano anatre migratrici, dirette verso regioni più calde. La scarica ne abbatté alcune; una, ferita soltanto nell’orgoglio, proseguì protestando.

«Primo attacco respinto!» annunciò il colonnello.

Il ministero della Difesa diffuse un comunicato: quarantadue apparecchi nemici neutralizzati, nessuna perdita tra i difensori. Nessuno domandò perché gli apparecchi avessero il becco.

Il successo incoraggiò i reparti. Le gru divennero droni a gambe retrattili, le oche in formazione a V un piano di vittoria. I piccioni, che conoscevano i monumenti, erano informatori.

A mezzogiorno Mosca era un poligono. Gli uccelli schivavano le raffiche, che colpivano cupole, finestre e bassorilievi. L’orologio della torre Spasskaja si fermò. Il portavoce spiegò che era stato disattivato per impedire al nemico di conoscere l’ora di Mosca.

Tre postazioni spararono alle oche sopra il Cremlino. Le oche sfuggirono; le finestre presidenziali no.

«Abbiamo intercettato qualcosa?» chiese il colonnello.

«Sì, signore. La nostra finestra.»

«Allora l’intercettazione è confermata.»

Nel pomeriggio apparvero cicogne. Per un esperto, solo una tecnologia avanzatissima spiegava quel volo senza motore.

Un tenente azzardò: «E se fossero uccelli veri?»

«Sarebbe peggio. Significherebbe che Kiev ha arruolato anche gli uccelli.»

Alle diciotto: centinaia di uccelli abbattuti, torri danneggiate, finestre distrutte. Dei droni ucraini nulla si sapeva: nessuno li aveva guardati.

«Chi ha danneggiato il Cremlino?» chiese il ministro.

«Le nostre armi.»

«Impossibile. Le nostre armi sono difensive.»

I danni furono attribuiti a velivoli nemici non identificati e il numero delle vittorie aumentato in proporzione alle distruzioni.

Alla televisione di Stato un generale spiegò la nuova dottrina: nessun aggressore avrebbe colpito impunemente il patrimonio russo, perché l’esercito si sarebbe incaricato di colpirlo per primo.

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