
Secondo me, il problema di Sigfrido Ranucci comincia dalle spalle. Possenti, larghe, esibite sotto camicie bianche generosamente sbottonate. Adesso che arriva il freddo, immaginiamo giubbotti aderenti a fior di natiche e abbondanti sciarpe di cashmere attorcigliate intorno al collo taurino. Anche d’inverno, insomma, la figura rischia di continuare a essere un problema. Soprattutto per lui.
Perché abbiamo il sospetto che Ranucci, prima di uscire di casa, si guardi allo specchio. E che il risultato gli piaccia parecchio.
Ha la complessione dell’elegante scaricatore di porto — senza offesa per gli scaricatori, naturalmente, è soltanto uno standard fisico — e l’atteggiamento dell’uomo convinto che quella complessione sia anche un argomento. Quando affronta avversari e perfino datori di lavoro, sembra assumere l’aria di chi stia per annunciare: «Io sono Sigfrido. E voi non siete un cazzo».
Finché funziona, è uno spettacolo.
Il guaio nasce quando la muscolatura incontra la burocrazia, i regolamenti, i provvedimenti disciplinari e magari, alla fine, anche un giudice che non gli dà ragione.
Ranucci aspetta di vedere come finirà il suo braccio di ferro con la Rai. Ma poniamo, per pura ipotesi, che le cose gli vadano male. Poniamo che non venga reintegrato e che il rapporto con la Rai finisca davvero.
A quel punto resterebbero le spalle, le camicie, le sciarpe di cashmere, la voce insinuante e una discreta quantità di autostima. Mancherebbe soltanto un dettaglio: il posto di lavoro.
E lì sorgerebbe un problema interessante. Perché Sigfrido potrebbe certamente presentarsi a un nuovo datore di lavoro con tutta la sua magnificenza. Ma il datore, prima di assumerlo, potrebbe farsi una domanda molto meno epica: «Sì, bell’uomo. Ma io, esattamente, che acqua mi sto mettendo in casa?»