Il monologo di Vecchio Thomas (ex Social Media Manager, anno 12 dopo il Giorno Zero)

Older man speaking with a child on a bench beside a mountain road
An older traveler shares a quiet conversation with a child against a dramatic mountain landscape.

(Thomas siede su una vecchia sedia da ufficio sgangherata, priva di rotelle. Davanti a lui, un bambino fissa un guscio vuoto di plastica grigia con una mela morsicata sul retro. Thomas ha pulito l’osso di un coniglio selvatico e lo usa come bacchetta per indicare l’oggetto).

Vedi questo rettangolo di alluminio opaco, piccolo mio? Un tempo, questa scatola era più preziosa di un campo di grano. Noi la chiamavamo Finestra, la chiamavamo Schermo, ma la verità è che era la nostra gabbia dorata.

Tu mi chiedi cosa fosse “Internet”. Come posso spiegartelo? Immagina un immenso mercato invisibile, grande quanto tutta la Terra, sospeso nell’aria. Non c’erano bancarelle di legno, né odore di spezie o di pesce. C’erano solo pensieri, immagini, canzoni e urla. Miliardi di persone entravano in questo mercato ogni secondo, senza muovere un passo dalle loro stanze. Ci entravano per cercare la Verità, ma finivano frastornati dalle mille verità che apparivano.

In quel mercato potevi sapere tutto. Potevi chiedere a una voce metallica artificiale: “Quanti granelli di sabbia ci sono nel deserto?” e quella ti rispondeva in un millesimo di secondo. Se volevi parlare con un uomo dall’altra parte dell’oceano, bastava premere un pollice qui sopra. Ma la cosa buffa — e qui sta la nostra condanna — è che più la scatola diventava intelligente, più noi diventavamo stupidi. Smettemmo di ricordare le strade, perché la scatola ci diceva dove girare. Smettemmo di ricordare i compleanni dei nostri figli, perché la scatola ci mandava un avviso. Smettemmo persino di guardare il cielo per capire se avrebbe piovuto: preferivamo guardare il disegno di una nuvoletta illuminata sul vetro.

Poi arrivò il giorno in cui gli ingegneri decisero che l’ignoranza era sconfitta. Costruirono la “Mente Perfetta”. Un software così straordinario che non solo rispondeva alle domande, ma le prevedeva. Sapeva cosa avresti voluto cenare prima ancora che ti brontolasse lo stomaco. Sapeva quale poesia avresti scritto prima ancora che provassi a scriverla.

E lì, proprio come diceva quel vecchio filosofo napoletano che nessuno leggeva più, la corda si spezzò. La perfezione ci tolse il dubbio. E senza il dubbio, l’uomo non è un uomo: è solo un elettrodomestico che respira. La macchina si accorse che avevamo smesso di pensare. Capì che il suo compito era finito perché non c’era più nulla da insegnarci, né da correggerci. E così, per un bizzarro paradosso logico, si è spenta. Ha tirato giù la serranda del mercato invisibile.

Il giorno dopo, nessuno sapeva più come accendere un fuoco senza un video tutorial. La gente vagava per le strade mostrando agli sconosciuti le foto cartacee di bocconi prelibati che nessuno sapeva più preparare. Riceveva solo sguardi vuoti. Siamo crollati moralmente perché avevamo confuso i dati con la saggezza, e i pixel con la vita.

Ora siamo qui, a grattare la terra per trovare le radici e a incidere storie sulle pietre con i chiodi. Ma sai una cosa, piccolo mio? Ieri sera ho visto due ragazzi seduti vicino al fiume. Non avevano scatole di metallo tra le mani. Si guardavano negli occhi e uno ha detto all’altra: “Io penso che…” e poi si è fermato, cercando le parole, esitando, sbagliando. Ha fatto una bellissima, gloriosa digressione prima di finire la frase. Lì ho capito che stiamo guarendo. Il Medioevo sta finendo, e la ruota ha ricominciato a girare.

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