Le due anime morte di Gogol

historic stone carving with skull and bones
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A volte la storia di un libro diventa quasi più interessante del libro stesso. È il caso delle Anime morte di Gogol, soprattutto quando si passa dal primo al cosiddetto secondo tomo.

Il primo è un’opera certa. Gogol lo scrisse, lo concluse e lo pubblicò nel 1842. È il grande Gogol satirico e grottesco: Cicikov attraversa la provincia russa comprando dai proprietari i servi già morti ma ancora registrati come vivi, con l’intenzione di servirsene per una speculazione. La trovata è semplice, quasi geometrica, e intorno ad essa Gogol costruisce un’intera società di proprietari, funzionari, burocrati, chiacchieroni e piccoli furfanti.

Poi qualcosa si rompe. L’affare delle anime morte comincia a trapelare, la città si riempie di sospetti e fantasie, Cicikov capisce che è meglio sparire e fugge. E proprio quando potrebbe sembrare che il romanzo debba continuare con un nuovo episodio, Gogol’ lo porta invece verso una conclusione altissima: la carrozza di Cicikov diventa la trojka lanciata nella pianura, e la trojka diventa la Russia stessa che corre non si sa verso dove.

«Russia, dove corri?». Nessuna risposta.

Si potrebbe benissimo chiudere il libro lì.

Ma Gogol non voleva fermarsi. Aveva in mente un progetto assai più grande. Se nel primo tomo aveva rappresentato un mondo di “anime morte”, nel secondo avrebbe voluto mostrare l’inizio di una rinascita e, in un terzo, forse addirittura una redenzione. Da qui il frequente accostamento alla struttura della Divina Commedia: inferno, purgatorio, paradiso.

Ed è proprio qui che cominciano i guai. Gogol lavorò per anni al secondo tomo, ne distrusse una prima stesura e tornò a scriverlo. Pochi giorni prima di morire bruciò ancora gran parte di ciò che aveva rifatto. Quello che oggi leggiamo come “seconda parte” delle Anime morte non è dunque un secondo romanzo approvato e consegnato alle stampe dall’autore: sono capitoli e frammenti sopravvissuti, con lacune, raccordi difficili e punti nei quali non sappiamo esattamente come Gogol intendesse proseguire.

E questo si sente leggendo.

Cicikov riprende il viaggio e continua inizialmente a essere il Cicikov che conosciamo. Arriva da Tentetnikov, proprietario intelligente ma inerte; si introduce nelle grazie del generale Betriščev; inventa nuove storie per procurarsi altre anime morte. Poi incontra Platonov e soprattutto Kostanžoglo, proprietario laborioso e capace, che riesce a far prosperare la propria terra. Cicikov ne resta affascinato. Per la prima volta sembra pensare che potrebbe arricchirsi non attraverso imbrogli e finzioni, ma acquistando davvero una proprietà e amministrandola bene.

Compra così una tenuta appartenente a Chlobuev, uomo pieno di debiti e incapace di governare le proprie sostanze. Per un momento sembra aprirsi davanti a Cicikov una strada nuova.

Ma Čičikov rimane Cicikov. La trama si infittisce, entra in gioco una complicata eredità, compaiono testamenti, falsificazioni, funzionari corrotti. Le lacune del manoscritto rendono difficile seguire tutti i passaggi. Alla fine Cicikov viene arrestato e rischia di perdere tutto.

È allora che incontra Murazov, personaggio che rappresenta quasi la coscienza morale del secondo tomo. Murazov gli fa osservare che possiede energia, intelligenza, perseveranza: qualità enormi che ha sempre utilizzato per scopi miserabili. Se avesse messo la stessa forza al servizio del bene, avrebbe potuto essere un altro uomo.

Cicikov si commuove, piange, promette di cambiare.

Ma basta poco perché torni a sperare nei maneggi dei funzionari e nella possibilità di salvarsi con il denaro.

Ed è forse questa esitazione la parte più viva di ciò che ci resta: Gogol vorrebbe redimerlo, ma Cicikov resiste perfino al proprio autore.

Alla fine viene liberato e deve nuovamente partire. Non è ancora un uomo nuovo, ma non sembra neppure esattamente quello di prima. È, per così dire, un uomo in demolizione, del quale non sappiamo se verrà costruito qualcosa di diverso.

Poi il manoscritto si interrompe. E forse proprio qui si comprende il dramma di Gogol. Nel primo tomo gli bastava guardare gli uomini: ne coglieva immediatamente l’avidità, la stupidità, la vanità, e da quella osservazione nasceva naturalmente la sua comicità. Nel secondo vuole invece insegnare agli uomini come dovrebbero diventare. Il narratore lascia sempre più spazio al moralista.

Il Cicikov che compra le anime morte è un personaggio perfetto. Il Cicikov che dovrebbe salvare la propria anima è assai più difficile da far vivere sulla pagina.

Forse Gogol continuò a riscrivere e a distruggere proprio perché avvertiva questa difficoltà. Aveva creato un mondo straordinariamente vero quando raccontava uomini imperfetti; non riusciva con la stessa naturalezza a raccontare uomini che diventavano migliori.

Per questo si può avere l’impressione che le Anime morte possiedano già il loro vero finale nel primo tomo: Cicikov fugge, la trojka corre, la Russia scompare nella distanza e nessuno sa dove stia andando.

Tutto ciò che viene dopo è affascinante, ma appartiene anche alla storia tormentata di uno scrittore che tentò di salvare un personaggio che la natura aveva creato irredimibile.

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