“L’io solitario”, di Bukowski

silhouette of a person on rocky seaside at sunset
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“L’io solitario” è una poesia di Bukowski dei primi anni Sessanta.

A me sembra una poesia molto più sottile di quanto appaia. Non racconta semplicemente la solitudine di un uomo: racconta un uomo che non riesce a trovare un posto nel mondo.

Bukowski non riesce a dormire, lascia l’automobile e scende verso il mare. Sembra quasi l’inizio di una scena romantica: notte, scogli, mare, luna. Ma appena arriva sulla spiaggia trova gli innamorati, le coppie. E lui, solo, diventa l’anomalia. Le coppie sono viste ironicamente come esseri a due teste: per loro è invece il solitario a rappresentare qualcosa di strano, quasi folle.

Qui sta secondo me il centro della poesia. Bukowski difende continuamente la propria solitudine, ma nello stesso tempo ne soffre. Non desidera veramente diventare come gli altri; tuttavia, quando passa in mezzo alle coppie, prova vergogna e sente di essere fuori posto. È il solito paradosso bukowskiano: vuole stare solo, ma la presenza della felicità — o almeno dell’apparente felicità — degli altri gli fa pesare la sua solitudine.

Poi Bukowski distrugge deliberatamente ogni possibile romanticismo. Il mare notturno non è sublime: puzza e fa un rumore che gli ricorda uno scarico del gabinetto. Anche la possibile idea della morte davanti al mare viene immediatamente ridicolizzata: se proprio bisogna morire, pensa, è meglio farlo in una squallida stanza conosciuta, tra pareti familiari e vecchi paralumi. È tipicissimo di lui: prende un’immagine che un poeta tradizionale renderebbe lirica e la riporta brutalmente alla fisiologia e alla quotidianità.

Molto bella è l’immagine dell’automobile come “madre d’acciaio”. L’automobile rimane sopra gli scogli mentre lui scende. È il suo rifugio: quando l’esperimento di entrare nel mondo degli altri fallisce, ritorna alla macchina, mette in moto e riparte. La macchina è quasi una protezione artificiale.

E poi ci sono le scarpe abbandonate sulla spiaggia. È un particolare apparentemente comico: risale scalzo e si accorge di aver lasciato giù le scarpe. Ma a me sembra anche un’immagine molto efficace. Di quell’incursione nel territorio degli altri rimangono soltanto due scarpe vuote. Lui non appartiene né alla spiaggia né alle coppie né al paesaggio romantico: se ne va ancora una volta.

Per questo il finale è fondamentale: parte in automobile cercando un altro posto”. Non dice quale. Probabilmente non esiste. È la condizione stessa di Bukowski: spostarsi continuamente perché ogni luogo, dopo un po’, diventa sbagliato.

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