Il politicamente corretto

stack of small papers in metal stick
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Il parlare politicamente corretto per obbligo non esisteva una decina di anni fa, quando ho scritto un diario. Ora vorrei correggere gli errori di quel diario e l’ho sottoposto all’editor di Word. Mi sono stati segnalati centinaia di refusi, che mi hanno lasciato allibito per il loro numero e soprattutto per la loro qualità.

Quando ho scritto quel diario c’era in città un sindaco donna, ma ancora non si era fatta stringente la regola che se il sindaco è donna deve essere chiamato sindaca. C’era pure un assessore donna, ed era normale allora chiamarla assessore. Ma ora che ho sottoposto il testo all’aggiornamento non potrei più lasciare scritte le parole come una volta.

Word mi ha avvisato che chiamare sindaco o assessore una donna è discriminatorio e dovrei quindi chiamarla sindaca o assessora.

E così via per tanti altri lemmi. Per esempio, “extracomunitario” potrebbe essere offensivo. Ma non mi suggerisce come sostituirlo. Ho pensato a “cittadino del mondo”, che ve ne pare?

Poi non vi dico la reprimenda che mi ha fatto l’editor quando mi sono permesso di scrivere che una parlamentare aveva due palle così (ce ne sono, ce ne sono).

“Negro” non si può più dire. Quella islamica non deve essere definita “invasione”. Gli islamici si potrebbero sentire mal giudicati.

Il “terzo mondo”, poi, meglio chiamarlo in altro modo per non denigrare miliardi di persone. Dio mio! Comincio ad aver paura di scrivere ancora.

Con il “sesso” o le “relazioni sessuali” andarci con i piedi di piombo. Anche il desiderio di farlo con l’altro sesso può essere conflittuale con coloro che amano farlo con lo stesso sesso. Perché creare disagi nella comunità?

Nemmeno “quaquaraquà”, usato da Sciascia per definire persone di poca qualità, può essere più usato senza temere di demansionare illegittimamente una vasta categoria cittadini, soprattutto politici.

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