Le digressioni in Sterne

urban scene reflected in convex mirror
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A metà dell’ultimo volume di Tristram Shendy, il narratore – ma è lo stesso autore – comincia una lunga riflessione sul fatto che le digressioni non sono un difetto del racconto, ma la sua stessa forza vitale. Sostiene, paradossalmente, che sono proprio le deviazioni a far procedere il romanzo. Il lettore pensa: “Adesso finirà la teoria e torneremo alla storia.” Invece Sterne fa esattamente il contrario. Mentre parla delle digressioni… digredisce.

Ricorda il viaggio compiuto anni prima con lo zio Toby, abbandonando completamente la scena dell’assedio alla casa della vedova. È un capolavoro di coerenza artistica: la forma dimostra ciò che il contenuto afferma.

È come se un musicista, mentre tiene una conferenza sulla fuga di Bach, improvvisasse una fuga davanti al pubblico. Oppure come un pittore che spiegasse la prospettiva dipingendo nello stesso momento un quadro.

Questa è la grande differenza fra Sterne e molti altri scrittori del Settecento. Gli altri espongono le proprie idee; Sterne le mette in scena. Per questo il Tristram Shandy appare così moderno. Non è un romanzo che parla della digressione: è un romanzo che pensa per digressioni. La teoria e la pratica coincidono perfettamente.

Aggiungerei un’ultima osservazione. Quella digressione sul viaggio con Toby arriva proprio quando il lettore è al massimo dell’attesa per l’incontro con la vedova. Sterne interrompe deliberatamente il momento culminante. È una sfida al lettore: «Tu credi che il piacere del romanzo stia nello scioglimento della vicenda; io ti dimostrerò che può stare anche nel rinvio dello scioglimento». È un’idea narrativa sorprendentemente moderna, che anticipa tecniche che diventeranno comuni solo due secoli dopo.

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