Il metodo Ranucci

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IL METODO RANUCCI

Quando il giornalista diventa la notizia

PREMESSA

Questo articolo nasce da una domanda semplice, che non riguarda soltanto Sigfrido Ranucci e nemmeno la trasmissione *Report*. Riguarda il giornalismo.

Esiste un principio che possa valere sempre, indipendentemente dalla persona coinvolta? Oppure i principi cambiano quando cambia il protagonista della vicenda?

Per quasi trent’anni *Report* ha rappresentato uno dei punti di riferimento del giornalismo investigativo italiano. Ha costruito la propria identità attraverso un linguaggio riconoscibile, fondato sulla ricerca documentale, sulla ricostruzione dei fatti e sulla convinzione che l’interesse pubblico possa giustificare la pubblicazione di notizie che, in altri contesti, rimarrebbero riservate.

È stato un modo di intendere il giornalismo che ha raccolto consensi e critiche. Molti hanno visto in *Report* un esempio di servizio pubblico capace di affrontare argomenti che altri evitavano. Altri hanno sostenuto che il programma, pur partendo da fatti reali, tendesse talvolta a costruire un impianto narrativo nel quale i documenti finivano per confermare una tesi già delineata.

Quando un metodo giornalistico diventa tanto riconoscibile da essere identificato con una persona e con una trasmissione, cessa di appartenere soltanto ai suoi autori. Diventa parte del dibattito pubblico e, come ogni metodo che esercita una funzione pubblica, può essere osservato, discusso, apprezzato o criticato. È ciò che è accaduto al cosiddetto “metodo Ranucci”.

Per molti anni Sigfrido Ranucci ha raccontato la vita pubblica degli altri. Ha ricostruito relazioni, confrontato testimonianze, utilizzato documenti, registrazioni, atti giudiziari e informazioni provenienti dalle fonti più diverse. Era il suo lavoro. Poi è accaduto qualcosa di insolito: altri giornalisti hanno rivolto lo stesso sguardo verso di lui.

Sono comparsi articoli, ricostruzioni, polemiche, riferimenti alla sua autobiografia, alle sue relazioni professionali e personali e alle iniziative giudiziarie da lui intraprese. Ranucci non era più soltanto l’autore dell’inchiesta: era diventato uno dei protagonisti del racconto giornalistico.

Da qui nasce la domanda che attraversa questo approfondimento: le regole rimangono identiche quando cambia il soggetto dell’inchiesta? Oppure ciò che appariva legittimo quando riguardava altri diventa discutibile quando riguarda chi quel metodo ha contribuito a costruire?

Non è una domanda rivolta soltanto a Sigfrido Ranucci. È una domanda rivolta al giornalismo.

IL METODO

La cronaca registra ciò che è accaduto. L’inchiesta prova a ricostruirne le cause, i collegamenti e le responsabilità. Raccoglie documenti, ascolta testimonianze, confronta versioni differenti e mette in relazione episodi che, considerati separatamente, potrebbero sembrare privi di significato. Non si limita a esporre i fatti: costruisce un percorso interpretativo che conduce il lettore o lo spettatore verso una conclusione.

È qui che nasce la forza dell’inchiesta, ma anche la responsabilità di chi la realizza. Un documento isolato dice qualcosa; accostato ad altri può suggerire molto di più. Una frase può cambiare significato a seconda di ciò che la precede o la segue. In televisione intervengono inoltre le immagini, le pause, le espressioni dei protagonisti, la musica, il montaggio e la scelta delle inquadrature. Sono strumenti legittimi del racconto televisivo, ma possono orientare la percezione dello spettatore prima ancora che tutti gli elementi siano stati valutati.

Quanto più una narrazione è efficace, tanto maggiore dovrebbe essere il rigore con cui vengono stabiliti i collegamenti tra i fatti.

Su questo terreno si è sviluppato negli anni il dibattito intorno a *Report*. Giovanni Minoli ha distinto tra l’inchiesta che nasce da una notizia e quella che parte da un’ipotesi da verificare. Aldo Grasso ha richiamato l’attenzione sul rischio che il linguaggio televisivo produca una convinzione prima dell’esistenza di una prova definitiva. Altri critici hanno parlato di “giornalismo d’accusa”.

Ranucci ha sempre respinto queste contestazioni, sostenendo che le puntate del programma nascano da documenti, verifiche rigorose e confronti con i soggetti interessati. Non è necessario, in questa sede, stabilire quale delle due interpretazioni sia corretta. È sufficiente riconoscere che il metodo adottato da *Report* è diventato esso stesso oggetto di discussione.

La questione ha assunto un significato particolare quando tecniche abitualmente utilizzate dalla trasmissione sono state applicate al suo direttore.

Per anni *Report* ha considerato legittima, in presenza di un interesse pubblico, la pubblicazione di atti d’indagine, registrazioni, testimonianze, documenti riservati e notizie riguardanti rapporti personali o professionali. Quando articoli e ricostruzioni hanno cominciato a riguardare Ranucci, sono stati invece richiamati con forza il diritto alla riservatezza, la tutela della persona, il rischio di diffamazione e la possibile diffusione illecita di atti giudiziari.

Si tratta di principi fondamentali, che nessuna esigenza giornalistica può cancellare. Il problema non è contestarne il valore, ma comprendere se vengano applicati con il medesimo equilibrio a tutti i soggetti coinvolti.

Il caso delle relazioni personali rende evidente questa difficoltà. Amicizie, affetti e frequentazioni appartengono normalmente alla vita privata e non dovrebbero interessare il pubblico. Possono però acquistare rilievo quando aiutano a comprendere una decisione, un comportamento, un conflitto d’interessi o un possibile rapporto d’influenza.

È un criterio utilizzato abitualmente dal giornalismo investigativo. Una relazione non costituisce una prova e non può essere presentata come tale, ma può rappresentare un elemento di contesto. Proprio per questo molte inchieste non si limitano a esaminare singoli fatti: ricostruiscono anche la rete di rapporti entro la quale quei fatti sono maturati.

Negli ultimi mesi quotidiani e settimanali hanno applicato lo stesso criterio a Ranucci, occupandosi di alcune sue relazioni professionali e personali. Non compete a questo articolo stabilire se ogni ricostruzione pubblicata sia fondata. Ciò che interessa è la reazione prodotta dal ribaltamento dei ruoli. Il dibattito si è concentrato non soltanto sull’esattezza delle notizie, ma sulla legittimità stessa di esaminare quei rapporti.

Un problema analogo riguarda il ricorso alla magistratura. Ogni cittadino ha il diritto di difendere la propria reputazione e di chiedere tutela quando ritiene di essere stato diffamato. Ranucci ha esercitato questo diritto e nessuno può contestarglielo. Tuttavia, per molti anni, *Report* ha raccontato vicende nelle quali politici, amministratori e imprenditori avevano reagito alle inchieste con querele o richieste di risarcimento, sostenendo che le iniziative giudiziarie non dovessero limitare il diritto di informare.

La libertà di stampa richiede certamente che il giornalista non venga intimidito attraverso azioni temerarie. Allo stesso tempo, una querela non rende automaticamente corretta la notizia contestata, così come non dimostra necessariamente la volontà di censurare chi l’ha pubblicata. Ogni caso dovrebbe essere valutato per ciò che è, senza trasformare il ruolo professionale dei protagonisti in una presunzione di ragione o di torto.

Quando è il giornalista a rivolgersi ai giudici, il suo diritto non cambia. Resta però da comprendere se quella scelta venga interpretata secondo gli stessi criteri utilizzati quando a compierla erano i soggetti delle sue inchieste.

È qui che la vicenda supera la dimensione personale. Non si tratta di stabilire se Ranucci debba rinunciare alla propria riservatezza o alla tutela giudiziaria in nome del mestiere che esercita. Nessuno potrebbe ragionevolmente sostenerlo. Si tratta piuttosto di verificare se il giornalismo adotti principi generali o giudizi variabili secondo il ruolo occupato, di volta in volta, dalle persone coinvolte.

Un metodo credibile deve saper distinguere tra interesse pubblico e curiosità, tra collegamento documentato e semplice suggestione, tra critica legittima e aggressione personale. Ma deve compiere questa distinzione sempre, non soltanto quando serve a proteggere chi esercita la funzione di controllo.

IL PRINCIPIO

Il giornalismo investigativo svolge una funzione essenziale nelle democrazie: controlla il potere, solleva domande, individua relazioni e porta alla luce fatti che altrimenti potrebbero rimanere nascosti. Proprio per questa ragione non può sottrarsi alla verifica dei propri criteri.

Chi controlla gli altri deve accettare di essere controllato. Ciò non significa che ogni notizia pubblicata sul suo conto sia vera, che ogni intrusione nella sua vita privata sia lecita o che debba rinunciare alla possibilità di difendersi. Significa soltanto che la valutazione dell’interesse pubblico, della riservatezza, della correttezza delle fonti e dell’uso degli strumenti giudiziari non può dipendere dalla simpatia, dal prestigio o dalla funzione professionale della persona interessata.

Il caso Ranucci è dunque significativo non perché permetta di emettere una sentenza sul direttore di *Report*, ma perché obbliga il giornalismo a misurarsi con una questione che spesso preferisce rivolgere agli altri: la coerenza tra i principi dichiarati e i comportamenti adottati.

Non basta chiedere trasparenza. Occorre accettarla nei limiti in cui la si pretende dagli altri. Non basta rivendicare la libertà d’inchiesta. Occorre riconoscere quella stessa libertà anche quando l’inchiesta riguarda chi abitualmente la esercita.

Un metodo non diventa autorevole perché viene applicato molte volte o perché gode di un largo consenso. Diventa autorevole quando conserva le proprie regole anche nel momento in cui il soggetto osservato coincide con colui che quelle regole ha contribuito ad affermare.

CRONOLOGIA ESSENZIALE

1997 – Nasce Report, sviluppando l’esperienza televisiva avviata da Milena Gabanelli con Professione Reporter. Negli anni la trasmissione diventa uno dei principali programmi italiani di giornalismo investigativo.

2017 – Sigfrido Ranucci assume la conduzione e la responsabilità editoriale della trasmissione dopo l’uscita di Milena Gabanelli.

2025-2026 – Si sviluppa un intenso dibattito pubblico intorno ad alcune vicende riguardanti il direttore di Report. Quotidiani, periodici e trasmissioni televisive pubblicano articoli, interviste e ricostruzioni sulla sua attività professionale, sulle sue relazioni e su alcuni aspetti della sua vita privata. Nello stesso periodo Ranucci contesta pubblicamente numerose ricostruzioni giornalistiche e intraprende iniziative giudiziarie a tutela della propria reputazione. La vicenda assume così un significato più ampio del singolo caso e riapre la discussione sui criteri con cui il giornalismo investigativo osserva gli altri e sé stesso.

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