
Nei dialoghi dei capitoli 25 e 26 del Maestro e Margherita Bulgakov non cerca una ricostruzione filologica del linguaggio romano. Viene usato il lei, invece che il tu romano. Pilato parla come parlerebbe un alto funzionario moderno, e anche gli ufficiali rispondono con formule che ricordano più la burocrazia del Novecento che l’amministrazione imperiale romana. Non credo sia una svista: Bulgakov non voleva scrivere un romanzo storico alla maniera di Alessandro Manzoni o di Marguerite Yourcenar. La Gerusalemme del suo romanzo è soprattutto un luogo simbolico, non una ricostruzione archeologica.
A primo acchito, il lettore potrebbe cercare nei capitoli del Maestro un’allegoria dell’Unione Sovietica, ma non la troverebbe.
Nei capitoli 25 e 26 il centro della narrazione non è il regime sovietico. È Pilato, e Bulgakov riflette soprattutto su alcuni temi universali:
* il rapporto fra potere e coscienza;
* la responsabilità personale;
* la paura;
* il rimorso;
* la verità sacrificata alla ragion di Stato.
Questi temi potevano certamente essere letti anche come una critica allo stalinismo, ma non si esauriscono lì.
Anzi, direi che il bersaglio principale non è il comunismo, bensì ogni potere che costringa un uomo a tradire la propria coscienza.
Pilato sa che Yeshua è innocente. Tuttavia lo condanna per conservare il proprio ruolo e mantenere l’ordine politico. Questa situazione può ricordare un funzionario sovietico, ma potrebbe ricordare anche un magistrato romano, un ministro moderno o qualsiasi uomo investito di responsabilità. Per questo quei capitoli hanno conservato la loro forza anche dopo la fine dell’URSS.
L’accenno al candelabro a cinque braccia, che richiama la stella del simbolo sovietico sopra il Cremlino, è uno dei pochi particolari nei quali Bulgakov sembra davvero lanciare un’allusione contemporanea. Ma è un dettaglio isolato e non basta da solo a trasformare tutta la vicenda di Pilato in una satira politica al regime.
A mio avviso bisogna ricordare che nel romanzo convivono due libri.
Il primo è la satira della Mosca degli anni Trenta. Qui la critica al sistema sovietico è evidente: la burocrazia, il conformismo degli scrittori, la censura, gli appartamenti, i funzionari, le organizzazioni culturali.
Il secondo è il romanzo del Maestro, quello su Pilato. Qui Bulgakov cambia completamente registro. Non vuole più prendere in giro un regime; vuole riflettere sul male, sulla responsabilità e sulla codardia.
Non a caso Woland dirà che la codardia è uno dei peggiori vizi. Questa affermazione riguarda Pilato e tutti gli intellettuali e i funzionari di ogni epoca che, pur conoscendo la verità, preferiscono tacere.
Siamo al livello più filosofico del romanzo. La critica allo stalinismo è fortissima nella parte moscovita; nella parte di Pilato, invece, Bulgakov sembra voler andare oltre la cronaca del suo tempo e interrogarsi su una domanda molto più ampia: perché gli uomini, pur riconoscendo il bene e la verità, finiscono così spesso per scegliere la paura?
È forse proprio questa scelta a spiegare perché *Il Maestro e Margherita* continua a parlare ai lettori di oggi, mentre un semplice romanzo contro lo stalinismo sarebbe rimasto legato alla sua epoca.