
È vero che Bukowski beveva moltissimo nella vita. Ma è altrettanto vero che nei suoi racconti e nei romanzi il bere diventa qualcosa di più di un semplice dato autobiografico. Diventa un elemento stilistico, quasi un linguaggio.
In Tre donne (e in molti altri racconti e romanzi) l’alcol svolge almeno quattro funzioni.
La prima è quella di abbattere ogni filtro sociale. I personaggi, ubriachi, dicono ciò che normalmente nasconderebbero. Bukowski è interessato proprio a quel momento in cui l’uomo perde la maschera della buona educazione.
La seconda è quella di creare una realtà deformata. Nei suoi racconti non bisogna cercare il realismo fotografico. È un realismo esasperato, quasi espressionista. Come certi pittori accentuano i colori per rendere meglio un’emozione, Bukowski accentua il bere per rendere l’idea di un’esistenza vissuta sempre sull’orlo del precipizio.
La terza funzione è ritmica. Se si osserva bene, le bottiglie, i bicchieri, i bar ritornano con una regolarità quasi ossessiva. Sono oggetti che scandiscono il tempo del racconto, come le sigarette nei film noir.
La quarta è simbolica. L’alcol è una forma di rifiuto della società americana del successo, del lavoro ordinato, della famiglia perfetta. Bere fino all’autodistruzione significa anche dichiarare guerra a quel modello di vita.
A un certo punto l’insistenza diventa una maniera letteraria. Non è più il racconto di un uomo che beve, ma di un personaggio costruito intorno al bere. Questa ripetizione è una cifra stilistica, che può dare fastidio.
Anzi, si potrebbe sostenere un paradosso: il Bukowski più convincente non è quello che descrive dieci bottiglie di whisky, ma quello che, in mezzo a quella vita sregolata, improvvisamente osserva un gatto, un tramonto, una vecchia macchina da scrivere o una donna che dorme. In quei momenti emerge una sensibilità che spesso resta nascosta sotto i fiumi di alcol.