Racconti della prima parte e racconti della seconda parte

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Molti lettori notano una differenza tra i racconti della prima parte di Finzioni e quelli aggiunti successivamente. I primi – come La biblioteca di Babele, Il giardino dei sentieri che si biforcano, Funes, o della memoria, Il miracolo segreto – possiedono una forza visionaria immediata. Da un’idea filosofica nasce un racconto che suscita meraviglia, inquietudine o malinconia.

Nei racconti successivi, tra cui Tre versioni di Giuda, Borges sembra invece interessarsi maggiormente al funzionamento delle idee. Il racconto diventa quasi un esperimento mentale. L’autore costruisce una tesi, la sviluppa con rigore, ne trae le conseguenze più estreme. La narrazione passa in secondo piano rispetto al ragionamento.

Tre versioni di Giuda ne è forse l’esempio più evidente. Più che un racconto, sembra un saggio di teologia immaginaria. Il protagonista, Nils Runeberg, è quasi un pretesto per sviluppare una serie di ipotesi sempre più paradossali. L’emozione nasce dall’audacia intellettuale più che dalla vicenda umana.

Si potrebbe dire che, in questa seconda parte di Finzioni, Borges si avvicini sempre più al saggista e si allontani dal narratore. I personaggi tendono a trasformarsi in portatori di idee; la trama diventa il meccanismo che permette a quelle idee di manifestarsi.

Non direi però che il pathos scompaia del tutto. Piuttosto cambia natura. Nei primi racconti il pathos è esistenziale: il bibliotecario perduto nell’infinito, Funes prigioniero della memoria, Hladík sospeso tra la vita e la morte. Nei racconti successivi il pathos diventa intellettuale: il lettore assiste al progressivo rovesciamento di un sistema di pensiero, fino a un punto in cui la logica sembra divorare sé stessa. Borges sembra divertirsi a dimostrare che, partendo da una premessa apparentemente accettabile, è possibile giungere a conclusioni vertiginose. Il piacere del racconto si sposta dalla partecipazione emotiva all’ammirazione per l’architettura dell’argomentazione.

Questa trasformazione può lasciare qualcuno meno coinvolto. Se nei primi racconti il lettore entra in un mondo fantastico e vi si perde, negli ultimi ha talvolta l’impressione di assistere a una brillante dimostrazione logica. L’incanto narrativo cede parte del posto all’eleganza dell’intelletto. Non è necessariamente un limite, ma è certamente un diverso modo di fare letteratura. E può spiegare perché molti lettori trovino più memorabili i racconti della prima sezione di Finzioni: in essi l’idea filosofica e l’emozione narrativa sembrano raggiungere un equilibrio che, nelle aggiunte successive, Borges sacrifica talvolta a favore del puro gioco speculativo.


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