Il riciclo delle acque

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La neosindaca Giulia Adamo, prima di essere eletta, l’aveva detto in un confronto elettorale con gli altri tre concorrenti alla carica di primo cittadino. Mi riferisco alla riutilizzazione delle acque luride dopo la depurazione. Esse venivano buttate in mare e, secondo la candidata, costituivano un danno per la marina, dato il potere inquinante. Invece, secondo lei, avrebbero dovuto essere destinate all’irrigazione nell’agricoltura. L’idea ebbe subito l’approvazione dei contadini, che da sempre sono a corto di acqua, soprattutto nel periodo estivo, nelle loro terre.

Pure la popolazione ittica accolse con soddisfazione la proposta: sarebbe vissuta in un ambiente più salubre.

Anche grazie a questa proposta, inserita nel programma elettorale, l’Adamo riuscì a sconfiggere gli avversari.

Divenuta sindaca, con la concretezza e la coerenza che la contraddistinguono, preso in mano il programma elettorale, diede inizio alle concrete realizzazioni. Chiamato il dirigente alle Acque, gli ordinò di preparare il progetto per il riutilizzo in agricoltura delle acque depurate. L’esimio dirigente le rispose ossequiosamente “sì”, come di regola tutti i dirigenti dicono “sì” a ogni richiesta del capo dell’amministrazione, salvo poi tornarsene ai loro affari e dimenticarsene.

Ma la sindaca – l’ho detto e non lo ripeterò più – è persona quanto mai tenace e determinata. Rilevato che il dirigente non era più tornato a riferire, lo convocò di nuovo nel gabinetto [si tratta dell’ufficio del sindaco, a scanso di equivoci, ndr] e lo guardò con freddezza dritto negli occhi, attendendo risposta. Il dirigente subito capì – non sono stupidi i dirigenti comunali, solo che tendono a scansare ogni lavoro – e le rispose che tutte le energie del suo settore erano al lavoro per definire il progetto. Ci volevano al massimo altri due mesi e sarebbe stato pronto. Accennò alle difficoltà sorte, che avevano fatto perdere tempo, e che era necessario appurare il tasso di inquinamento del liquido depurato.

Tornandosene alla sinecura del suo ufficio, il dirigente era soddisfatto di sé: aveva ottenuto altri due mesi di proroga e poteva stare tranquillo, curando i suoi affari, per un altro mese almeno. Poi, avrebbe scopiazzato un progetto standard di riutilizzo di acque reflue e il progetto sarebbe stato pronto da realizzare. Senza nemmeno fare le dovute analisi, di cui aveva accennato alla sindaca. Difatti, la necessità delle analisi gli era venuta in testa – “Testa brillante, la mia!”, pensava – per prendere più tempo, né si sognava di farle veramente.

Prima della scadenza dei due mesi, il progetto fu pronto. Lo portò in giunta, che approvò e mandò al consiglio, che compattamente approvò. Ora si trattava di appaltarlo e realizzarlo. “Con urgenza!”, gli impose la prima cittadina. Si trattava del primo grande progetto della nuova amministrazione e doveva confermare la bontà della sua elezione.

Furono convocati al Quartiere i rappresentanti dei contadini, gli fu mostrato il progetto e i benefici. La sindaca fu applaudita ed ebbe conferma di quanto il popolo l’amasse.

I lavori iniziarono e i contadini attendevano fiduciosi. I pesci un po’ meno, perché fra di loro serpeggiava un certo timore, di cui si erano fatti portavoce i loro sindacalisti. Un polipo dall’alto della terza rocca di Capo Boeo era stato sentito arringare la folla di boghe, sarde, ritunni e asineddri: “Ma che interesse abbiamo noi ad avere il mare costiero più pulito? Metti il caso che la notizia si diffonda, potrebbero venire qua le marinerie di tutta l’isola, attratte dalla possibilità di un pescato migliore”.

Come si vede, è difficile mettere d’accordo tutti. Per questo la politica è l’arte del compromesso. E a volte si tratta di un compromesso al ribasso. Sempre al ribasso, dice qualcuno.

Non era finito l’autunno che l’opera fu completata, collaudata e inaugurata. Tutto lo stesso giorno. Dalle nostre parti, i collaudi si usa farli in ufficio, mettendo alcune firme sulle carte e alcune buste sul tavolo.  

Fu grande festa quel giorno. La bionda sindaca, in abito rosso, con fascia tricolore a tracolla della spalla destra, faceva il suo effetto. Le parole di rito non sono mancate e sono state captate chiaramente “concretezza”, “prontezza”, “determinazione”, intelligenza”. Le parole si intrufolavano fra le bandiere al vento di scirocco della Regione Sicilia, dell’Italia, dell’UE. Lo stendardo del comune era tenuto alto dall’on. Eleonora Lo Curto.

L’acqua depurata partì potente per le condotte nell’estesa campagna. Passò l’autunno, venne e passò l’inverno, arrivò la primavera. Erano uno spettacolo gli alberi carichi di albicocche, ciliegie, susine, gelsi, fichi, nespole e pesche. Una meraviglia della natura. Fin quando non venne il tempo di raccogliere i frutti. Dio mio, un sapore così orrendo non s’era mai sentito. Facevano vomitare e venire la scesa. I raccoglitori, uomini e donne, in mancanza di wc si adattavano come potevano. Gli uni si abbassavano i pantaloni; le altre alzavano le gonne e giù tutti a fare.

Non essendo stati effettuati dall’ingegnere i controlli organolettici, assieme all’acqua depurata era stata mandata nei campi una certa quantità di batteri fecali, che dava ai frutti non solo la magnificenza dell’apparenza, ma anche il sapore di m…

Per stornare il danno, non si poté fare altro che mandare di nuovo l’acqua male depurata al mare.

Allo scorno dei contadini si relazionò – tutto è relativo – la consolazione della specie ittica, che di nuovo poteva stare tranquilla nel suo mare leggermente inquinato.

Nelle chiese furono organizzate veglie di preghiera per scansare nuovi pericolosi progetti comunali.

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