
Il primo tomo delle Anime morte di Gogol uscì nel 1842, vivente l’autore, e costituisce un’opera compiuta. È il grande Gogol satirico: Čičikov attraversa la provincia russa comprando dai proprietari terrieri i nomi dei servi già morti ma ancora presenti nei registri dello Stato. Intorno a lui sfilano avidità, stupidità, vanità, servilismo, burocrazia. Un’umanità morta molto prima di essere sepolta.
Poi la truffa comincia a venire alla luce e Čičikov fugge. Sale sulla sua trojka e scompare nella celeberrima pagina finale, dove la carrozza diventa quasi la Russia stessa lanciata verso un destino misterioso.
Lì, per me, Le anime morte potrebbero anche finire. Gogol, invece, voleva continuare. Aveva concepito un progetto molto più ambizioso: alla maniera della Divina Commedia, dopo l’inferno morale della prima parte avrebbe dovuto mostrare una progressiva risalita. Čičikov, il furfante, avrebbe incontrato uomini migliori, sarebbe passato attraverso una sorta di purgatorio e avrebbe forse raggiunto, nel terzo tomo, una vera rigenerazione.
Ed è proprio qui che cominciarono i guai.
Gogol era un grandissimo scrittore quando mostrava gli uomini nei loro vizi; diventava molto meno sicuro quando cercava di mostrarli nelle loro virtù. Sapeva descrivere magnificamente un imbroglione, un burocrate, un avaro, un vanesio. Quando volle trasformarsi da satirico in educatore delle anime, la macchina cominciò a incepparsi. Se ne accorse lui stesso.
Scrisse, riscrisse, tormentò quella seconda parte. Nel 1845 ne bruciò una versione. Poi ricominciò. Anni dopo tornò ancora sul manoscritto, e nel 1852, pochi giorni prima di morire, diede nuovamente alle fiamme gran parte di ciò che aveva scritto.
Il gesto dice forse più di molte prefazioni critiche.
Non aveva rinunciato al progetto; anzi, proprio perché gli attribuiva un’importanza enorme, non riusciva ad accettare ciò che ne veniva fuori. Il satirico aveva trovato con naturalezza il proprio inferno. Il moralista non riusciva a costruire il paradiso.
Dopo la sua morte furono ritrovati tra le carte alcuni capitoli e frammenti della seconda parte. È legittimo che gli editori li pubblichino: sono pagine di Gogol e hanno un enorme interesse letterario. Ma sarebbe bene che il lettore non dimenticasse mai che non sta leggendo semplicemente “il seguito” delle Anime morte. Sta leggendo ciò che è sopravvissuto al combattimento di Gogol con un’opera che egli stesso non riuscì a considerare conclusa.